Intervista. Il futuro è già finito

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, Poesie e Lettere.

 

Proseguiamo oggi con la prima: la pubblicazione d’interviste disperse, o poco note, di Pasolini con giornalisti, critici, saggisti italiani e stranieri.

 

 

 

Pasolini, lei perché ce l’ha tanto con i capelloni?

Quello dei capelloni è oggi un fenomeno che mi addolora e mi offende.

 

Perché?

Nella vita che viviamo ogni giorno sono poche le cose belle. Il lavoro difficilmente è bello. L’universo cittadino è insopportabile. La nostra esistenza è fatta di tante piccole cose mediocri o dolorose. Che cosa resterebbe di bello intorno a noi (oltre alla natura e alle opere d’arte?). La gioventù. Ebbene questa gioventù ci appare oggi mascherata, mortificata, invecchiata. Pochi giorni fa, ero a Palermo alla ricerca di personaggi per un mio film, ed ecco che si è presentato in albergo un gruppo di barbe in fondo alle quali brillavano degli occhi. Occhi anche simpatici, non dico di no, ma io in realtà non sapevo bene con chi stavo parlando, non capivo: avevo davanti a me un muro di barbe e basette. Non vedevo più i lineamenti dolcemente umani della gioventù, le gote illuminate da quella forza misteriosa che si possiede soltanto per pochi anni nella vita. Il modo in cui si vestono i giovani è già di per se stesso sgradevole. Ma è appena un elemento accessorio del bisogno di mortificazione e di mistificazione del proprio aspetto. Il linguaggio principe, non verbale, con cui i giovani si esprimono sono i capelli.

 

Ciò implica necessariamente la decadenza della comunicazione verbale. La parola è in crisi?

Sì che è in crisi la parola. Nel senso che oggi gli uomini tendono a sacrificare totalmente l’espressività alla comunicatività.

 

Che cosa intende dire di preciso?

Come lei sa, ogni lingua è composta di varie lingue specialistiche, particolari o gergali. Fino a qualche anno fa alla guida dell’italiano c’era la lingua letteraria, cioè una lingua tipica della sovrastruttura. Oggi si assiste ad un fenomeno nuovo e madornale: alla guida dell’italiano non c’è più una lingua della sovrastruttura, ma una lingua dell’infrastruttura. Cioè la lingua delle aziende, del mercato. Quest’ultima è una lingua comunicativa, e semplicemente comunicativa. Chi deve offrire della merce deve farsi immediatamente capire da chi la richiede; chi deve produrre, deve farsi immediatamente capire da chi deve consumare. Nell’ambito della fabbrica, dirigenti e tecnici devono immediatamente capirsi fra loro. Inoltre, se ci si rivolge alla “massa”, il discorso deve essere assolutamente comprensibile: non solo, ma non deve neanche porre il problema della comprensibilità. Dev’essere cioè perfettamente normale (come sono sempre infatti i discorsi nei giornali e soprattutto alla televisione). Se dunque la lingua-pilota è questa, tutto lo spirito dell’italiano tenderà a perdere particolarismi ed espressività per acquistare in comunicatività pura. Si tratta certo di un impoverimento, di una “perdita di umanità”. Quanto ai giovani essi stanno perfettamente adottando questo modo di parlare omologato e tutto uguale: anche coloro che si battono contro la società che lo esprime.

 

La parola, dunque, è in crisi. Anche la letteratura?

La perdita d’espressività del linguaggio implica anche il deperimento dei linguaggi letterari, dei linguaggi artistici, che finiranno lentamente col mancare di richiesta. La nostra lingua sarà unicamente una lingua franca.

 

Ma sarà uno strumento per tutti, e non più per pochi privilegiati.

Sì, è vero, l’espressività era un privilegio di pochi. Adesso occorrerebbe un suo salto di qualità, perché essa potesse diventare patrimonio comune. Ma il linguaggio espressivo questo salto non lo potrà mai compiere. Ciò è contrario alla sua natura. Immagini che io alla televisione (altare della lingua comunicativa) cominciassi a usare forme espressive, personali, di linguaggio. Non mi capirebbe nessuno.

 

E gli scrittori, Pasolini? Hanno un avvenire?

Finiscono. Noi siamo gli ultimi.

