San Biagio della Cima

lavori in corso al Parco Biamonti

Venerdì 24 luglio, ore 12.30, ufficio CIA (Confederezione Italiana Agricoltori) di Bordighera. Un caldo torrido rotto appena dalle pale di un ventilatore a soffitto che fanno svolazzare gli annunci sulla bacheca di sughero. Chi cerca ragazza per lavoro in campagna (“anche inesperta ma motivata”), chi “campagne” (“con ruscus, pitosforo o palme da raccogliere e pulire”, “per coltivare ortaggi biologici”, “di ginestra da coltivare o raccogliere il frutto”). Chi offre legna d’ulivo (“sanissima, 400 quintali circa, se ti serve contattami”), chi un uliveto (“la strada arriva fino all’uliveto”). Non sono i servizi segreti americani, ma qualche informazione sulla società locale si trova: il verde da fronda recisa che sembra mantenere qualche interesse economico rispetto alla più generale crisi della floricoltura locale, gli ulivi abbandonati o già tagliati, il bio. Un ventiquattrenne iscritto all’Accademia di Belle Arti di Genova si propone come lavoratore agricolo part-time. “Quasi alla laurea”, vanta 3 anni di esperienza in serra (piante ornamentali e aromatiche), ma anche lavoretti di potatura, raccolta di olive e mimosa. Quasi difficili a immaginarsi, queste campagne non distano di molto dalle ville inglesi tra alberi del pepe, araucarie, maestosi ficus magnolioides (quello di fronte al museo Bicknell ha radici che hanno da tempo stritolato un cancelletto in ferro battuto e ora fiancheggiano il muro di cinta del giardino) e quel che resta delle palme, falcidiate dal punteruolo rosso.

 

 

“Vi sono due Ligurie – scriveva Francesco Biamonti in Le parole la notte – una costiera, con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine”. San Biagio della Cima, nell’immediato entroterra di Bordighera, il confine.

 

Posta tra i 50 e i 450 metri sul livello del mare, San Biagio è terra di vigne, mimose e ginestre. Di uliveti in abbandono dove ancora reggono alcuni ovili (cortì) nei quali fino ai primi decenni del ‘900 i pastori soggiornavano con i loro armenti, spostandone lo sterco (la fertilità) dai monti al mare. Il Parco, progetto in progress inaugurato ad aprile 2015 (www.parcobiamonti.it), è ispirato allo scrittore che ha descritto San Biagio con la concretezza e la precisione “nelle cose di campagna come nei nomi delle stelle” sottolineata da Calvino. L’itinerario inizia nel carruggio del paese, “un carruggio a svolta in cui il vento non entrava d’infilata”, e si snoda nel paesaggio, tra ulivi, vigne ed ovili. Quattordici pannelli con le citazioni tratte dai romanzi di Biamonti segnano la via. Per i più smart – chissà come l’avrebbe presa lo scrittore – i pannelli sono dotati di codici QR, simili a codici a barre che, inquadrati con uno smartphone o con un tablet (sei messi a disposizione dei visitatori dal Comune), permettono di visualizzare contenuti aggiuntivi. Come le interviste a Giancarlo Biamonti, fratello di Francesco, che scandisce il percorso del Parco con aneddoti di paese e ricordi dell’infanzia trascorsa con Francesco tra carruggi e campagne. Questi gli ingredienti principali della prima parte del progetto voluto dal Comune di San Biagio della Cima e dall’Associazione Amici di Francesco Biamonti e realizzato, grazie ad un finanziamento europeo (i fondi del Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 destinati allo “sviluppo e rinnovamento dei villaggi”) su progetto dell’architetto Pietra Alborno.

 

 

Fin qui tutto bene. Anzi, meglio. Il progetto si è infatti guadagnato anche un cofinanziamento (80.000 mila euro) da parte della Compagnia di San Paolo che permetterà di completare la ristrutturazione e l’allestimento di un locale nei caruggi del borgo (il bastu, che svolgerà la funzione di centro di aggregazione sociale, su modello dei bistrot de pays francesi, e di centro di documentazione sulla storia del territorio) e di coinvolgere l’Università di Genova nel progetto di ricerca sul paesaggio rurale di San Biagio e nella sistemazione della biblioteca Biamonti. Ma non è tutto. Una certa ostilità nei confronti dell’iniziativa – boicottaggi, malumori, lamentazioni – è esplosa in occasione dell’inaugurazione dei pannelli che scandiscono il percorso (risultato della prima parte del progetto ). Un’animosità che non sembra determinata solo dalla necessità di aggiustare il tiro dal punto di vista tecnico (i pannelli in corten hanno dato dei problemi per quanto riguarda la leggibilità delle citazioni e sono in corso di revisione). C’è di più e a parlare con cittadini e amministratori locali non è difficile capire di cosa si tratta. “Parco” è parola equivoca, catalizza le paure di tutti. I produttori temono la logica del parco “naturale” (la riserva dove nulla è lecito) e i proprietari di terreni di dover rinunciare alla “valorizzazione” immobiliare dei loro fondi. Tanto è che si diffonde la “falsa notizia”: il Parco Biamonti avrebbe determinato una contrazione degli indici edificatori. Poco importa se si tratta in realtà di una normativa in vigore da ben 20 anni e che riguarda un’area che coincide solo in parte con il percorso letterario (risale al Piano Regolatore del 1995 la delimitazione dell’area “Parco Urbano” nel territorio circostante la Punta Santa Croce, “la cima”, e la stesura della relativa disciplina urbanistica). Constatare l’inganno non basta. Marc Bloch, che aveva riflettuto sulle false notizie di guerra, sottolineava come, in molti casi, l’errore è significativo di una particolare atmosfera sociale. Si diffonde se si accorda con le convinzioni dell’opinione comune, diventa allora come “lo specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti”. Coscienza che a San Biagio dice di problemi che riguardano molti paesi e città liguri: gli assilli burocratici che colpiscono gli agricoltori, specialmente i più piccoli, e la bulimia edilizia. Una malattia che, oltre ad aver massacrato le città della costa, le stesse sulle quali incombono i paesi di Biamonti, che lui però evita in genere di nominare (un silenzio “al limite della provocazione”, scrive Enrico Fenzi), ha determinato una competizione asimmetrica nell’accesso ai terreni agricoli tra progetti agricoli e villette (e in questo caso non solo sulla costa).

 

   

 

Il Parco diventa occasione per riflettere non solo di letteratura, ma di territorio, pianificazione, produzione, per far emergere l’equivoco e fare i conti con paure e aspettative. Nel corso delle riunioni si parla di un “parco produttivo”, dove la tutela sia volta alla produzione e la produzione alla tutela. L’Università parla di una “qualificazione” storica e ambientale delle risorse locali – oliveti pascolati, ovili, vigneti, eccetera. Se questa qualificazione sarà il punto di partenza per una “riqualificazione” produttiva si vedrà. Intanto, con la quota del finanziamento S. Paolo destinato all’Università (20.000 euro), sono state attivate quattro borse di studio per l’indagine delle risorse agro-silvo-pastorali del territorio e della loro gestione attuale e pregressa. La durata delle borse varia dai 3 ai 5 mesi e i lavori sono iniziati a metà luglio. Il tempo non è molto: la ricerca dovrà essere conclusa entro dicembre 2015 (mentre la conclusione generale dei lavori è prevista per l’autunno 2016). Poi sarà il momento della traduzione dei risultati in contenuti indirizzati ai fruitori del parco (uno tra i borsisti, esperto in comunicazione dei beni culturali, si occuperà proprio di questo). Così, a fine luglio, i quattro “borsisti” (assieme ad alcuni docenti e dottorandi del Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale – LASA – dell’Università di Genova), accompagnati dagli esperti locali, hanno iniziato ad aggirarsi per gli oliveti, esplorare gli ovili, intervistare produttori, scavare negli archivi. Molte le questioni aperte, le proposte, gli stimoli: la ricchezza del patrimonio rurale diffuso (non solo gli ovili, ma anche coltivi, muri a secco, sistemi idrici) e della documentazione archivistica (sparsa in archivi da Genova alla Francia), le mille forme delle produzioni locali (ortisti, piccoli produttori, olivicoltori, floricoltori, viticoltori).

 

Torniamo a Bordighera, nell’ufficio dove il funzionario della Confederazione Italiana Agricoltori con il quale ho preso appuntamento mi informa che gli iscritti alla CIA per il Comune di San Biagio della Cima sono circa 200. Bisognerà scremare, mi spiega, perché molti sono iscritti solamente per i servizi di consulenza fiscale. Il Censimento dell’Agricoltura 2010 segnala 125 aziende. Mi sembrano comunque molte per un paese che ha visto negli ultimi anni crescere la propria popolazione (soprattutto nuovi residenti attratti da abitazioni a minor costo) ma dove si dice che non c’è lavoro (la maggior parte dei residenti sono impiegati sulla costa) e si osserva l’abbandono di molte coltivazioni (oliveti, serre, vigne). Il Censimento però non dice molto su queste aziende: dove si trovano, cosa fanno. L’inchiesta servirà a far luce. L’idea è che nel bastu, il caffè sociale che dovrebbe funzionare anche come centro di documentazione sul paesaggio rurale del Parco, possano in futuro essere allestite mostre e organizzate conferenze. Tra le proposte si pensa anche ad un piccolo spaccio di prodotti locali.

 

ph. Saverio Chiappalone

 

Nel frattempo sono passati due mesi e sono di ritorno da Bordighera. Nel naso ancora il profumo del mosto che dalle cantine invade i carruggi, negli occhi la luce settembrina, la vendemmia, la strada di crinale percorsa da cercatori di fronde verdi da vendere in Francia. Giovedì sera (24 settembre), presso il comune di S. Biagio, il primo incontro per parlare del progetto del Parco con le aziende agricole. Oltre all'olio e al vino, produttori di erbe aromatiche, rose, mimose e ginestre. Un gruppo ristretto, per sondare gli animi, forse curiosi ma certo sfessati, diffidenti ai "discorsi" (telefonici i primi sfoghi: le norme, i controlli, i costi). Ad agosto ho seguito il corso del fiume Soča (l'Isonzo), ho nuotato nel lago di Bohinj e attraversato il Carso. Qui paesi e case sparse organizzano alberghi diffusi e musei etnografici, vendita diretta di formaggi e percorsi lungo i fronti della Grande Guerra, discese in canoa e salite ai pascoli. Il dragaggio dei finanziamenti europei è finalizzato e funzionante, ma di certo non è l'unica differenza. Ad ognuno il suo progetto, a S. Biagio il finale è aperto.

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