Prima della guerra

Le guerre cominciano molti anni prima dello scoppio, parola che da sempre usiamo per fotografare l’istante in cui si sparò il primo colpo, cadde la prima bomba, ci furono le prime vittime. Scoppio, che se isolata fa pensare a cose che riconducono al gioco, lo scoppio di un pallone, o a piccoli disagi come quando si buca una gomma dell’auto. O: la guerra è esplosa tal giorno; ma esplosi Christa Wolf lo diceva dei ciliegi a primavera e dopo il disastro di Chernobyl, nel suo Guasti (edizioni e/o) scrive: 

 

«Un giorno, di cui non posso scrivere al presente. I ciliegi saranno fioriti. Io avrò evitato di pensare: esplosi; i ciliegi sono esplosi, come ancora l’anno prima potevo non solo pensare ma anche dire senza esitazione, pur se non più con l’assoluta consapevolezza di una volta.» 

 

Le guerre cominciano prima, molto prima e si combattono in forma di parole, di disprezzo che nasce e cresce, di odio che si alimenta. Le guerre cominciano prima e si annunciano, ma nessuno se ne accorge, attraverso l’insulto, attraverso qualche buon consiglio: “Forse è meglio che non ci facciamo vedere insieme.”; “Sarà il caso signore che il suo caffè vada a berlo da un’altra parte.”; “Mi dispiace, non posso più a venire a comprare il latte da lei.”. E qualche mese dopo: “Figliolo, sarà meglio, per prudenza, che tu non giochi più di pomeriggio con il figlio dei Rosenthal”. Non ci sono ancora delle leggi, non sono stati fatti proclami. La gente non sa ancora che deve avere paura, non sa ancora di averne, non ha ancora capito di essere in pericolo. La guerra è già cominciata ma la gente non crede che sia possibile. Un uomo non può pensare che il suo socio lo abbandonerà. Una donna non crederà mai al fatto che le amiche, con le quali ha condiviso il tè per decine di pomeriggi, presto faranno a meno della sua tazza.

 

«Vivo come se non fossi un ebreo, pensò con stupore. In questo momento sono un cittadino minacciato, è vero, ma sono ancora ricco e finora nessuno mi ha torto un capello. Com’è possibile?»

 

Le guerre cominciano prima, e solo molto tempo dopo la loro fine, o forse mai più, i sopravvissuti torneranno a dire cose come: “È scoppiata la primavera.”

La ricerca delle ragioni di conflitti tremendi come la seconda guerra mondiale non si esaurisce mai. Vuoi perché la ragione con tutto ciò che è avvenuto non c’entra nulla. Le ricercano gli storici, i filosofi; le ricercano gli scienziati, le ricerchiamo tutti noi venuti dopo, sopravvissuti solo per fortuna, per scarto temporale, per essere nati più avanti. Le ricercano i poeti, le ricercano i narratori. Due romanzi usciti in questi primi mesi del 2019 ci riportano a questa esplorazione.

 

«O forse vogliono spogliarci con cura, prima di ammazzarci, così da non sporcare di sangue gli abiti e non sciupare le banconote. Oggigiorno si uccide con oculatezza.»

 

Il Viaggiatore di Ulrich Alexander Boschwitz (Rizzoli 2019, trad. Marina Pugliano e Valentina Tortelli), venne pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1939 per poi essere dimenticato per ottant’anni. Il suo autore era figlio di un commerciante ebreo di Berlino e di una benestante di Lubecca, nel 1935 dopo l’emanazione delle leggi razziali fuggì dalla Germania; in seguito, durante il conflitto, fu espulso dall’Inghilterra e deportato in Australia. La nave che nel 1942 riportava in Europa gli esiliati affondò, sotto i bombardamenti della marina tedesca. Boschwitz fece in tempo a pubblicare questo romanzo importante e interessante, in pratica in prima stesura, l’editing è avvenuto ottant’anni dopo a cura di Peter Graf che firma anche la postfazione. La definitiva forma del libro è uscita nel 2018, ad oggi è tradotta in circa 20 paesi.

 

«Nonostante tutto sono prigioniero. Per un ebreo il Reich non è che un campo di concentramento, solo più grande.»

 

La storia prende spunto dall’esperienza personale di Boschwitz, dalle sue origini e dalla sua fuga e comincia il giorno dopo la Kristallnacht, Notte dei cristalli. La notte tra il 9 e il 10 novembre del 1938 furono distrutte sinagoghe, luoghi di aggregazione, cimiteri, uffici, case, negozi; ogni posto in cui la comunità ebraica si ritrovava per piacere, dovere, per lavoro o per preghiera venne demolito o bruciato. La mattina dopo inizia il viaggio di Otto Silbermann, stimato e ricco commerciante ebreo. Otto non somiglia agli ebrei, nessuno lo scambierebbe per tale, può fingersi un ariano se vuole, e ogni tanto lo farà. Qualcuno bussa forte alla sua porta, eccoli, sono arrivati, scappa da un’uscita secondaria, lascia lì sua moglie e un ariano che sta cercando di comprargli la casa a un prezzo stracciato. Scappa ma dove va, cosa fa? Il suo socio, anch’egli ariano, è ad Amburgo per concludere un’importante affare per la loro ditta. Otto pensa che raggiungerlo sia una buona idea; Becker gli è sempre stato fedele, si sono sostenuti, lo aiuterà. 

 

 

«Agli ebrei è vietato vivere […] Vuole adeguarsi al principio?»

