Primo Levi e il monumento ai caduti

A Canale d’Alba nella Piazza del Municipio domenica 30 settembre 1977 si inaugura un monumento. Si tratta dell’opera di Gino Scarsi, uno scultore locale. È un omaggio ai “Caduti e dispersi delle due guerre mondiali”. L’iniziativa è promossa dai circoli di base, dal movimento non violento, da una comunità cristiana di base del luogo e da gruppi politici locali. La scultura è una struttura in ferro modellata a caldo del peso di circa dieci quintali; raffigura una mostruosa creatura a tre teste su cui stanno tre copricapi che l’identificano: un generale, un fascista e un capitalista; ai loro piedi un soldato morto indossa un elmetto. Ricorda un disegno di Enrico Baj. La scultura sarà poi itinerante, esposta in altri luoghi, dal 1984 è ad Acri. L’autore collezionerà quattro denunce per vilipendio, ma sarà prosciolto in istruttoria. Primo Levi è presente. Il suo nome non c’è sul manifesto che annuncia l’iniziativa, tuttavia la sua partecipazione è gradita al gruppo di giovani che hanno organizzato l’iniziativa.

 

L’hanno invitano a prendere la parola. Paola Agosti, fotografa che ha rappresentato il mondo contadino del Piemonte e anche il movimento femminista degli anni Settanta, è presente e scatta una serie di immagini. Paola ha trent’anni e conosce da tempo Primo, dal momento che è amico dei suoi genitori. A distanza di tempo racconterà che queste sono le uniche fotografie che ha scattato. Aveva pensato di farlo successivamente, ma non è accaduto. Sono immagini molto belle perché ritraggono un Levi sorridente, a proprio agio tra i giovani. Parla al microfono e intorno a lui ci sono i promotori della iniziativa. Apre leggermente le braccia nella tipica posa dell’oratore, anche se non c’è nulla di retorico nella sua gestualità, appare spontaneo. Indossa una giacca e nel taschino ha infilato la proverbiale penna, quella che ha portato per anni quando lavorava come dirigente della Siva, la fabbrica di vernici. L’anno seguente uscirà La chiave a stella, romanzo dedicato al lavoro. Porta il pizzetto, la barba e i capelli si sono imbiancati. Gli ha sempre fatto molto piacere parlare con i giovani. Ha cominciato presto, ogni volta che ne aveva occasione, ma è solo dopo la ripubblicazione di Se questo è un uomo presso Einaudi nel 1958, che è diventato un punto di riferimento per loro.

 

Nel 1959 viene inaugurata a Torino la mostra sulla deportazione realizzata a Carpi quattro anni prima. Levi partecipa alla presentazione dell’iniziativa nella sua città. Ci centinaia di giovani ad ascoltarlo e l’incontro viene ripetuto. Sul quotidiano “La Stampa”, nella rubrica “Specchio dei tempi” una ragazza, figlia di un fascista, chiede se è vero quello che ha visto nella mostra, se davvero le cose orribili raffigurate sono accadute. Il giornale chiede a Levi di rispondere: “No, signorina non c’è modo di dubitare della verità di quelle immagini”. Il testimone vuole parlare ai figli di quegli uomini che hanno collaborato o chiuso gli occhi davanti all’abominio della deportazione e dello sterminio. Dopo anni in cui si è parlato solo della Resistenza in termini eroici, a partire dal 1955 s’affronta finalmente l’argomento della deportazione nazista. Il suo libro passa di mano in mano e si esauriscono rapidamente le varie tirature approntate via via da Einaudi. Il testimone Levi viene invitato nelle scuole.

 

Torna a parlare dopo oltre un decennio dalla sua prima testimonianza scritta. Di più: riceve a casa giovani studenti che stanno realizzando tesine per la maturità sul suo libro. Perciò eccolo qui a Canale d’Alba circondato dai ragazzi dei comitati di base. Sono loro che l’attorniano, come il ragazzo in primo piano che stringe il pacco dei fogli; indossa una giacca di lana a scacchi abbigliamento dell’epoca. Levi sorride anche se sta probabilmente parlando di eventi dolorosi, dei “caduti e dispersi di due guerre mondiali”. La testimonianza non è solo qualcosa di triste. Resa in mezzo a quei ragazzi è animata anche dalla speranza. Probabilmente sta spiegando, come ha risposto alla ragazza, “quali riserve di ferocia giacciano in fondo all’animo umano, e quali pericoli minaccino, oggi come ieri, la nostra civiltà”. Si è recato a Canale per ripeterlo ancora. Per questo, con ogni probabilità, quella è stata una bella giornata.

 

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Foto di Paola Agosti.

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