Il raid omerico: l'impresa

Ecco che i due eroi della metis, una volta rivestiti delle adeguate protezioni, s’inoltrano “per la notte oscura” (v.384), nel campo – “atra laguna” (v.386) – cosparso di armi e di cadaveri, seguendo il segno di Atena, cioè un airone che li guida ciechi con il suo “strido” (v.355). Ci troviamo ormai sul terreno accidentato del raid, “un mondo fluttuante, sempre oscillante” in cui “procedere per vie traverse”, per usare ancora le parole di Vernant, dove necessita “un’intelligenza così elastica e ritorta da poterla piegare in tutti i sensi, un’andatura così curva da aprirsi contemporaneamente a tutte le direzioni”. Alla dea Ulisse, felice del ben augurante aiuto, eleva una preghiera. Omero abbandona lì per un momento i Greci, in quella brumosa terra di morti, e con un audace controcampo ci proietta sul lato opposto del luogo di mezzo. Nel campo troiano per l’appunto, dove si sta svolgendo, guidata da Ettore, una speculare riunione tra comandanti; anch’egli si mostra assetato di notizie sul nemico, evidentemente vitali in un momento così delicato della guerra. Per questo particolare raid di sottrazione vengono promessi il cocchio di Achille e i due migliori corsieri dello schieramento avverso, oltre alla fama su cui Ettore dice di voler tacere quasi fosse cosa scontata. Anche in questo caso si fa avanti uno dei convenuti, Dolone, che fin dal nome ricorda l’astuzia (il termine dolos infatti travalica decisamente verso il negativo la stessa metis), e allo stesso modo dei Greci si arma alla leggera – arco sulle spalle e dardo nella mano – abbigliandosi con le sembianze totemiche dei forti e astuti predatori del bosco: “e la persona/ della pelle vestì di bigio lupo,/ poi chiuse il brutto capo entro un elmetto/ che d’ispida faina era munito” (vv.428-30).

E tuttavia, forse troppo avido e superbo, Dolone non ha la prudenza di farsi accompagnare nel raid e il suo passo viene udito da Ulisse nel silenzio notturno. Compreso che si tratta di un troiano – “spia/ o spogliator di morti” (vv.439-40) – i due Greci, appiattati per volontà d’Ulisse tra i cadaveri, lo lasciano passare e poi con una tattica di aggiramento velocemente elaborata lo prendono in mezzo impedendogli la retromarcia. Dolone dopo una breve esitazione li riconosce nemici e tenta la fuga come la preda inseguita dai cani. L’incalzante sequenza termina con l’intimazione di Diomede ad arrestarsi per aver salva la vita e quindi invece con il colpo accurato al fine di non uccidere il prezioso quanto imprevisto testimone (“vibra il telo in ciò dir, ma vibra in fallo/ a bello studio: gli strisciò la punta/ l’omero destro e conficcossi in terra” vv.471-3).

Appena catturato Dolone mostra un’enorme paura e prega i cacciatori di risparmiarlo in cambio di un ricco riscatto che il padre sarà certo pronto a versare. Ulisse lo rincuora, allontana ogni cattiva intenzione (“né veruno di morte abbi sospetto” v.486), ma punta ad avere subito sicure informazioni. Il prigioniero, confermando ancora la sua codardia, addossa sulle promesse di Ettore la colpa dell’impresa fallita e risponde puntualmente al circostanziato interrogatorio del laerziade (“questo ancora/ contami, e non mentire: Ove lasciasti,/ qua venendoti Ettorre? Ove si stanno/ i suoi guerreschi arnesi? Ove i cavalli?/ Quali son de’ Teucri le vigilie e i sonni?/ Quai le consulte? Bloccheranno le navi?/ O in Ilio tornerà, vinto il nemico? ” vv.510-5). Lo scacchiere troiano ormai disvelato e riferita la via migliore per penetrare nel campo, Dolone, meno freddo e astuto di quanto si pensava, ha bruciato tutte le carte che aveva in mano, né il suo comportamento di pronto traditore poteva ispirare qualche tipo di rispetto. Un rapido fendente di Diomede mette allora fine alla sua vita, le spoglie vengono appese a un tamerisco come segnavia e forse monito a chi si arrischi nel regno sregolato e pericoloso del raid dove conta soltanto la sopravvivenza.

Dolone aveva spiegato che per entrare indisturbati nel campo troiano si doveva attraversare l’acquartieramento dei Traci, “alleati novelli, che divisi/ stansi ed estremi” (vv.541-2), aggiungendo per farcire la rivelazione che il loro comandante Reso vi teneva destrieri splendidi e bianchissimi, avvinti ad un cocchio d’argento e d’oro come l’armatura. Giunti alle avanguardie trace addormentate, i due greci, che hanno già di fatto assolto alla missione, si dividono i compiti nella continuazione del raid: Ulisse si occupa della sottrazione, Diomede con “l’usata gagliardia” (v.596) dell’annientamento. Il primo conduce i cavalli con delicatezza evitando loro, “alla strage non usi” (v.613), di calpestare i dormienti e prendere quindi ombra. Il secondo intanto si scaglia nel mezzo dei Traci sfiancati ed inermi come una belva assetata di sangue tra le greggi e “a dritta, a manca/ fora, taglia ed uccide” (vv.601-2), cosicché “degli uccisi/ il gemito la muta aria ferìa” (vv.602-3). Ne uccide nell’impeto dodici anonimi e per tredicesimo Reso. Il compagno, che nel frattempo ha allontanato i due cavalli sferzandoli con l’arco, lo richiama a furia di fischi mentre egli ancora indugiava sul modo di sottrarre il cocchio. Ma Ulisse è l’eroe del raid di sottrazione e Diomede di quello di annientamento. L’ebbrezza dell’uccisione e la cupidigia di bottino non accecano tuttavia il Tidìde tanto da perderlo; protagonista comunque di raid ascolta in sé il consiglio della prudente Atena (“al partir pensa… riedi alle navi,/ se tornarvi non vuoi cacciato in fuga” vv.633-5). Ai Troiani, che troppo tardi si svegliano per organizzare un inseguimento, non resta che urlare di dolore e “l’arduo fatto/ dei due fuggenti contemplar stupiti” (vv.654-5).

Questo episodio esemplare di raid occupa un intero libro dell’Iliade e, seppure meno celebre delle spaventose battaglie in campo aperto o degli spettacolari duelli singoli, segnala la presenza di questa peculiare forma di guerra quale ulteriore esercizio nel valore da parte dei più famosi eroi. Un ambito però che, forse perché più notturno e sregolato, è passato in secondo piano nella tradizione e nell’immaginario legato al combattimento etico-arcaico. La sua importanza apparirebbe trascurabile nell’economia di una così vasta guerra quale quella tra Troiani e Greci, ma le produzioni spurie e di contorno al poema smentiscono il canone omerico. Infatti la sottrazione dei cavalli di Reso, nata qui come occasione offerta dal caso che spesso domina le vicende del raid e che bisogna cogliere con pieghevole prontezza dei suoi protagonisti, va comunque ricordata insieme all’oracolo che aveva predetto ai Greci l’impossibilità di far cadere Troia se i cavalli del re tracio, recente alleato dei dardanidi, avessero bevuto una sola volta l’acqua del fiume Xanto o se si fossero nutriti con l’erba che cresceva nella pianura della città assediata.

Così gli oracoli dicevano anche che senza la presenza in guerra di Filottete gli Achei non avrebbero mai prevalso; ed ecco la spedizione di Ulisse e Diomede a Lemno per recuperare il malcapitato, lasciatovi dieci anni prima dallo stesso Itacense perché feritosi ad un piede con le frecce avvelenate di Ercole ora necessarie allo scontro. Del pari Neottolemo, figlio di Achille, che si era travestito da donna per sottrarsi alla chiamata della guerra, richiesto dagli oracoli, viene prelevato in un’altra missione dalla solita coppia. Il primo uccide Paride e molti altri troiani, il secondo è uno dei guerrieri nascosti nel grande cavallo di legno e il trucidatore di Priamo. Se si aggiunge la sottrazione del Palladio, pure esso garanzia della città assediata e lo stesso trucco del cavallo, che ne è una variante anonima e geniale, si evince facilmente quanto il raid sia nell’epopea della Grecia antica forma corrente e talvolta decisiva.

 

 

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