 

Stavamo ragionando di capelloni. Alcuni psicologi sostengono che la moda dei capelli lunghi, non nuova nella storia, nasconde una superstizione ancestrale: quella che fa dei capelli la sede della forza virile. Lei ci crede a questo genere di spiegazioni?

Può darsi che nel memoriel (inconscio collettivo) i capelli rappresentino, appunto, quella forza sessuale che sta storicamente perdendo i suoi caratteri di sicurezza, di baldanza, di allegria, con cui i giovani l’avevano vissuta nelle società repressive. Questa perdita è dovuta alla tolleranza, alla permissività…

 

Meglio, quindi, le società repressive?

Sì, almeno in quanto la tolleranza è la peggiore delle repressioni. Il peso del potere classico creava situazioni estreme, che l’uomo viveva con tutto se stesso: o rassegnandosi, fino a forme di santità, o ribellandosi, fino a forme di eroismo. I diversi, i perseguitati, gli esclusi, vivevano la loro condizione umana come una tragedia: ma questa tragedia non li umiliava.

La tolleranza smussa gli estremi e riporta tutto nel mezzo, omologandolo. Certi fatti e certi uomini non possono essere ridotti alla normalità? Ebbene, cataloghiamoli, facciamo un dialogo, comprendiamoli, dice il Potere tollerante. Così facendo crea dei ghetti diversi, ‘nominati’: e dà loro il permesso di esistere! Cosa c’è di più umiliante? Nel mezzo, nell’immensità della maggioranza silenziosa, il dovere è quello di assomigliarsi tutti. I casi anche appena eccessivi, sono ‘da ghetto’.

 

I capelli lunghi, quindi, potrebbero essere una rivalsa per l’avvenuta svirilizzazione. Ma le chiome lunghe sono anche il segno della femminilità. Allora?

Come sempre, i fenomeni e le manifestazioni degli uomini, sono polivalenti. Da una parte la frustrazione sessuale che dicevo, fa sentire ai giovani maschi il bisogno di capigliature alla Sansone. Dall’altra c’è una realtà da accettare. Quella, appunto, della frustrazione sessuale… Adottando una certa femminilità nella capigliatura, ma anche nella coscienza, essi dunque l’esorcizzano, la rendono visibile.

 

Tutto qui?

Questa è soltanto una faccia del fenomeno dei capelloni, che è assai complesso. Agli inizi, parlo del 1966-’67, i capelli lunghi rappresentavano un atto di protesta, una protesta culturale. Si può certo discutere sul livello di quella cultura, che probabilmente era molto basso, a giudicare almeno dai risultati che ha dato in seguito. Ma era senza dubbio un fatto culturale. E, senza dubbio, di dimensioni grandiose…

 

Soprattutto in America, patria dei capelloni. Laggiù i capelloni hanno dato il Living Theatre: la musica beat, le comunità ecologiche. Neal Cassady, Bob Dylan, Allen Ginsberg.

Sì. Ma non bisogna neanche sopravvalutare il peso reale di quel genere di cultura. Che cos’è lo stupendo Living Theatre al confronto dell’America che ha fatto la guerra del Vietnam, dell’americano medio che vive nel profondo Texas? Comunque, dicevo, i capelloni di tutti i Paesi esprimevano nel 1966-’67 un fatto culturale. Siccome la cultura ‘consumistica’ del potere implicava incondizionatamente in quegli anni giovani ben rasati, con buon impiego, moglie, auto ecc., ecco che esplose la protesta dei capelli lunghi. Una protesta assolutamente di nuovo tipo.

 

Di nuovo tipo? Ma i capelloni anticonformisti c’erano anche nell’Ottocento.

È vero. Però quelli erano soltanto i sottoprodotti della grande cultura romantica che produceva fenomeni ben più alti. E poi i capelli lunghi non li avevano soltanto i giovani, ma anche e forse soprattutto i vecchi (come dimostra l’iconografia del tempo). La novità oggi sta nel fatto che, per la prima volta nella storia del costume, i capelli lunghi rappresentano il contrassegno dei giovani. Un contrassegno che definirei razziale. Da una parte ci sono i giovani che protestano contro la società, dall’altra i vecchi che si sono rassegnati. Alzando fra sé e il proprio padre una barriera di chiome o di lunghe barbe, il giovane tende così a rinchiudersi in un ghetto di giovani, dove si parla, ci si atteggia e ci si veste tutti, ansiosamente, allo stesso modo…

 

… Da cinesi e da metalmeccanici, da guru indiani e da marine… A proposito, che vuol dire questa moda militare che dilaga fra i ragazzi? Eskimo, camicie da pilota, cinturoni, tascapani. In Francia e in America vanno di moda anche le tute da paracadutista sforacchiate, con finte macchie di sangue.

