Ti scrivo. Negli inesistenti cieli

Sono trascorsi quarant’anni dalla notte tra il 1° e il 2 di novembre in cui Pier Paolo Pasolini è stato assassinato a Ostia, un tempo lungo e insieme breve. La sua figura di scrittore, regista, poeta e intellettuale è rimasta nella memoria degli italiani; anzi, è andata crescendo e continua a essere oggetto di interesse, non solo di critici e studiosi, ma anche di gente comune. Pasolini è uno degli autori italiani più noti nel mondo. In occasione delle celebrazioni promosse dal Comune di Bologna, dalla Fondazione Cineteca di Bologna, e all’interno del progetto speciale per il quarantennale della morte, che si articola in un vasto e ricco programma d’iniziative nella città dove Pasolini è nato e ha studiato, doppiozero, media partner, ha scelto di realizzare uno specifico contributo. Si articola in tre parti. Interviste, lettere e poesie. Oggi proseguiamo con la seconda: lettere che scrittori e saggisti indirizzano a Pier Paolo Pasolini, come se lui potesse leggerle.

 

Apriremo questa sezione agli interventi dei lettori: potranno scrivere a loro volta delle missive (massimo 5000 battute) indirizzate al poeta e scrittore, la redazione vaglierà quali pubblicare sul sito di doppiozero.

 

 

 

Pier Paolo Pasolini che sei negli inesistenti cieli,

hai voluto dire agli uomini italiani che i cieli sono inesistenti?

Stava in questo l’abduzione che praticavi su chi ti leggeva e vedeva, stava qui il segreto, di volta in volta corroborato da un’ostinazione che ti ha reso celebre a tuo disdoro per pochi decenni dopo la tua morte?, dico il segreto dell’ostinazione stessa, del contorcimento del tuo corpo fisico e di quello orale e del corpus scritto, stremati sempre e sempre piagati a una fatica antica, con cui nelle fotografie e nelle pagine ti presentavi agli uomini italiani, e era uno choc, era un’antichità in forma contemporanea, con cui hai inteso sedurre e respingere un bimbo che era bimbo negli anni Settanta italiani e quel bimbo ero io?

 

Tu hai dato, nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti: te lo chiedeva per l’ultima volta, poco prima che ti uccidessero, uno che aveva fatto l’amministratore delegato della Fiat negli Stati Uniti, e tu gli rispondevi, medianicamente, su un quotidiano di proprietà della Fiat, il migliore esponente del capitalismo che stava partorendo omologazione e tecnica, spossessamento e disappartenenza. E rispondevi, finalmente, che un pensiero di sparizione di tutto ciò a cui eri ostile è magico nell’ordine dell’azione, solitaria e ostinata, appunto: “non solo lo tento quel pensiero, ma anche ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa”. Ecco, dunque, il tuo laicismo profondo, che mi perturbava, quando lo consideravo incarnato in un corpo tozzo, stagno, ironicamente muscoloso, pericolosamente omosessuale: la magia è vera, ma soltanto in un ordine pratico e, dunque, politico. Questo medianismo a metà, questo materialismo incompleto era comunque migliore del materialismo a tutto pieno che in quegli anni intendeva governare il regime dei pensieri magici di un bambino. Il laicismo pasoliniano era ben differente dal laicismo comunista in un crescevo, nutrendomi di polinsaturi e idee altrui.

 

Il misconoscimento del medianismo, l’intolleranza a ciò che è senza essere pensiero erano una cifra assoluta, un’agnizione iniziale, per te, Pier Paolo Pasolini, insolente nella sozzura italiana, un eroe di carta e di fiato che intende essere un eroe di carne e di psiche: a ventitré anni stilavi un autoritratto in forma di accusa, ovvero in forma di critica, a Giovanni Pascoli, più a lui che alla sua poesia; quel fraterno ammirarlo che dichiaravi non era di fatto sufficiente all’amore e tu praticavi un affondo che valeva l’equivoco e la miscomprensione, quando, appoggiandoti sulla “sempre giusta” notazione di Serra, tracciavi le mancanze di quel grande, per ricavare la tua fisionomia ideale: “la mancanza di un pensiero superatore, di un fermo proposito morale, determinano il crollo di tanta sua poesia”, la quale avrebbe dovuto nascere “da un pensiero esauriente”, mentre in Pascoli, quest’uomo che non ti piaceva, così come non ti piacevano tutti gli uomini, ravvedevi un incanto estetizzante, non altro che l’albagia di un giudizio. Non ti contentavi del cosmismo, la maschera con cui quell’orfano perenne porta nel mondo l’idea del brivido attraverso il ritmo, la distorsione della lingua che, fuori dell’italiano, non si raggiungerà nemmeno dopo modernismo e postmodernismo.

