Silvia Ballestra. Amiche mie

Maria Prophetissa, leggendaria alchimista del I secolo d.c., affermava le proprietà mistiche e magiche del numero 4, che per secoli verrà offuscato dal 3, numero trinitario, maschile, concluso, lineare. Il 4 è invece numero alchemico, materico, femminino, ciclico, aperto alla rigenerazione.

 

Silvia Ballestra decide di utilizzare un modulo quaternario per organizzare il suo nuovo romanzo Amiche mie (Mondadori, 2014), probabilmente ignara di tali implicazioni esoteriche, ma che sembrano in un certo modo significative, visto che le protagoniste sono quattro donne alle prese con la materialità del quotidiano, materia oscura in cui devono necessariamente immergersi per risolvere piccoli e grandi problemi che la Milano degli anni duemiladieci impone loro.

 

Anche il tempo del racconto è scandito in quattro fasi, della durata di un mese o poco più ciascuna; non si tratta di stagioni, ma di periodi che si impongono come conchiusi, perché ritmati dai vissuti di ciascuna delle protagoniste; di ognuna l’autrice registra eventi esteriori e riverberi interiori, riallacciando delicatamente tali segmenti temporali al tempo dell’anima, dilatato verso il passato. Accanto alla lotta dei genitori contro le “lasagne pelose” della mensa scolastica, alle crisi di matrimonio e del lavoro, troviamo dunque i ricordi d’infanzia e le storie singolari che hanno portato Sofia, Carla, Norma e Vera a vivere nel quartiere dove ogni giorno possono incontrarsi al Bar Palomino, e mescolare le loro voci, fra cappuccini, pettegolezzi e tanta autoironia.

 

Ma è possibile raccontare la vita di quattro donne comuni senza stereotipi, senza tratteggiare eccezionalità o redenzioni? L’autrice riesce egregiamente a compiere questa delicata operazione, con l’abilità di chi sa stare nel reale e ne sa restituire l’infinita complessità, pur mantenendo la narrazione legata al quotidiano, quel quotidiano che tutti viviamo e, per questo, fatichiamo a vedere nitidamente.

 

Tuttavia, nel fare questo, Ballestra non cede ad alcuna essenzializzazione legata al genere: certo, le donne condividono destini simili, non in un quanto portatrici di una stessa femminilità, ma perché imbrigliate nelle medesime dinamiche sociali, connotate necessariamente rispetto al loro genere. Le chiacchierate al bar fanno sentire le donne “a casa”, una casa fatta di disagi comuni che rendono possibile una sottile solidarietà. Ma questa non basta. Milano è attraversata da cambiamenti economici, urbani e di costume che se in superficie lasciano le protagoniste indifferenti, nel fondo non fanno che aumentare una certa alienazione e smarrimento.

 

Il rapporto frustrante con gli spazi della città mi sembra perfettamente rappresentato dal senso di disagio che Norma avverte nei confronti di un’innocua tenda: la donna non sopporta lo sporco e l’idea di non poter controllare ogni anfratto della vecchia casa al mare, che nasconde, nei controsoffitti, spazi mai sondati, in cui polvere di decenni si annida su una tenda verde che la osserva dall’alto; allo stesso modo Milano incombe, con i suoi nuovi grattacieli, giardini verticali, happy hours, incomprensibile, distante, disarmante. E il disagio si trasforma in disgusto, fino a generare un panico atavico, chiaramente segno di un vuoto più ampio, soffocante e incolmabile.

 

Emerge così, da tutte le storie, un fondo nevrotico inevitabile; infatti, pur nella convinzione di aver imbastito la propria vita con autonomia, la vita di queste donne è costellata dalla presenza di potenzialità inespresse, progetti sognati e mai agiti, desideri abortiti a causa di limiti impalpabili, subliminali, introiettati senza saperlo, ma comunque efficienti nella loro forza disciplinante. Ballestra indica questo scarto con estrema precisione, senza mai nominarlo, con una narrazione leggera e ironica, ma tutt’altro che disimpegnata: il potenziale critico è presente, profondo e dirompente, proprio perché distillato in ogni riga, senza clamore.

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