Sono un piccolo paragrafo della mistificazione generale. Tutto serve quando si comincia a rimestare in un mondo scelto irrazionalmente per la sua inattualità.

 

Quindi i giovani, con le loro mascherature, cercano inconsapevolmente ciò che appare superato e irrimediabilmente vecchio, ciò che condannano? Come si concilia quest’osservazione con la rivolta anti senile dei ragazzi?

Quando si chiude nel suo ghetto, il giovane nega l’esistenza del padre. Rifiuta lo scontro frontale con il genitore. Respinge, con lui, ogni rapporto dialettico. Ma a qualcosa, insicuro com’è, il giovane deve pure attaccarsi. Che fa allora? Dovendo e volendo fare a meno dei padri (scusi se parlo un po’ scherzando) egli ricorre ai nonni… In fondo, questi grandi baffi che si vedono in giro, queste basette carbonare, queste capigliature da abati del Settecento o da Cristi liberty, sono mostruose riapparizioni dei nonni. E in realtà, rappresentano, storicamente, un regresso.

 

Ci par di capire che il fenomeno dei capelloni ha subito, col tempo, un processo di degenerazione. Dalla cultura ala sottocultura, dalla serietà intellettuale allo snobismo, dal simbolo alla moda. È così?

Bene, il ‘linguaggio dei capelloni’ in tutte le sue significazioni, ha seguito una parabola assurda, piena di contraddizioni. In questo momento i capelloni rappresentano, non dico il fascismo, ma la destra. Quella destra in senso lato e autentico contro cui, nella fase iniziale, quando rappresentavano ancora un fatto culturale, i giovani erano insorti. La degenerazione (o processo di integrazione) del fenomeno è avvenuta lentamente, attraverso fasi di ambiguità in cui il capellone di sinistra si confondeva spesso col capellone di estrema destra. Mario Merlino, lo strano personaggio del caso Valpreda, può essere l’incarnazione di questa ambiguità.

 

Allora, come si dice comunemente, gli estremi hanno finito per toccarsi?

Io sono contrario ad affermazioni del genere. Sono stupidaggini, cose banali e atroci, se enunciate così. I punti di contatto tra nazifascismo e gauchismo avvengono in un comune terreno sottoculturale, e hanno un’origine comune dall’irrazionalismo della rivolta borghese anti borghese.

 

Per gauchismo lei cosa intende?

I movimenti extraparlamentari in genere.

 

Anche “Lotta continua”? (Pasolini è stato direttore responsabile dell’omonimo giornale).

No. Essa è ormai qualcosa di più. È un movimento politico vero e proprio, che continua sempre più testardamente il proprio lavoro. I ragazzi di “Lotta continua” sono degli estremisti, d’accordo, magari fanatici e protervamente rozzi dal punto di vista culturale, ma tirano la corda: e mi pare che, proprio per questo, meritino di essere appoggiati. Bisogna volere il troppo per ottenere il poco. È sempre con forme di estremismo che si riesce ad andare avanti.

 

La storia, allora ‘va avanti a forza di esagerazioni’?

Certo. Di esagerazioni, di scandali, di tensioni.

 

Lei dunque diceva che ci sono molti punti di contatto fra nazifascismo e gauchismo. Vuol spiegarci meglio questo concetto?

Lo spiego esistenzialmente: oggi il fascista non ha bisogno di mentire fino in fondo, per ritrovarsi con i gauchisti. Basta che menta su alcuni punto. Per tutto il resto (l’atteggiamento, i miti che ha in testa, il linguaggio) l’identificazione non è difficile. Fascismo e gauchismo sono fondati sugli stessi principi filosofici (non, badi bene, ideologici e politici!). Si tratta di principi filosofici di carattere irrazionale-pragmatico.