 

Questo profondo attacco a una poesia che, finalmente, trascendeva ogni possibilità di imperniarsi sul superamento della tradizione, è sintomatico di chi ha con la tradizione un rapporto irrisolto e, quindi, l’ha irrisolto con la sua contemporaneità – e questo, per me, sei stato tu. Sei stato questo signore dialettico con il suo tempo, ma in modo antidialettico, questo artista che sta attento anzitutto alla lingua (alle lingue…) e però si mette nei panni del futurologo, del sociologo, del giudice dei tempi, senza arrivare a prevedere quello che di lì a poco accadrà, accecato com’è dall’ideologia del suo tempo, che non fu la comunista o l’anticapitalista, bensì quella per cui il presente era vero, era reale, e dal presente si potevano osservare i tempi altri. Per quanto l’accusa alle tecnocrazie possa avere fatto presa nel trentennio successivo al tuo omicidio, oggi si misura il respiro breve che avevano quelle false profezie; ti si appesantisce la prosa, restano la poesia e il cinema, resta l’icona e il suo movimento, resta l’ingratitudine della storia nei confronti di chi le è ingrato. Eri ingrato alla storia e sei passato, nella fantasia dei popoli, come l’ombroso conservatore che richiamava alla necessità della storia, al suo passo lento, all’eternità della povertà umana. Lo sai che sei tra i più venduti italiani all’estero, se lo dice anche Amazon? E come ti è riuscito di restare e di incidere sul tempo che non avresti vissuto, con il messaggio nel bottiglione che è Petrolio, il cartafaccio dei cartafacci, vilipeso all’apparire soltanto perché critici aberranti ovviamente si scandalizzarono per una serie di pompini che ritennero omosessuali, mentre il personaggio che li praticava, ammesso che fosse un personaggio, si era, oplà, appena trasformato in donna… Questa tua capacità di leggere bene il tuo tempo, ma non il mio, si scontra con la banalità di base che, per qualche anno, il tuo tempo è stato il mio: tu morivi, io mi formavo.

 

E mi formavo sotto la pedagogia del tuo sguardo, poiché non c’è dubbio che tu abbia voluto essere fino alla fine, e forse a partire dalla tua fine, un pedagogo, che Enzo Golino definì “di massa”, sulla scorta di quell’aggettivo ambiguo per natura e per natura definitivo, che tu usasti per progettare il primo dei tuoi libri postumi, Lettere luterane: poiché, se è vero che il luterano è di nascita in eresia, pur vero è che l’eresia si manifesta all’interno del protocollo chiesastico. Un Pier Paolo Pasolini ecclesiastico o ecclesiasta ti sarebbe dispiaciuto? Il coro delle voci imbelle, che, da quando sei stato orrendamente ucciso, non ha smesso di cantare una messa suppostamente pasoliniana è, di fatto, un incubo pasoliniano, che sconfesseresti di giorno in giorno, se solo ammirassi quanto il tuo anticonformismo è stato accluso a un tempo conformista come quello che vivo io e non vivi tu, il tempo che prepara l’addio dell’umano a quel formidabile apparato di interpretazione del reale, che fu il testo. Tu che non a Genna, bensì a Gennariello hai scritto il mandato tuo, eredità e sconforto, inducendo chi ti leggeva a subire il magistero di uno che sospinge “a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito”, non prevedevi che a quarant’anni dalla tua morte l’occidente intero, e in primis l’Italia che è sempre stata Italietta, realizzava quel mandato e accoglieva con trionfo una simile eredità?

 

Il pensiero della differenza, la tua, non si è mai realizzato secondo gli auspici e, probabilmente, non si era realizzato nemmeno nel passato, quando il nominalismo ti sembrava riempito di senso e realtà, per cui il fascismo era il fascismo e il resto no, non era fascista, il che è l’unico portato desumibile per me da quanto pubblicasti, corsaro scrivente, su un ulteriore quotidiano in mano alla famiglia Agnelli, il 24 giugno 1974, culminando la tua analisi di una mutazione genetica del fascismo in questo modo: “Il vecchio fascismo, sia pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo – che è tutt’altra cosa – non distingue più: non è umanisticamente retorico, è americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo”. È da qui che si comprende che non hai mai compreso cosa fosse il fascismo cosiddetto tradizionale, un errore da storico che non fosti, poiché sei stato un poeta, assai potenzialmente affine a quel Pascoli che amavi, nonostante tu, nei versi, ci infilassi tanta realtà, tanto significato, tanta storia, tanta mimesis, divina o meno. Questa confusione, tra l’uomo storico che sarebbe l’uomo del presente e l’uomo poetico che non è del tempo anche se sta nel tempo, salta all’occhio pochi giorni dopo quell’articolo, quando il quotidiano chiesastico comunista Paese Sera ti pubblica una risposta al papà di Giuliano Ferrara e a Italo Calvino, dove ti difendi dall’accusa di rimpiangere l’Italietta e senza filtri sporgi l’io: “Ma allora tu non hai letto un solo verso delle Ceneri di Gramsci o di Calderón, non hai letto una sola riga dei miei romanzi, non hai visto una sola inquadratura dei miei films, non sai niente di me!”. Eccola, dunque, la congerie delle lingue (poetica, teatrale, prosastica, cinematografica), che si schiera a tua difesa: tu l’avevi detto in poesia e nel cinema che non rimpiangevi l’Italietta, avevi operato in arte tematicamente, facevi l’arte che porta un messaggio e che dice ciò che dice e ciò che dice è la storia.

 

Non sorprende che nessuno difenda un artista che utilizza in questo modo l’intenzione di essere contemporaneo con una lingua d’arte: Carmelo Bene avrebbe rabbrividito, questa tua voce è identica al roboare rappresentativo con cui Gassman pretende la sua libbra di carne al centro del seminario su Phonè e delirio. Carmelo Bene che colpiva nel cuore, come fa un artista e non un omicida, quando parlava della tua “esile vocina” in poesia e ti metteva a paragone, per schiacciarti, con il Pascoli del Solon, lui che straparlava di te quale massimo in Italia filologo e grecista nella mezzo sua Vita di Carmelo Bene. Avevi davvero intuito la potenza metafisica che quella demonologia umana di Carmelo Bene travestiva rendendo o scoprendo metafisico Deleuze? Mi sono convinto di no, con il passare degli anni. Questo trascorrere degli anni rischia di macinare la carne immaginaria che tu stesso hai lasciato nei tuoi testi, non in quelle sedute performative (anche testuali), di cui Carmelo Bene, che a oggi ritengo il tuo autentico antagonista, fu non autore, non protagonista, nonostante l’agonismo autoriale che sembrava sommergere lui e celebrare te postumo. Poiché siete antagonisti in un punto centrale del vostro operare da vivi e da morti: tu sei un uomo che voleva incontrare il tempo e i tempi, lui azzerava il tempo e tutti i tempi in una sussunzione che il suo retroterra vedantino traduceva nella ripetizione dello stesso gesto: un gesto che soltanto lì e allora, quando c’eravate entrambi, si incarnava in un corpo fisico ed emotivo e psichico. Siete stati antagonisti in quanto eravate gli italiani migliori del momento e ad entrambi si doveva opportunamente una reverenza che non fu data, per lo spreco che avete fatto di voi stessi, in generosità e intelligenza, in lingua e disperazione vissuta per tutti i contemporanei. Carmelo Bene mette in luce la mancanza fatale, l’assenza mai conclamata, il nascondimento che non c’è nella tua vita e nella tua opera, ovvero l’assoluta ignoranza del fatto metafisico. Non esiste grandezza storica che regga al trascolorare del tempo e alle onde dell’oblio che le umane genti tributano all’oggetto culturale, se non c’è l’espressione in testo (sia esso poetico, scritto, immaginale, sonoro, materico) del momento metafisico che sta dovunque. Tu hai creduto nella storia, mentre con essa ti arrabbiavi (proprio mentre scrivo queste righe è apparsa su Doppiozero un’intervista bellissima che ti fece Giorgio Bocca: parlavate di Pier Paolo Pasolini rivoluzionario e arrabbiato, perennemente arrabbiato); Carmelo Bene non credeva nella storia, dimostrava che si poteva essere, pur non aderendo al movimento storico, che fosse quotidiano o connesso a quella concrezione del tempo che era per voi il canone.

 

Questo penso, mentre sono passati anni e mi sento macinato dai testi. Sono passati anni e sono stati macinati i testi: non dai miei metabolismi di scrittore inadatto alla critica, alla filologia e all’erudizione, probabilmente inadatto alla scrittura in toto; bensì in assoluto, cioè storicamente e in occidente, mi sembra che siano stati macinati i testi stessi, “il testo” si sarebbe detto nei tuoi ultimi tempi e nei primi miei. Questa previsione centrale della fine del testo, questo momento geometrico del tempo che stiamo vivendo dopo di te – questa fatalità del tutto storica non l’avevi prevista. Noi viviamo il fascismo della Macchina, che per te era semplicemente storica e linguistica, mentre per Carmelo Bene era l’interezza della manifestazione, del divenire che, prima di divenire, deve essere e solo l’essere non è macchinico.

 

Non c’è da intentare nessun processo a te e tantomeno alle tue carni, oscenamente mostrate nei fotogrammi e nei pixel, tra i più aberranti di questa mia esistenza di quarantacinquenne, che si prepara a una fine propria e collettiva, cioè la fine di se stesso e la fine del testo. Avevi previsto la visione del tuo cadavere, avevi scoperchiato, almeno quanto Debord, la società occidentale che girava intorno al centro vuoto dello Spettacolo: “La ‘tolleranza’ della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc., hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza”. Certo si trattava di un’analisi da quotidiano, mancavano due anni alla tua morte e tu, sempre dalle colonne garantiteti da un giornale che si sarebbe scoperto essere stato diretto non soltanto dai fascisti ma anche dai più contemporanei piduisti, sfidavi i dirigenti della televisione. Tuttavia non posso non ravvisare nelle tue parole l’immensa ingenuità e il fascismo preternaturale che esprime i miti dell’autenticità e dell’origine, che con mossa repentina sintetizzavi in quell’avverbio tanto tenero e inerme, quel “così”: “l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali”. Ancora questo modo di impostare una differenza tra vecchio e nuovo fascismo, per via anzitutto linguistica, mostra quanta incomprensione della storia risieda laddove tu hai controllato le parole, le espressioni, l’impero a te famigliare delle tenebre future. Bisogna andarti a scovare laddove non ti controlli, letteralmente, nel fiato che ha i suoi vuoti e nel silenzio che dilaga tra sillaba e sillaba, nella poesia, per strapparti a questo pensamento storico che abolisce la minima attenzione che andrebbe tributata alla domanda metafisica, la quale qui si potrebbe declinare in questo modo: di cosa è fatta la storia e chi la vede, Pier Paolo Pasolini?

 

Nelle prime prose che ebbi vergogna di digitare su un computer oggi grossolano, salvando il testo su supporti di plastica oramai introvabili, vent’anni orsono, iniziai con il citare tue parole. Desideravo celebrarti? Intendevo difendermi? Da chi o da cosa? Da te? Dal mondo? Dalla storia. Dal fatto di esistere, e di esistere tanto male, tanto dolorosamente, tanto avvertendomi sbagliato e monco, interiormente e fisicamente monco. Ciò che provo a dire è che c’è stato un tempo, successivo alla tua morte, in cui tu potevi permettere a chiunque di giustificare qualunque cosa. Hanno fatto delle tue parole un appretto per una vita ordinariamente pessimista, per uno scetticismo stanco e laico che conservasse l’intensità dell’apocalittico e il sospetto di mantenere in vita un apparato libidico, il quale andava inesorabilmente spegnendosi, alla velocità con cui correva verso l’estinzione l’ordine borghese, la stessa classe borghese, senza la quale la tua macroanalisi deve essere aggiornata, mostra di subire gli acciacchi dell’anzianità. Perché andavo difendendomi così, disperato com’ero in quegli anni, cioè disperato di quella disperazione, poiché adesso sono disperato di una disperazione altra, perché mi barricavo o mi nascondevo dietro le tue parole? Accadeva perché le tue parole sono ricche di un’ambiguità che, ai tempi, era per me tanto virtuosa, tanto salvifica dal punto di vista di una psiche ammorbata dalla storia che viveva – e l’ambiguità consisteva nel reclamare un’indipendenza della lingua, quasi che il testo diffuso, scritto o orale o in figure, fosse veicolare a un silenzio interiore pacificato, pacificante. Tu scrivevi questo, a Milano, il 18 ottobre 1967, provvisoriamente salvandomi, condannandomi, illudendomi, confondendomi: “Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di PAZZI, la mia una borghesia di IDIOTI. Tu ti rivolti contro la PAZZIA con la PAZZIA (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’IDIOZIA? Ecc, ecc. queste sono state le nostre chiacchiere. Molto più belle le tue, e te l’ho anche detto il perché. Perché tu, che ti rivolti contro i padri borghesi assassini, lo fai restando dentro il loro stesso mondo... classista (sì, in Italia ci esprimiamo così), e quindi sei costretto a inventare di nuovo e completamente – giorno per giorno, parola per parola – il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere degli inventori di parole. Noi qui, invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali. E anch’io – come vedi. Non riesco a MESCOLARE LA PROSA CON LA POESIA (come fai tu!) – e non riesco a dimenticarmi MAI e naturalmente neanche in questo momento – che ho dei doveri linguistici... È un linguaggio che non prescinde mai dall’idea del potere, ed è quindi sempre pratico e razionale. Ma la Pratica e la Ragione non sono le stesse divinità che hanno reso PAZZI e IDIOTI i nostri padri borghesi? Povero Wagner e povero Nietzsche! Hanno preso tutta loro la colpa. E non parliamo poi di Pound! Per me era soltanto pura colpa... una pura funzione... la funzione attribuita dalla società dei padri PAZZI e IDIOTI, coltivatori di pratica e razionale – per detenere il potere, per distruggere se stessi? Nulla conferisce un senso, o meglio, una sensazione di colpa più profonda e incurabile che detenere il potere. È dunque incredibile che coloro che lo detengono desiderino morire?”.

 

L’intuizione, espressa con una perentorietà che non ha trovato pari nelle mie letture di italiani poeti e critici, era quella del continuum poesia-prosa, quale mezzo di trascendimento del controllo, dell’orma del potere che, anzitutto e come hai tentato vanamente di ripetere dall’inizio, è il potere egotico, siamo noi in prima persona. Una prosa mescolata alla poesia quale lingua veicolare alla pratica metafisica, cioè all’esperienza e al trascendimento dell’io, mi sembrava, nel 1995, il perno di un movimento che la civiltà occidentale avrebbe poi realizzato al contrario dell’orientamento metafisico a cui mi inducevano le tue parole, e questo movimento generale era una rivoluzione: la rivoluzione dei paradigmi di storia, politica, psicologia, comunicazione – cioè dell’umanismo. Che la metafisica sia umanistica, anzitutto, è concetto che in Italia non è possibile nemmeno tentare di illustrare, almeno quanto è improprio il tentativo di asserire che il continuum poesia-prosa sta tutto in Leopardi e in Pascoli e produce il tuo miraggio più equivoco, Petrolio.

