I nemici di Roma in battaglia

Abbiamo già considerato Tacito che scrive dei raid compiuti dai Germani; se manteniamo lo stesso autore ma ci trasferiamo in altri teatri di guerra, considerando altri nemici di Roma, le parole e i giudizi non cambiano. Dalle reiterate rivolte in Africa negli anni 20-22 d.C., represse in confronti aperti dal proconsole Apronio dopo le iniziali sorprese, deriva il cambio di tattica degli insorti: 

 

“Tacfarinas, poiché i Numidi, sgomenti ed abbattuti, non volevano più saperne di assedi, cominciò a dar battaglia or qua or là, ritirandosi quando era incalzato, e subito balzando indietro per assalire. Finché il barbaro usò questa tattica, potè impunemente prendersi gioco dei Romani, impotenti e stanchi; quando poi ripiegò verso la spiaggia, impedito dalla preda, dovette fermarsi in stabili alloggiamenti. Allora, per comando del padre, Apronio Cesiano con cavalieri e coorti ausiliarie, alle quali aveva unito i soldati più veloci delle legioni, condusse contro i Numidi una fortunata battaglia e li ricacciò nel deserto”.[i]

 

Significativo il passaggio che interpreta questo modo di combattere, comunque ritenuto di fiato corto, come portatore intrinseco di scherno verso la potenza romana, che fa il paio con l’imitazione a cui Corbulone viene costretto dalle incursioni di Tiridate che imperversa in Armenia:

 

“Se poi si trovava contro dei soldati, si sottraeva a loro e saltando qua e là spargeva più spavento con la fama delle sue incursioni che con l’effettiva battaglia. Corbulone, dunque, dopo aver a lungo, invano, cercato il combattimento, e dopo essere stato costretto a compire attacchi frammentari, seguendo l’esempio del nemico, sparpagliò le sue forze, in modo che luogotenenti e prefetti invadessero contemporaneamente punti diversi”.[ii]

 

Gli avversari di Roma, pur così differenti tra loro, per indole o necessità utilizzano a nord, a sud, ad oriente lo stesso sistema di sopravvivenza. Manca un ultimo fronte per completare il giro dei punti cardinali nell’orbe imperiale, l’occidente, dove più sistematico ed aspro fu l’utilizzo di rapidi attacchi e pronte ritirate. Si torna temporalmente al periodo delle guerre civili, non lontano da quando Cesare affrontava le tribù germaniche. Parliamo questa volta di Quinto Sertorio, che Plutarco nella più breve delle sue Vite parallele presenta in coppia con Eumene, paragonandoli perché entrambi “furono atti alle armi e capaci di combattere con astuzia, furono esiliati dalla loro patria, si trovarono a capo di truppe straniere” (I, 11).

 

Il politico di origine sabina si era fatto le ossa contro Cimbri e Teutoni che avevano invaso la Gallia e si ricorda, quasi anticipazione di un futuro destino, un suo avventuroso e mimetico raid di spionaggio: “Indossati abiti di foggia celtica e imparate le più comuni parole della lingua, per poter sostenere una conversazione in caso di necessità, si mescolò con i barbari e ritornò da Mario dopo aver visto e sentito le cose che era urgente sapere” (III, 3). Inviato quindi in Spagna a Castulone tra i Celtiberi riuscì a sfuggire ad un massacro notturno operato da guerrieri della vicina Gurisia  e, riordinati i superstiti, riprese la città; quindi “ordinò a tutti i suoi di deporre le armi e di togliersi i vestiti per prendere armi e abiti dei barbari e seguirlo nella città dalla quale erano stati inviati i loro aggressori notturni. Sartorio, ingannati i barbari con la forma delle armi, trovò aperte le porte della città e piombò su una folla di persone che pensava di andare incontro ad amici e concittadini vittoriosi” (III, 8-9).