 

Che vuol dire?

Che postulano obiettivi rigorosi, totali, assoluti, e, nel tempo stesso, danno il primato all’azione nei confronti del pensiero. La contropartita dell’irrazionalità è il mito dell’organizzazione. I nostri giovani mistici della politica sono anche formidabili organizzatori. Basta pensare alle loro manifestazioni di piazza, negli anni scorsi. Non si era mai visto nulla di simile, in passato. Il dato rivelatore dell’irrazionalismo sostanziale dei giovani è il verbalismo.

 

E quali sono le caratteristiche del verbalismo?

Le caratteristiche del verbalismo dei giovani sono un’assoluta scorrevolezza d’eloquio, una assoluta capacità di appianare qualsiasi difficoltà di pensiero. Qualsiasi concetto, anche il più complicato, si trasforma immediatamente, nei loro interventi, orali o scritti, in parole che lo semplificano, l’agevolano, lo rendono parlabile. Il lessico è tutto preso dalla sociologia.

L’altra caratteristica del verbalismo è la stereotipia. Tutti i giovani usano le stesse frasi, come se dicessero a memoria un testo.

 

Capelli lunghi e verbalismo. C’è un rapporto diretto tra i due fenomeni?

I capelli lunghi sono un linguaggio inarticolato e ontologico, attraverso cui i giovani si esprimono nel modo più irrazionale possibile: cioè attraverso il silenzio. Il verbalismo non è che l’altra faccia del silenzio. Esso infatti scarica sulle parole il valore che dovrebbero avere le idee o i fatti o la ragione: in tal senso è l’equivalente del silenzio dei capelli. Nominalismo e dogmatismo si danno la mano.

 

Lei, Pasolini, insiste molto sull’irrazionalismo dei giovani. Ma che c’è dietro?

Uno stato di incertezza esistenziale, profondamente radicato, che sfiora un tragico senso di impotenza. Nel momento che i giovani depongono il loro invadente, violento e, in fondo, repressivo linguaggio, e li si coglie di sorpresa, appaiono estremamente smarriti. Non ho mai visto giovani così bisognosi del padre come i giovani di questa generazione. Quando non si sorvegliano, il loro sguardo si volge intorno mendicando aiuto.

 

L’incertezza è il dato dei nevrotici. Allora i giovani…

È quello che stavo per dire. Fino a dieci anni fa la nevrosi era riscontrata in individui, giovani o anziani, nell’enorme maggioranza appartenente alla borghesia. Adesso, invece, praticamente la nevrosi è dipinta nel viso di tutti. Non c’è viso di giovane che non ne mostri i segni deprimenti.

E non soltanto i giovani borghesi. No. Questi pallori e queste precoci rughe che sono segni di complessi, di impotenza, di snobismi inespressi, di angosce arrivistiche senza meta, di sentimento categorico del dovere, si vedono anche nei proletari e nei sottoproletari. In uno studente, col padre avvocato o banchiera, questa nevrotica ribellione contro i padri (manifestata anche attraverso i capelli lunghi) aveva, almeno alle origini, ripeto, una forma di razionalità e di pensiero. Ma vada al Quarticciolo e si spieghi perché i ragazzi prendano quegli atteggiamenti, portino i capelli lunghi, si mascherino anch’essi e si travestano. Non è possibile che quei ragazzi siano in polemica con i loro padri, che fanno i muratori, i manovali, gli spazzini. Evidentemente la molla del fenomeno qui è l’imitazione. Una forma infima di bovarismo, che sta dilagando nelle periferie e nel mondo operaio.

 

Del resto, l’umanità tende a diventare omogenea. Viene livellata dal nostro modo di vita, dal progresso…

Ecco, arriviamo al punto. Il Quarticciolo, come tutto il mondo periferico, aveva in passato una propria cultura. La gente aveva dei propri principi, un suo modo di percepire il bene e il male, una sua moralità. Esprimevano quindi un loro modello umano. Quando un ragazzo di periferia andava al centro di Roma, era socialmente un modello che si opponeva al modello espresso dal centro borghese della città. Era orgoglioso di essere tale, adottava il proprio atteggiamento ‘malandrino’, da dritto, da bullo di borgata, e con questo si sentiva molto forte, si considerava innocentemente autorizzato a giudicare gli studenti degli ‘stronzi’.

I ‘ragazzi di vita’ di cui ho parlato nei miei romanzi erano chiaramente un prodotto della cultura sottoproletaria romana. Ora invece fra centro e periferia, per via del progresso (auto, motoretta e televisione, che hanno ridotto o annullato le distanze) è caduta ogni barriera. E queste culture periferiche sono scomparse.

 

Ed è una perdita grave?

Eh sì, perché ogni cultura originaria, e particolare, è autentica. Insieme a tale cultura, i ‘ragazzi di vita’ hanno perduto tutto; la loro sicurezza, il loro linguaggio. I ragazzi di Roma non hanno più un gergo; non hanno più le loro belle invenzioni linguistiche; non sono più spiritosi. Dicono sempre delle cose ovvie, banali; parlano in modo disadorno, spoglio, grigio.

 

I giovani, dunque, sono irrazionali, perché incerti, incerti perché nevrotici, nevrotici perché dissociati, culturalmente repressi. Abbiamo forse toccato il fondo del problema?

Il fondo della questione è, appunto, la distruzione sistematica di tutte le culture diverse dalla cultura borghese. Se chiudo gli occhi, e penso alla storia della borghesia, vedo che tale storia si configura in un disegno coerente. Come in una tragedia greca. C’è un Nous, una Mente che crea, trasforma e distrugge le forme di vita a seconda dei propri bisogni.

 

Una Mente borghese, dunque. Ma che significa per lei borghese?

Non vorrei apparire qui in veste di filosofo. Sono uno scrittore che ha delle fantasie, che inventa schemi di favole. Quando parlo di Mente borghese, mi riferisco a un tipo di civiltà materialistica che oramai sta dando la sua impronta a tutto il mondo. Il mio discorso, poco ortodossamente classista, riguarda l’intera umanità.

 

Anche l’umanità del mondo comunista?

Anche. Io sono uno di quelli che accusano la Russia di essere uno Stato piccolo borghese.

 

E la Cina?

Anche la Cina. Benché essa sia l’unico Paese che per un momento, durante la rivoluzione culturale, ha preso coscienza di quel disegno della Mente volto, nel caso della Cina, a trasformare i contadini in piccolo borghesi. Ma la rivoluzione culturale è finita.

Dicevo, dunque, che la Mente compie una serie di operazioni su scala mondiale che tendono ad assorbire tutte le culture ‘altre’, che sono poi le culture popolari, nel grande flusso della cultura borghese. Ciò serve a farle rientrare economicamente nel giro della produzione e del consumo. Luckàs dice che la borghesia deve rinnovarsi continuamente e condurre una continua critica su se stessa. La Mente borghese, quindi, è sempre ala ricerca di opposizioni e di ricambi. Anzi, se li crea continuamente.

 

Un esempio?

Hitler. La borghesia ha creato questo tipo di eroe sterminatore perché, a un certo punto aveva bisogno di espiare le colpe di destra attraverso una rivolta di estrema destra. Espiazione da cui, poi, infatti, è nata una borghesia più moderna, antifascista. E che, naturalmente, ha portato avanti i valori borghesi. Il nazismo è stato insomma una rabbia borghese rivolta contro la borghesia.

Di questi esempi di rinnovamento anche violento dei valori dentro l’entropia – rinnovamento voluto dalla Mente borghese – se ne danno molti. A un certo punto della nostra storia poi è cominciata l’applicazione della scienza su vasta scala. Sono cambiati, per conseguenza, i mezzi di produzione. È nato un rapporto diverso tra produzione e consumo. Si sono sviluppate le tecniche dell’informazione. Si tratta stavolta non di un rinnovamento, ma di una vera e propria rivoluzione economica che sta scuotendo il mondo alle radici. Allora la Mente borghese della nostra favola ha dovuto creare all’interno del sistema non più una rivolta, ma un processo rivoluzionario.

 

Che specie di rivoluzione?

La contestazione giovanile, con tutti i suoi simboli. Che cosa voleva, in fondo, la borghesia? Voleva spazzare via tutto ciò che ostacolava i nuovi rapporti di produzione-consumo, cioè le impalcature e gli istituti della tradizione: la cultura, l’arte, il mondo artigianale, il mondo agricolo dei piccoli possidenti, la Chiesa stessa. Tutte cose di cui non aveva più bisogno. Ora la borghesia estetizzante, tradizionalistica e religiosa, non poteva compiere quest’opera da sola. Ha creato così una generazione di giovani contestatori. E i giovani hanno fatto quello che la mente comandava.

 

Ma la contestazione ha minacciato, a un certo punto, l’esistenza stessa degli stati borghesi: in Francia, in Germania, in Italia…

Sì, ci sono state effettivamente delle violenze, nella contestazione, che erano davvero pericolose per la borghesia. Ma la Mente è troppo intelligente. Sa che, a un certo punto, bisogna anche rischiare.

 

Quando lei scrisse una poesia contro i ragazzi dell’ultra sinistra che bastonavano i poliziotti sulle piazze di Italia, l’accusarono di essere contro i giovani. L’accusa si è ripetuta quando, di recente, ha scritto un articolo sulla degenerazione del linguaggio dei capelli. Anche tutto ciò che lei ci ha detto in quest’intervista ha un gusto polemico. Possiamo concludere che lei non crede ai giovani.

Non credo neanche ai vecchi. Il mio giudizio è negativo su tutta l’umanità, giovani e vecchi. Sentimentalmente bisogna avere comprensione, e sia pure fraterna pietà, per i giovani. Questa loro fondamentale sofferenza e incertezza nevrotica li rende vittime; attraverso la tragedia, li nobilita, e l’ansia ridà loro quell’innocenza che hanno perduto con l’allegria.

 

Da che cosa deriva questo abissale pessimismo?

Non amo il nuovo tipo di civiltà borghese, in cui mi tocca vivere, non amo l’applicazione della scienza, questo serrato, inesorabile, ciclo di produzione e consumo, non amo l’uomo trasformato in consumatore. Come non amo la scomparsa della cultura, dell’arte, dell’artigianato, del contadino, della religione… Quando i contadini erano soli nei campi e alzavano la frasca di ulivo per scongiurare il temporale, rappresentavano una forma autentica, reale, della vita umana. Era cultura, anche se sotto forma di un’oscura, rustica, religiosità.

 

Si dice che la ribellione giovanile abbia anche una componente religiosa, mistica, addirittura. Lei è d’accordo su questo giudizio?

Nei secoli passati gli asceti rifiutavano il mondo come regno del Diavolo. Ai nostri tempi gli ascetici capelloni che vagano nelle Americhe rifiutano il mondo come dominio della Produzione e del consumo. Anche il loro è un rifiuto mistico.

 

E anche la ricerca religiosa dei capelloni, degli ‘hippie’ degli ‘yippie’ e degli ‘zippie’ americani rientrava nel disegno della Mente?

Forse quella no. Perché se quella ricerca religiosa fosse arrivata alle estreme conseguenze, sarebbe stata la fine della civiltà borghese. Essa è perciò deviata immediatamente. Così i principi più rigorosi, culturali in senso profondo, ascetici, del movimento giovanile sono diventati moda, droga, India, sottocultura. La ricerca mistico-religiosa è parsa subito pericolosa alla Mente. Più ancora dei disordini nei campus americani.

 

Perché più pericolosa?

Perché essa sì sarebbe stata una rivolta totale. Avrebbe colpito alle radici la civiltà razionalistica e materialistica che comprende, come ho spiegato, anche il mondo comunista.

 

Di lei hanno anche detto che ha tendenze mistico religiose. È vero?

Una ricerca mistico-religiosa non l’ho mai vissuta. Ho fatto, al contrario, una ricerca razionale. Appunto perché tendevo a forme religiose, cominciai a considerarle un pericolo. Tutto ciò che si ha in eccesso costituisce sempre un pericolo.

 

Arriviamo alle conclusioni. I giovani non hanno contribuito a lenire il suo pessimismo di fondo sul conto dell’umanità. Non c’è proprio possibilità di salvezza?

Ci sarà, ma non mi interessa. Perché dal momento in cui uno dice che c’è possibilità di salvezza, mette a tacere la propria coscienza.

 

Intervista di Massimo Conti, «Panorama», 8 marzo 1973.

 

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