Pasolini e Zanzotto, due poeti per il terzo millennio

Il rischio dei classici, e in particolare di quelli a più forte carica etico-politica, è quello di venir raffreddati in formule preconfezionate ad uso della moralità pubblica e del senso comune, citate e contestualmente dimenticate dal politico o dal commentatore di turno. Pasolini è una delle figure più minacciate in tal senso, se consideriamo, come ha affermato giustamente Marco Belpoliti in Pasolini in salsa piccante (Guanda, 2010, p.13), che del poeta «viene sovente offerto un santino, quasi fosse – e per tanti magari lo è – il padre Pio della sinistra» (e non solo, vista la consuetudine ormai diffusa di citarlo anche dal campo politico contrapposto). Niente di più snaturante per un’opera (e per una vita, giacché nel caso di Pasolini i due elementi sono inestricabili) che consapevolmente ha fatto della postura scandalosa (nel senso etimologico riferito all’intralcio, all’inciampo) il nerbo della propria attività. 

 

È recentemente uscito il volume Pasolini e Zanzotto: due poeti per il terzo millennio, di Alberto Russo Previtali (Cesati ed., pp. 134, € 25), che di tale consapevolezza coglie il senso più profondo, di lunga durata, e che ne offre non solo una lettura profondamente politica ma soprattutto un interessante incrocio con l’itinerario poetico e critico complessivo di Andrea Zanzotto. Il libro, che si dipana attraverso la rilettura dell’opera dei due poeti in chiave ecologica (relativamente già affermata per il poeta veneto quanto, per Pasolini, colpevolmente disertata dalla critica), utilizza spesso la voce dell’uno per commentare il lavoro artistico dell’altro, tracciando così un ritratto che si costruisce per correlazione e specularità, nella salda convinzione, tuttavia, che “di ciò che vale” (come dice Zanzotto nella poesia Ti tu magnéa la tó ciòpa de pan, in Le poesie e le prose scelte, a c. di S. Dal Bianco e G. M. Villalta, Mondadori, 1999), e cioè del fondamento poetico della realtà, i due avessero la medesima opinione. 

 

 

Nonostante i percorsi poetici rivelino tracciati molto differenti, sia per adesione alle scelte stilistico-linguistiche (dantesche e multilinguistiche per Pasolini; petrarchesche, almeno in un primo momento, per Zanzotto), sia per le modalità e gli spazi di enunciazione (pensiamo alla distanza tra l’esuberanza nell’uso dei canali espressivi di Pasolini e la fedeltà ossessiva di Zanzotto alla forma-poesia), è possibile rintracciare una sensibilità condivisa alla radice dell’esperienza poetica nell’io lirico delle prime opere, La meglio gioventù e Dietro il paesaggio: “la posizione narcisistica del soggetto, la sua fusione con gli elementi di un paese fuori dalla storia, la proiezione del suo sentire sulla natura” (p. 72). Entrambi disegnano una Heimat idealizzata in cui proiettare doppi immaginari (la figura di Cristo, per esempio, comune a entrambi), ricercando una fusione con il paesaggio contadino, posto come specchio immaginario. 

 

I primi oggetti poetici sono condivisi dunque, così come comune è il trauma di assistere alla loro devastazione sistematica a partire dal periodo storico del celebratissimo “boom” economico degli anni a cavallo tra Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo. Di fronte alla crisi dei referenti cantati originariamente, Pasolini e Zanzotto reagiscono trasformando la propria attività poetica, ciascuno secondo proprie logiche formali e tematiche: il primo sconvolgendo le forme classiche della metrica (a partire dalle terzine pseudodantesche di Le ceneri di Gramsci, fino ad arrivare ai versi liberi di Transumanar e organizzar e al dichiarato abbandono della poesia) e “gettando il corpo nella lotta”; il secondo, quasi agli antipodi, ritirandosi nevroticamente nella propria piccola patria, insistendo su un lavoro formale che interessa soprattutto il lessico letterario unistilistico delle prime opere, posto accanto ai significanti appartenenti al campo semantico tecnico-scientifico in una chiave tutt’altro che euforica (come invece, quasi contemporaneamente fanno le neo-avanguardie).

 

Da Vocativo fino all’acme di La Beltà e oltre, l’io lirico è sempre più esposto all’irruzione dei “referenti che impongono il trauma della temporalità geologica” (p. 77) all’interno della storia umana, sempre meno soggetto e sempre più oggetto. Così Zanzotto, nel “trattamento” poetico del trauma, propone una parola poetica in grado di cogliere anticipatamente – e con spavento, ma forse anche con una lucidità più puntuale di quella pasoliniana – quel cortocircuito, oggi così incombente, nella circolarità della relazione tra umano e spazio naturale, la “geologizzazione” del tempo umano implicato dalla categoria contemporanea di “antropocene”. 

È questo il punto cruciale del dialogo che Alberto Russo Previtali rintraccia tra i due poeti: il “megatempo” geologico, che preme fino a ridimensionare non solo la storia umana, ma anche categorie e opposizioni antropologiche come civiltà, linguaggio/parola, natura/cultura, si impone a seguito delle necessità dello sviluppo economico mai messe in discussione, nemmeno nel presente, e ha un preciso contesto discorsivo nell’affermazione del capitalismo dei consumi.

 

 

Se Zanzotto, in particolar modo nelle ultime raccolte poetiche, prova ad assumere questa prospettiva di “estimità” rispetto all’umano, Pasolini rimane invece nel perimetro di una critica di civiltà interna alla specie, non mancando, tuttavia, di connotare la trasformazione del tempo attraverso il discusso concetto di “Nuova preistoria” (Poesia in forma di rosa, Garzanti, 2001 (1964) p.63), una nuova forma di sproporzione e di inafferrabilità del tempo futuro da parte della scrittura e della civiltà. La nuova temporalità è quella in cui siamo immersi oggi, nella quale lo sviluppo della tecnica umana ha prodotto un incunearsi della storia dentro i tempi millenari della natura: “futura età, urto di pietra/ […] che inintellegibili fai questi / fiori e gridi ed amori” (A. Zanzotto, p 187). 

 

La piccola patria delle origini, dunque, è persa in almeno due sensi: materialmente (i territori agricoli devastati dalle colture intensive e dalle escrescenze dello sprawl urbano) e soprattutto storicamente. La tanto discussa esaltazione della “povertà” in Pasolini, che ha consentito ad alcune voci di costruirne un’immagine di grande reazionario (risolutamente rifiutata da Russo Previtali), non è un’idealizzazione storico-politica del mondo contadino. Piuttosto, si tratta della consapevolezza che il discorso del capitalista, violentemente affermatosi negli anni del “miracolo” economico, recidendo ogni legame con la povertà, impone un rapporto coi beni materiali che rompe l’equilibrio antropologico millenario tra umano e ambiente e inibisce la capacità di abitare un luogo rispettandone i tempi e i modi di riproduzione (rispettandone cioè, per utilizzare un termine usurato della contemporaneità, la “sostenibilità”). 

 

Veniamo infine al valore culturale dell’operazione di Alberto Russo Previtali. In esso ritroviamo il nucleo etico-politico del testo, enunciato con esemplare chiarezza nell’introduzione: la vita umana nel presente è incalzata da domande urgentissime che riguardano l’ecologia. La tesi del libro è che si tratta di sfide non affrontabili con l’esclusivo spettro di categorie scientifiche e tecniche. Anzitutto poiché è proprio il “sapere senza soggetto” della scienza, come direbbe Lacan, ad aver determinato, in una circolarità impazzita con la logica del profitto, gli squilibri biologici cui assistiamo.

 

Ma soprattutto perché la freddezza costitutiva dei dati scientifici – pur nella loro indiscussa necessità – non consente una lettura della realtà che permetta di soggettivare la situazione, che così rimane una sorta di minaccia apocalittica immaginaria, una trama da film americano che suscita reazioni di delirante onnipotenza fideistica oppure di completo sconforto. Ma i problemi di oggi “per la loro complessità, necessitano per essere affrontati del concorso di diversi tipi di razionalità e di diversi saperi” (p.16), tra cui quello poetico. Solo così, solo attraverso “una lettura passionale, pasoliniana, che permetta di sentire e far sentire […] il sentimento dell’oltraggio” (p. 33-4) di fronte a una devastazione che è ancora percepita come estranea (poiché non interessa direttamente le relazioni tra uomo e uomo), sarà possibile “pensare e […] rendere abitabile l’Antropocene” (p. 116). Il “nuovo millennio” del titolo va inteso allora fuori da ogni ideologia dell’innovazione cui ci ha assuefatti la retorica pubblicitaria del linguaggio pubblico contemporaneo, e va invece letto, più letteralmente, come il tempo sterminato della nuova era geologica. 

 

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