 

Sembra chiara l’attitudine di Sertorio ad usare gli stessi metodi di lotta dei barbari improntati alla scaltrezza, come se per la lunga frequentazione con loro avesse subito un’assimilazione al contrario. In effetti, coinvolto nella parte sconfitta, insieme a Mario e Cinna, nel conflitto contro i sillani, raggiunge la Spagna dove già era stato tribuno militare e governatore nell’83. Qui rafforza il proprio potere personale grazie all’elemento romano e soprattutto alla devozione delle popolazioni locali, tenendo in scacco gli eserciti inviati dal governo di Roma e guidati via via da Metello e Pompeo, finché cade vittima di congiurati.

 

Questa lunga resistenza di Sertorio fu resa possibile, dice Plurarco, perché “negli scontri in campo aperto non era meno audace di alcuno dei generali suoi contemporanei ed era, al momento opportuno, uomo di straordinaria abilità nelle azioni di guerra che esigono segretezza e furbizia, nell’occupazione di piazzeforti e nell’attraversamento dei corsi d’acqua, cose che richiedono velocità, astuzia e strategia” (X, 3). Ma anche perché poté battersi in un territorio montuoso e ben conosciuto attraverso instancabili cacce ed esplorazioni, in cui la scarsità delle strade, il clima spesso durissimo, favorivano i Celtiberi che gli avevano offerto incondizionato appoggio e che avevano già inflitto numerose sconfitte, seppur di poco conto, all’esercito romano utilizzando per lunghi anni (197-133 a.C.) le medesime risorse.

 

Anzi i cosiddetti caetrati, combattendo al modo dei peltasti con un piccolo scudo rotondo, il gladio ispaniese, un lungo giavellotto in metallo detto soliferrum e la fionda, risultavano imprendibili e capaci di incalzare il nemico, tagliargli la via e bruciargli i ripiegamenti anche perché la Spagna allora mancava di città per il ricovero delle legioni. Di qui deriva proprio un ulteriore adattamento della legione, attribuito ancora a Scipione l’Africano come la riforma già attuata per controbattere Annibale, con la creazione di unità intermedie tra l’invincibile legione ed i troppo esigui manipoli. Dal problema posto da questa antesignana guerrilla spagnola nasce appunto la coorte, che può avvalersi dell’ordine chiuso per sostenere il proverbiale furor barbarico ma può pure spostarsi con la stessa rapidità dei nemici, inseguendoli e prevenendoli con l’aiuto di arcieri e frombolieri. Ecco allora in tutte le regioni di confine fare la comparsa, contro i tanto disprezzati inventori del raid, truppe romane ugualmente preparate a questo tipo di lotta.

 

Dunque Sertorio, romano scaltro e ibridato con i barbari, traditore della patria e ammiratissimo comandante, rappresenta l’esempio paradossale della dialettica che praticamente include il raid quale prezioso strumento a disposizione della grande potenza ma che ideologicamente lo respinge. A lui, che guidava 4.000 fanti armati alla leggera e 700 cavalieri lusitani, più 2600 cosiddetti Romani, contro120.000 fanti, 5.000 cavalieri, 2.000 arcieri e frombolieri e un numero incalcolabile di città, il risarcimento postumo del ritratto di Plutarco in opposizione al generale mandato da Roma:

 

“In effetti Metello non sapeva cosa fare, dovendo combattere con un uomo audace che rifuggiva da qualsiasi battaglia in campo aperto e faceva continui cambiamenti di tattica, grazie alla velocità e all’agilità del suo esercito iberico, mentre lui stesso, che era abituato a regolari combattimenti di fanteria, comandava un esercito pesante e dalla scarsa mobilità, molto ben esercitato a respingere e a mettere in fuga nemici che combattevano a viso aperto, ma incapace di scalare le montagne, di fronteggiare attacchi e ritirate di uomini rapidi come il vento e di sopportare la fame gli stenti di una vita militare senza uso né di fuoco né di tende, come facevano, invece, gli uomini di Sertorio [...]così a Metello, cui veniva impedito di dare battaglia, capitava di subire i danni che soffrono i vinti, mentre Sertorio, fuggendo, otteneva i vantaggi di coloro che inseguono”. (XII, 6-7; XIII, 3).

 



[i] Tacito, Annali, Milano, Rizzoli, 1985, vol. I, III, 21.4.

 

[ii] Ivi, XIII, 37.1.

 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO