Il tradimento e la congiura

Specie nei periodi più turbolenti della società capitolina quali il passaggio tra monarchia e repubblica, nel travaglio delle guerre civili o durante i più bui anni dell’impero, pullulano per la verità figure di traditori interne al mondo romano e tratteggiate dai propri storici. Il giudizio degli scrittori si fa allora sferzante perché costoro sono degeneri rispetto all’essenza stessa del genus nazionale o, potremmo dire, ne mettono a nudo la notevole quota di costruzione ideologica.

La loro colpa più grave è di attentare all’integrità dello stato gettando i semi della discordia civile, per futili o viziosi moventi personali, siano essi l’orgoglio (Coriolano secondo Plutarco) o un’annosa dissolutezza (il Catilina di Sallustio e di Cicerone). Tacito, dalla sua particolare prospettiva di classe, colpisce soprattutto gli imperatori che vogliono conservare il comando, il loro corrotto entourage, i sottoposti avidi di riconoscimenti, sempre pronti ad oscure e sediziose trame per sbarazzarsi dei superiori e dei rivali, degli amici, e dei familiari per appropriarsi del potere con la congiura. È questa, di fatto, una forma che talvolta il raid assume con la destituzione del legittimo detentore del potere ad opera di un colpo di mano con milizie private e corrotte.

 

Svetonio ci fornisce come esempio calzante, tra morti imperiali dovute ora a veleno ora a più ampi scontri tra le legioni, quella del vecchio Galba il quale, venuto a sapere che Otone s’era impadronito del castro, prima si rinchiude nel palazzo difeso da alcuni distaccamenti di legionari poi “fu attirato fuori dal palazzo dalle false voci sparse dai congiurati allo scopo di farlo uscire in istrada. Infatti, poiché alcuni, mentendo, avevano detto che tutto era finito e che gli insorti erano stati schiacciati e che moltissimi stavano accorrendo per congratularsi con lui, pronti ad obbedirlo in ogni cosa, Galba uscì per andare loro incontro, ed era tanto fiducioso che, quando un soldato si vantò di aver ucciso Otone, gli domandò: ‘Per ordine di chi?’, e andò avanti fino al Foro. Qui, i cavalieri che avevano l’ordine di ucciderlo, scortolo da lontano, e dispersi con una carica i villani che stavano sulla piazza, si fermarono un momento, poi, spronati di nuovo i cavalli, lo trucidarono mentre era abbandonato dai suoi”.[i]

 

Nel ritratto successivo Svetonio racconta il medesimo raid cambiando però posizione alla macchina da presa, ovvero rivelando i retroscena della preparazione del colpo attuato da Otone: “Qualche giorno prima aveva spremuto un milione di sesterzi a uno schiavo imperiale per avergli fatto ottenere una carica d’intendente. Questi furono i fondi per un’impresa tanto audace. Prima di tutto si confidò con cinque militi di palazzo, poi con altri dieci facendone portare con sé altri due da ognuno dei primi. Versò a tutti diecimila sesterzi e ne promise altri cinquantamila” (Otone, V). Egli, fissato il giorno, si reca da Galba che lo accoglie baciandolo, assiste con lui ai sacrifici, ma se ne allontana prima della conclusione da una porta secondaria come se avesse avuto un improvviso impegno; si reca viceversa al castro dov’è acclamato imperatore dei suoi e attende l’uccisione del predecessore, data in poche righe per avvenuta senza che il biografo si soffermi oltre sul fatto. La condanna morale sta tutta nella successione degli avvenimenti fraudolenti e l’autore, che in quanto segretario di Adriano è un uomo vicino al potere e che scrive nel secondo secolo dopo Cristo, quando cioè Roma ha già perduto abbondantemente nel sangue imperiale la propria mitica innocenza, non pare molto scosso e riserva semmai le proprie frecciate nascondendole nell’abbondate pettegolezzo popolare con cui condisce la narrazione. Ben altro choc dimostra Sallustio di fronte al personaggio di Catilina che è tra i primi a tentare la sovversione dell’ordine repubblicano; stringato e vibrante il riferimento generale al raid (“e macchina a Roma intanto: ordisce agguati ai consoli, prepara incendi”[ii]) e a quello non riuscito a Cicerone, metonimia della più vasta congiura sventata dalle forze sane di Roma (“Gaio Cornelio, seguito dal senatore Lucio Vargunteio avevano deciso con l’aiuto di uomini armati di recarsi di lì a poco, quella notte stessa, da Cicerone, con la scusa di salutarlo, e di trucidarlo all’improvviso in casa sua, prendendolo di sorpresa. Curio, rendendosi conto del pericolo che sovrasta il console, tramite Fulvia lo fa avvertire in tutta fretta dell’attentato. Gli assassini furono bloccati all’ingresso, così fu vanificata la paurosa impresa di cui si erano assunti l’impegno”. XXVIII, 1-3).

