Prima e dopo

Alla fermata del tram una signora sbraita, adesso anche il papa vuole aprire i porti, lo farà con le offerte che noi diamo in chiesa, dice all’amica. Non capisco se parla di porti o porte, intanto ecco i noi e i loro, avvolti da una stessa paura. Chi sprizza risentimento e avversione spesso però non ha abbastanza immaginazione per presagire che cosa può capitare, né la minima idea di come può andare a finire. Per un attimo un brivido mi fa pensare: siamo ancora al prima, certo, mica toccherà incontrare l’orrore che rimbomba nel dopo. 

Uno dei film che racconta paradigmaticamente il dopo è 1945 di Ferenc Tőrők (2017). È il 12 agosto del 1945, la radio trasmette notizie sulla bomba atomica sganciata a Nagasaki il 9 agosto, e in un piccolo villaggio ungherese arriva un treno. Un giovane e un vecchio, forse padre e figlio, scendono con due grandi bauli con la scritta “profumi” e li caricano su un carretto. Si mettono in marcia senza parlare, si dirigono a piedi verso il villaggio.

 

Nessuno conosce le intenzioni dei due sconosciuti, le cui vesti sono quelle degli ebrei ortodossi. Gli abitanti iniziano ad agitarsi per lo spavento. Perché nel paese tutti sanno quanto è accaduto, chi ha tradito, chi si è voltato dall’altra parte, chi si è impossessato legalmente dei beni altrui, chi avrebbe voluto, ma non si è arrischiato a difendere i deportati. E proprio quel giorno stanno per celebrarsi le nozze del figlio del notaio, il potente del paese, un droghiere faccendiere che durante la guerra ha complottato e ora è già pronto ad accordarsi con i russi che scorrazzano con fare da vincitori. 

Il rimosso mette in moto un plot giallo. Il senso di colpa proietta sui due ebrei il timore che siano ritornati per vendicarsi, per riprendersi case e negozi: chi è stato carnefice ora si sente vittima. Il panico che si impossessa del villaggio produce il desiderio di un’altra persecuzione, c’è chi si mette a seguire il silenzioso corteo mettendo mano al forcone, anche i nuovi arrivati, i russi che controllano la zona e hanno trovato alleati nel villaggio, sono sospettosi davanti alla lunga marcia dei due sconosciuti. Segreti colpe rimorsi sospetti tradimenti: come se il villaggio tutto stesse agendo un collettivo post traumatic stress disorder che dispiega e ripete il copione della distruttività, produce nuovi crimini e atti suicidi. 

Intanto i due uomini camminano instancabili senza occuparsi di quanto li circonda. E raggiungono il cimitero. Perché è questo lo scopo del ritorno: interrare i ricordi, oggetti e abiti, di adulti e bambini, al posto dei loro corpi che non hanno avuto sepoltura. Perché è il numero tatuato a testimoniare a che cosa padre e figlio sono sopravvissuti. Il brusio si interrompe, i due, come nel finale di un film western girato in bianco e nero, riprendono la strada verso la stazione. Un treno ha aperto il film, un altro treno li porterà via.

 

 

1945, che ha la forma dell’apologo, è situato nell’anno che divide la pace dalla guerra, ma in Ungheria, che sta per diventare Europa dell’est, il dopoguerra non riuscirà a elaborare le conseguenze dei rovesciamenti che, negli anni cinquanta, produrranno un regime repressivo prima e una rivoluzione poi, accompagnati da oscillazioni e rese dei conti sempre brutali. 

Dunque, forse non è un caso se l’ironia icastica che pervade il film è la stessa che ritroviamo nelle pagine di Agota Kristof che racconta la storia ungherese di quegli anni con le tonalità di una fiaba crudele e una rappresentazione archetipica del Gemello, figura saggia, divina e vendicatrice.

Claus e Lucas, l’uno l’anagramma dell’altro, sono due fratelli che si addestrano al dolore e all’indifferenza in una Piccola Città, dove vivono una povertà radicale circondati da figure spaventose: Nonna, Nostra Madre, Nostro Padre. Intorno il paesaggio è calcato da eserciti stranieri, i cadaveri sono dappertutto, le frontiere minate. E la fine della guerra non promette la fine dell’orrore, perché “La frontiera è ricostruita. Ora è diventata invalicabile. Il nostro paese è circondato di filo spinato; siamo completamente tagliati fuori dal resto del mondo”.