 

Questa speranza, cioè un Pier Paolo Pasolini liberatore di energie spirituali che non hanno nulla a che vedere con lo spiritualismo, era vana, lo sapevo. Praticai un montaggio, per smentire quella proiezione tutta mia, facendo seguire altre parole a quelle indirizzate all’angelico Ginsberg: “Non è un cambiamento d’epoca, che noi viviamo, ma una tragedia”. E anche: “Evitare o lenire la catastrofe è compito del politico, che merita aiuto. In questo campo anche le forze spirituali più eccelse non possono cambiare nulla. Il loro intervento può essere, semmai, di natura censoria”. Queste due estrazioni da un corpo testuale complesso, quando non ondivago, ovverosia il tuo, costituivano per me la presa d’atto del momento interiore in cui si avverava la tua personalissima tragedia, non quella che attribuivi a una vasta collettività: tu ti scontrasti sempre con l’impossibilità di trascendere la storia. Questa impossibilità era presunta e maturava in presunzione: quella, per esempio, di non considerare a fondo una delle tre scrivanie a cui Pascoli lavorava, la dantesca, non i tre scritti danteschi, e in particolare La mirabile visione. Era abolire a priori ciò che cercavi, quella mescolanza (un termine platonico, del Platone del Teeteto) tra prosa e poesia, a partire proprio dall’oggetto della tua tesi universitaria.

 

Era dunque, per te, la tragedia di un popolo, di molti popoli: tu che conoscevi il canone tragico classico e ne parlavi distorcendo tutto, abbattendo i fulmini della storia sulla lingua che cercava di trascenderla. Quando operasti in traduzione da Eschilo, richiesto non da Carmelo Bene ma da Vittorio Gassman, scegliesti come pratica testuale l’abbassamento del mito a fenomeno civile, dall’aura classicista alla lingua orizzontale delle Ceneri di Gramsci. Il tentativo era disperante, non per te, ma per chi leggeva la verticalità abbassata a orizzonte: ed ero io, che leggevo. Leggevo quanto decretavi in questa forma: “La lingua di Eschilo, come ogni lingua, è allusiva, sì: ma la sua allusività è verso un ragionamento tutt’altro che mitico e per definizione poetico, è verso un conglobamento di idee molto concreto e storicamente verificabile. Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico”. Ero arrivato a intuire la remota possibilità di una prassi metafisica, facendo perno proprio su Eschilo, sul suo “agire è soffrire” e “agendo si sa”. Si trattava di chiedersi cosa  si sa e si trattava di stare al di là del ragionamento, del conglobamento di idee, del significato. Mi si presentava invece un Eschilo davvero pasolinizzato, laddove le funzioni dei personaggi sarebbero simboliche, cioè starebbero ad alludere a motivi ideologici, proprio quell’ideologia propria dei tuoi tempi. Questa cecità mi toglieva luce, quella tua perentorietà (“esclusivamente”) mi rendeva precario. A guidarti nella traduzione, che interpretavi alla maniera di un allievo di Vernant, avevi scelto Mario Untersteiner, cioè il filologo che ha aperto la via agli studi delle dottrine non scritte di Platone: un metafisico messo al servizio di una riduzione davvero tragica della tragedia a ragionamento, a significazione. Uno storicista come te coglierebbe una certa ironia in questo.

 

Hai sbagliato tutto? Sarei io uno che dice all’altro di avere sbagliato? Che cosa avresti sbagliato? Cosa c’è di sbagliato in una vita, in un’opera? Io sto qui scrivendo qui a chi non sente, inesistente Pier Paolo Pasolini che sei nei cieli, sto scrivendo di una delusione protrattasi negli anni, frutto di proiezioni e attaccamenti che convergono in un centro instabile e legionario: che sono io… Cosa ti ho scritto, dopotutto? Che senso ha questo ragionamento, questa fenomenologia minima e del tutto irrisoria, questo bigino del vissuto mio dei tuoi testi e delle tue immagini, delle immagini di te? È un ringraziamento o un’aggressione? E chi la nota? A chi frega qualcosa di te, di me, Pier Paolo Pasolini? A chi frega nel tempo, questo tempo che è mio e non è tuo, a chi frega di qualunque cosa? Dove si dà il rapporto di senso, nel momento in cui evapora il rapporto di senso tra umani e mondo, che fu il testo?

 

“Sono migliaia, non posso amarne uno…” è il verso che Enzo Siciliano mette a epilogo della tua vita secondo lui. Sta in quell’epilogo per spiegare l’impossibilità di condurre un eros notturno e caliginoso come il tuo a un compimento di amore, di soddisfacimento o, secondo la metrica psicanalitica cara a certe cerchie di quei tempi, il riconoscimento del padre che è ambiguo, è amato e odiato. C’è un padre meno ambiguo che mai in Petrolio, questo cartafaccio precocemente invecchiato, dove ti domandi e domandi quale movimento del personaggio simbolizzi il super-io, mostrando la corda della tua fede storicistica, decidendo che devi invecchiare anche tu. Chi è questo padre che è passato e cosa significa invecchiare? Su di te, a partire da questo capolavoro abortito e tutto autostoricizzantesi che è Petrolio, Emanuele Trevi ha scritto qualcosa, che è uno dei migliori testi italiani di questi anni che non sono tuoi. Si intitola Qualcosa di scritto ed è capace di indurre una speranza, una stupefazione, in chi come me ha sperato che il fiato della lingua purissima, di cui eri capace e che non comprendo se ti affascinava davvero, fosse la veicolazione a quel momento metafisico a cui accennavo sopra. Trevi va a recuperare le tracce evidenti di un tuo gnosticismo o, per essere più precisi, di un orfismo pasoliniano, erigendo uno strepitoso discorso scritto sulla seconda parte di Petrolio. Trevi va a compiere Pasolini laddove Pasolini non riusciva a compiersi: il trapassato remoto non è il passato, non è il paterno, c’è qualcosa dentro, cioè prima, del padre. Ciò si annuncia in Petrolio nell’Appunto 65bis, in quel giardino medioevale dove collochi la stessa scena che Fellini e Flaiano composero per La dolce vita, conducendo lo sguardo di Mastroianni in uno spazio che sta oltre la disperazione e la riconoscenza e il terrore: “In mezzo al giardino era seduto il padre, su una seggiola di vimini realistica, appunto, da giardino. La luce non era quella elettrica, modica e triste per la sua discrezione elegante, quasi obbligatoria in un mondo regolato da leggi intrasgredibili: la luce come si deve di un giardino infossato in un quartiere ricco indifeso contro il silenzio notturno di un’antica notte di primavera. Si trattava piuttosto di una luce universale, che proveniva direttamente dalle stelle. Il vecchio taceva, come se tutto fosse stato detto, o come se il parlare fosse superfluo. Quale autore e inventore di questa Visione, devo dire che l’Anacronismo può ritrovare realtà e attualità, ma ciò non avviene per caso. È la necessità del permanere del Passato nel protervo tempo moderno, che lo rende eloquente. È vero che si tratta di un ritorno e di una risistemazione effimera, tuttavia nel momento in cui è, è”. Questa è l’unica volta in cui, percorrendo in lungo e in largo quell’opera monumentale e multimediale che hai consegnato, in quanto passato, a un futuro, che è anche adesso, Pier Paolo Pasolini, imputato di amore eccessivo, riconosci che è semplicemente essere, soltanto essere, il modo per comprendere e trapassare la macchina dei mondi, per trascendere il dolore dopo averne fatta esperienza, per spegnere quella sete di amore che ha tormentato te e me e tutti noi che leggiamo non come profezie, ma come poesia possibile, ciò che per te stesso e per noi hai fatto, non essendo padre nostro e tantomeno nostra madre, nonostante tu avessi la potenza e il diritto di agitare quella madre nostra che è la lingua italiana, all’interno della quale non stava nessuna salvezza, nessuna previdenza, nessuna persistenza di nessun passato, bensì lo scorrere nebulare che ci attende domani, senza di te, mentre evaporano in nubi i testi e l’autentica omologazione è che chiunque di noi è una cosa sola, riconosciuta, il che è radice e della sete e dell’amore, del sentimento che portiamo per te e per ogni mancato padre, poco meno che per ogni mancata madre, la scena delle scene possibili che non hai girato, non hai scritto, non hai tradotto, Pier Paolo Pasolini che sei cielo e inesistenza.

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