 

Se si trasporta la fides di nuovo ai campi di battaglia, la si dovrà considerare elemento indispensabile all’imperium del console in contrapposizione alla fraus, fatta di stratagemmi, imboscate e agguati tenebrosi del barbaro. Dumézil, analizzando la struttura triplice dei peccati che caratterizza la funzione guerriera, ripercorre le vicende dell’ultimo re di Roma Lucio Tarquinio e di suo figlio Sesto secondo il racconto tramandato da Tito Livio (Ab urbe condita I, 53-4). Gabii, città latina distante tre leghe da Roma, si oppone validamente agli assalti di re Tarquinio, che allora accetta il piano di Sesto; questi fingerà di essere perseguitato dal padre presentandosi ai nemici come profugo coperto di cicatrici. Ammesso all’assemblea degli anziani ne asseconda così le valutazioni, ma in materia di guerra, in nome delle sue duplici e dirette conoscenze, prende via via il comando di varie spedizioni. Le scorrerie e i saccheggi che effettua con gruppi di giovani gabini risultano sempre fortunate perché in realtà comprese fin dall’inizio nel piano studiato con il padre. Le riuscite nei raid mettono Sesto in tale posizione preminente in città da poter quindi eliminare di nascosto, o con la volontà popolare, i cittadini più in vista di Gabii. Il traditore, cresciuto in favore e potenza, può allora consegnare al padre la città senza colpo ferire e riaverla subito in dono, dopo la firma degli opportuni trattati di pace con Roma.

 

Questo peccato di frode, che segue quello dell’uccisione impulsiva di un capo latino e precede lo stupro di Lucrezia, viene attribuita dall’annalista romano ad una dinastia estranea – etrusca – da screditare e fa da premessa alla sua giusta rovina. Se è vero che “insieme di racconti e personaggi che gli Indoiranici o i Germani riferiscono in modo esclusivo o essenziale al mondo divino, sono stati rinvenuti a Roma con la stessa struttura e la stessa lezione, ma riferiti esclusivamente a uomini, e a uomini che portano nomi usuali, che appartengono a gentes autentiche”[iii], cioè a dire che la quasi inesistente mitologia dei romani si è travasata nella loro storia, ecco una condanna ab origine del combattimento scaltro e del raid. Questi per la verità, esclusi nel confronto onorevole e coraggioso contro nemici da ogni punto di vista regolari (il cosiddetto iustus hostis), affini quali le popolazioni italiche o comunque riconosciute dalla Repubblica, vengono praticati contro svariati inferiori, come i Celti o i regimi democratici, sempre però con una schifiltosità molto maggiore che in Grecia, che finisce per attribuire l’adozione del metodo ignobilis all’adeguamento nei confronti degli stessi avversari.

 



[i] Svetonio, Vite dei Cesari, Galba, XIX, Milano, Rizzoli, 1982.

[ii] Sallustio, La congiura di Catilina, Milano, Mondadori, 1992, XXVII, 2.

[iii] G. Dumézil, Le sorti del guerriero, Milano, Adelphi, 1990, pp. 21-22. Qui si ricorda lo stesso schema per una serie di eroi della tradizione indoiranica, nonché per Eracle, che uccide Ifito sviandone l’attenzione e precipitandolo da una torre in modo che sarà costretto all’espiazione; per altri versi ciò vale anche per il gemello superstite degli Orazi che, vittorioso dopo lo scontro con i Curiazi, in preda al furor uccide la sorella fidanzata sofferente di una delle vittime.

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