 

I gemelli si ribellano, poi si rassegnano, ma sopravvivono perché riescono a scrivere, a stipare tutto quello che accade – gli studi, l’esercizio di accattonaggio, la fuga, l’arrivo dei nuovi stranieri –, in un grande quaderno.

Il grande quaderno è il titolo della prima parte della Trilogia della città di K. che continua a inseguire Claus e Lucas in La prova e in La terza menzogna, quando crescono e sanno che devono separarsi: uno di qua, uno di là dalla frontiera. 

I due sono riusciti a non soccombere, a non arrendersi, anche escogitando un originale addestramento quotidiano che chiamano Esercizio di irrobustimento dello spirito: “Nonna ci dice: – Figli di cagna! La gente ci dice: – Figli di una Strega! Figli di puttana!
– Altri dicono:
– Imbecilli! Mascalzoni! Mocciosi! Asini! Maiali! Porci! Canaglie! Carogne! Piccoli merdosi! Pendagli da forca! Razza di assassini! Quando sentiamo queste parole, il nostro volto diventa rosso, le orecchie ronzano, gli occhi bruciano, le ginocchia tremano.
Non vogliamo più arrossire né tremare, vogliamo abituarci alle ingiurie e alle parole che feriscono.
Ci sistemiamo al tavolo della cucina uno di fronte all’altro e, guardandoci negli occhi, ci diciamo delle parole sempre più atroci:
Uno:
– Stronzo! Buco di culo! L’altro: – Vaffanculo! Bastardo! Continuiamo così finché le parole non entrano più nel nostro cervello, non entrano nemmeno nelle nostre orecchie. 

Ci esercitiamo in questo modo una mezz’ora circa ogni giorno, poi andiamo a passeggiare per le strade.
Facciamo in modo che la gente ci insulti e constatiamo che finalmente riusciamo e restare indifferenti.

Ma ci sono anche le parole antiche.
Nostra Madre ci diceva:
– Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia!
Miei bimbi adorati!
Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime. Queste parole dobbiamo dimenticarle, perché adesso nessuno ci dice parole simili e perché il ricordo che ne abbiamo è un peso troppo grosso da portare. Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo. Diciamo: 

– Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene... Non vi lascerò mai... Non vorrò bene che a voi... Sempre... Siete tutta la mia vita... A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua”.

 

Gli esercizi di Claus e Lucas sembrano lontani anni-luce, eppure…, chissà se già oggi nelle nostre scuole, i bambini, quelli cosiddetti italiani e quelli cosiddetti stranieri, in gran numero proprio nei nidi, nelle materne e nelle scuole elementari, non stiano praticando qualcosa di simile. La legittimità che il discorso politico ufficiale sta concedendo al razzismo e all’insofferenza nei confronti dell’altro investe in profondità i bambini. Che sono impotenti fisicamente e non riescono a mentalizzare psichicamente la cattiveria maltrattante. Che cosa è già accaduto e che cosa sta accadendo nelle teste dei bambini che non mangiano in mensa con gli altri, non hanno diritto al diario perché i genitori non hanno potuto pagare la quota, frequentano nidi e asili dove maestre psicologicamente problematiche, a volte apposta, a volte inconsapevolmente, vessano soprattutto i bambini stranieri, capri espiatori del malessere scolastico. L’infanzia rimane ottimista, dice Agota Kristof, ma anche il bambino cosiddetto nostro si accorge di quello che capita all’altro che ha accanto.

 

Siamo ancora al prima, certo. E tutto sul prima, siamo tra il 1919 e il 1929, è Il tempo degli stregoni di Wolfram Eilenberger (su doppiozero ne ha parlato Marco Belpoliti), che monta con ritmo da thriller le vite di Wittgenstein, Heidegger, Benjamin e Cassirer. Ma il lettore conosce gli avvenimenti successivi che emergono nel ricordo del dopo.

Il 10 giugno 1922, ad Amburgo, il filosofo Ernst Cassirer scrive al vicino per protestare per gli insulti che aveva rivolto a sua moglie e a suo suocero durante la sua assenza da casa il giorno prima. “Un certo Hachmann, il cui giardino al di là del canale confinava con la proprietà dei Cassirer, a una cortese richiesta di Toni Cassirer, aveva replicato furibondo: Perché, crede che voi non disturbiate? Basta guardarvi, dovreste andarvene tutti in Palestina”.

Dall’esilio americano, ripensando al prima, Toni Cassirer ricorda proprio quell’episodio e rievocherà quella lite tra vicini come una vera e propria cesura: Da quel giorno iniziò il mio distacco dalla Germania

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