 

Corre in stazione e sale sul treno per Amburgo. Comincia così uno straordinario e terribile viaggio, che lo porterà avanti e indietro tra Amburgo e Berlino, a Dortmund, ad Aquisgrana, di nuovo a Berlino e poi chissà dove ancora. In prima classe è più sicuro, si dice Otto, per cambiare idea poco dopo, meglio in seconda per confondersi di più, o forse la terza classe dove viaggiano i più poveri. Nessuna classe è tranquilla, nessun treno, gli amici voltano le spalle, i conoscenti salutano a stento, al caffè di sempre ti consigliano di andare, ti sforzi all’occorrenza di fare il saluto degli ariani, sorridi agli ufficiali, conversi amabilmente mentre l’ansia ti monta dentro, mandi telegrammi a tua moglie sperandola al sicuro, telefoni a tuo figlio a Parigi, provi la fuga in Belgio, ti rimandano indietro, risali su un treno, ripassi da casa, presti dei soldi, corteggi una donna, leggi un libro, risali su un altro treno.

 

«Lasci perdere il dolore cosmico, lei non può permetterselo! Solo dopo, quando potrà digerire il rospo, potrà cedere alla malinconia!»

 

La grande bravura di Boschwitz è di aver cercato le ragioni della guerra mentre quelle ragioni si formavano, quando aveva vent’anni. Ha disegnato un personaggio straordinario, un uomo vile e coraggioso allo stesso tempo. Un uomo che fa fatica a separarsi dal proprio denaro salvo poi non curarsene più l’attimo dopo. Un uomo che si nasconde stando sempre in bella mostra. Un uomo che si racconta, mentre ancora non capisce la propria paura, che non potranno fargli nulla, lui ha combattuto per il paese durante la prima guerra mondiale, lui è un tedesco. Poi la paura arriverà e sarà la somma di tante piccole paure, agli occhi del lettore sembrerà un uomo piccolo e il simbolo di tutti i disperati. Un uomo tranquillo che passa le sue ultime probabili ore di libertà senza capire, testimone della perdita di tutta l’umanità. L’orrore era già arrivato e la gente non poteva crederci, non aveva gli strumenti per capirlo.

 

«Rallegratevi di non avere bambini.» «Prova a immaginare, se nel ’31 avessimo avuto un figlio… Nel ’32 ce lo saremmo portati appresso a Roma, un bambino piccolissimo. Da Rom ad Alassio. Da Alassio a Sanremo. Da Sanremo a Rapallo. A quattro anni a Parigi. […] Nessun cibo adatto ai bambini. Dove avremmo lavato i pannolini?»

 

Prima del buio di Hans Joachim Schädlich (Guanda 2019, trad di Silvia Albesano) incrocia la Kristallnacht verso metà della storia che racconta. La fuga dei due protagonisti, due pittori, il tedesco Felix Nussbaum e della polacca Felka Patek, prende il via cinque anni prima nel 1933. I due si trovano a Roma, Felix è un borsista e a Villa Massimo viene aggredito e insultato per le sue origini ebraiche. Roma non è più sicura, in Germania non si può tornare. I due pittori cominciano a viaggiare, il loro spostarsi sarà diverso da quello di Otto Silbermann. Andranno prima in Liguria, quando l’Italia non sarà più sicura andranno in Francia, a Parigi, poi a Ostenda e infine a Bruxelles. La loro storia è vera.

 

«Mi fanno paura gli stivali e gli elmetti d’acciaio tedeschi. Non riesco più a uscire di casa.»

 

Il libro è diviso in tanti piccoli paragrafi a volte di una pagina a volte di mezza pagina soltanto, retto quasi per intero da dialoghi tra i due protagonisti. Ha il passo di un diario tenuto da un osservatore esterno. Colpisce l’amore dei due pittori, la delicatezza e la forza con le quali si sosterranno, la voglia di fare di ogni luogo, anche se si tratta di una camera di una pensione, una piccola casa, qualcosa che la ricordi. Nel loro attraversare l’Europa troveranno sempre qualcuno che li aiuterà, come i vicini di casa di Bruxelles, o gli amici che danno una mano a Felix a vendere alcuni quadri negli Usa. Avranno paura ma anche la speranza che le cose in qualche modo prima o poi cambieranno. Ci sarà l’angoscia di Felka quando non avrà più notizie dei suoi familiari, il terrore di Felix quando saprà che anche i suoi parenti sono in pericolo. Dipingeranno ceramiche, si diranno che tutto andrà bene ma nulla andrà bene. Nulla. Resta la loro storia a far memoria e la bravura di Schädlich che ce l’ha raccontata.

 

«Dov’è suo marito?» «In Francia. In un campo di internamento. Ne sarete certamente informati!»

 

Sono gli anni prima della guerra, Il viaggiatore è un romanzo che ha il dono della preveggenza; Prima del buio è la storia vera di due innamorati, due artisti, entrambi i libri ci dicono che quello che sta per accadere non ci pare mai molto chiaro, i protagonisti non avvertono la paura al principio, ci mettono un po’ a capire quanto male stiano andando le cose e continuano a sperare fino alle ultime pagine.

Queste storie e tutte le altre sono i nostri testimoni, sono moniti, servono a far memoria, a non smettere di domandarsi, a continuare a guardare negli archivi e nei cuori. Ci ricordano di non voltarci dall’altra parte, accogliere viene prima ed è meglio del fuggire.

 

«Felka apre la porta dell’appartamento. Felix e Felka si abbracciano e piangono.»

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO