Quindi l’amore è così triste

Il virtuosismo: «Il fatto e la qualità di possedere, e di dimostrare, una grande abilità tecnica» dice il vocabolario Treccani. Hagai Levi, classe 1963, israeliano, dal 2005 al 2008 ha ideato, scritto e diretto la serie BeTibul, che poi nei suoi fortunati adattamenti culturali in Usa, Francia, Italia, Serbia, Romania, Paesi Bassi abbiamo conosciuto come In Treatment (In terapia). Nel 2014 ha creato The Affair per ShowTime. In Treatment ha vinto la scommessa di portare i tempi lenti, dialogati, intellettuali del teatro nella complex tv. Non era facile: la serie aveva cinque episodi la settimana: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì c’era un paziente diverso, che ritornava la settimana successiva, e il venerdì lo psicanalista andava dal suo mentore, dal suo psicanalista supervisore.

 

Due persone sedute una di fronte all’altra, su poltrone o divani. La dialettica intelligente e intima tra chi deve scardinare difese e chi vorrebbe guadagnarsi il benessere senza attraversare il lago ghiacciato e rovente del dolore da scoperchiare. Nella più recente stagione di In Treatment (HBO 2021, Usa, vista su sky), la psicanalista Brooke Taylor, figlia di un padre archistar e di una madre anaffettiva, è una donna afroamericana che vive in una villa nel quartiere degli afroamericani benestanti di San Francisco; tra i suoi pazienti un intelligentissimo e sensibilissimo giovane ispanoamericano, e una diciottenne afroamericana inaridita dal benessere e dal dover essere che le impone la nonna materna; Taylor, che è afflitta dall’alcolismo, contro cui combatte e in cui ricade, è spesso travolta da emozioni intensissime, che la riagganciano al suo vissuto.

 

Commette anche errori di protocollo, in particolare scaldando con il suo cuore di madre mancata le terapie con i giovani. A distanza di tanti anni In Treatment come format teatrale dai dialoghi serrati e sofisticati funziona ancora.

Forse forte di questa resistenza del suo successo, Hagai Levi si è dato una sfida gigantesca: riportare negli Stati Uniti (Boston) del 2021 la Svezia che Ingmar Bergman aveva fatto saltare per aria nel 1973, con la prima e propria serie tv intellettuale europea: Scene da un matrimonio durava sei ore intere, letterariamente spartite in sei capitoli di un’ora, con il loro titolo romanzesco. Una “happy family” borghese e progressista di Stoccolma, lui prof universitario, lei madre di due figlie, colta ma casalinghizzata, apre la serie con una intervista di una rivista, che li propone come la famiglia perfetta. Una giornalista li tormenta eccitata e superficiale, e un fotografo li inchioda sul divano con decine e decine di scatti imbalsamanti. Piano piano, l’identità di lei (devota e piuttosto taciturna secondo cliché sessisti) sgorga e cresce: comincia ad essere dialettica con lui, che va in crescendo di fastidio, imbarazzo, stizza, finché un giorno torna a casa rivelandole che è innamorato folle di una studentessa e che la sera stessa partirà per Parigi con lei, piantando in asso moglie e figlie, inseguendo nella sua crisi di mezza età la giovinezza.

 

Da quel punto la trasformazione di lei (Liv Ullmann) accelera: da un break-down spaventoso risale in dignità, e poi in riscatto autonomo, sino a farsi donna sola e lavoratrice, indipendente, con amanti passionali. Scene da un matrimonio nel 1973 in Svezia scatenò una vera ondata di divorzi voluti da donne ispirate dalla serie televisiva; in Italia (dove la serie arrivò tagliuzzata in un film lunghissimo nel 1974), una legge del divorzio c’era soltanto dal 1970, e certo la vittoria del referendum per l’aborto voluto dai radicali nel 1978 si avvalse di quella spinta culturale. Sia in Svezia che in Italia, va ricordato, Scene da un matrimonio venne programmato su uno dei pochi canali nazionali allora visibili, che garantivano un’audience enorme e interclassista.

 

 

Rifare Bergman cinquant’anni dopo! Un’idea di per se stessa spericolata, che Levi ha certo affrontato conscio del suo virtuosismo di scrittore, showrunner e regista. 

Al posto di Liv Ullmann, Jessica Chastain: icona sfida icona. 

In questi cinquant’anni molti titoli hanno piantato il coltello nelle crisi coniugali. Hagai Levi aveva la sua prova complicata e contaminata da tanto altro cinema da camera: Carnage nel 2011 di Roman Polanski dalla pièce di Yasmina Reza (lì due coppie di coniugi si macellano su un conflitto tra i loro figli); Marriage Story nel 2019 di Noah Baumbach con Scarlet Johansson e Adam Driver; Malcolm & Marie nel 2021 di Sam Levinson con Zendaya. 

Le scelte-chiave di Levi sono due:

  1. L’azione disgregatrice del matrimonio cinquant’anni dopo passa dal marito alla moglie;
  2. Quella scena iniziale di Bergman, che indicava come “la società” volesse verificare e imporre l’happy family, diventa una doppia cornice di “making of” della complex tv: ognuno dei 5 episodi (non più i sei di Bergman) accompagna i protagonisti dal set nella prima inquadratura del girato; alla fine la macchina da presa si ritrae dalle case e scivola via nel giardino, nella natura, nella città che va avanti eternamente, delicatamente, bellissimamente, fuori da quel massacro detto “amore”.

 

In Bergman c’erano anche molta violenza domestica, crudeltà verbali e persino mani addosso, di impatto sconvolgenti allora e ancora oggi, se si riguarda l'urtext di Bergman a tanta distanza di tempo. Certo portare in scena la crudeltà mentale che tutti conoscevano, credendo che la propria vicenda fosse particolarmente sfortunata e colpevolizzante, fu una botta enorme sul piano della consapevolezza diffusa. In Levi potrei dire che è una immensa, raffinata, delicata tristezza a pervadere ogni istante. Il plot bergmaniano è rispettato spesso alla lettera, nel gioco davvero virtuosistico del ribaltamento lei/lui del 2021. Il lui questa volta potremmo dire che è davvero perfetto! Dialogante, premuroso, rispettoso, paterno con la bimba, domestico, innamoratissimo, eppure (non posso dire da maschio 2021: ahimè) tanto non basta alla sensuale, bellissima lei! Tutta agitata nelle sue corse fuori di casa, madre distratta e bistrattata dalla figlia, caricatissima sulla carriera top, verso il denaro, verso i feticci dello chic, ovviamente si innamora del brillante collega e pianta in asso l’uomo perfetto (Poli lo vediamo solo all’ultimo episodio, ed è luiii!!! L’attore israeliano Michael Aloni bravissimo e tenerissimo interprete di Akiva Shtisel!).

 

Uuuh com’è triste e triste l’amore per Hagai Levi! Fare l’amore è bello ma dopo si è tristi (omne animal post coitum triste). Litigare è orrendo ma subito dopo si sta meglio ma tristi. Triste è l’amore, dunque? Anche quando si prova ad andare oltre il matrimonio trasformandosi da coniugi in amanti? Bergman allora sovvertiva la morale piccoloborghese, con quel finale. Oggi la meta di definitivo riscatto dall’amore-dipendenza parrebbe la poliamoria, ma chi ci prova ha un sacco di guai… Davvero proteggere l’amore è possibile tenendosi a casa un coniuge per tradirlo con chi amiamo di più? Fare sesso travolgente ogni tanto, trovandoci di nascosto, con addosso la paura di essere beccati e la tristezza, a volte lo squallore, di congedarsi ogni volta e ogni volta tornare a casa?

 

I dialoghi dell’ultimo episodio di queste scene da un matrimonio contemporanee sono stupendi; lei dice a lui: «Ti è sempre servita accanto una testimone della tua vita»; e qui touché lui, un punto per lei. Lui dice a lei: «Non sento più quel bisogno di sentirmi moralmente superiore»; e qui touchée lei, che rosica perché lui ha storielle sessuali “una botta e via” quanto lei, che si autodefiniva grazie alla ritrovata “inafferrabilità neo-adolescente”. Divorziare è un lutto grande per noi, enorme per i figli. L’amore semina dolore quando finisce, ma spesso già quando inizia, se sei travolto mentre stai con un’altra… «Io t’amo ancora come sono, strampalata, e tu mi ami ancora come sei, complicato» dice Jessica Chastain mentre sale la luce dell’alba sul ghiaccio e sulla neve fuori dalla casa dove loro sono stati abbracciati nudi tutta la notte, al calduccio, tra eros e incubi.

Poi sui titoli di coda i due attori (lui è Oscar Isaac) se ne vanno abbracciati a affettuosi dalla scena al set, e, davanti ai due camerini personali, si separano, con quella tristezza che ti prende sempre quando qualcosa di bello finisce.

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