Il trionfo della falange

La guerra arcaica in Grecia esaltava, nell’ambito del conflitto in campo aperto, lo scontro basato sulla forza e la destrezza individuali, che trova nel raid una piega nascosta, anche psicologicamente notturna, frequentata da pochi con qualità di areté, ma pure di metis ed apaté. L’evoluzione successiva delle poleis sembra superare tale concezione cancellando addirittura il raid. Lo spazio diventa necessariamente un terreno largo e pianeggiante, stabilito in precedenza dal comune accordo dei contendenti. Una piana riquadrata in una serie di blocchetti accostati strettamente che, in una vertigine di orizzontalità, incidono lo spazio fronteggiandosi con perfetto equilibrio. Ciò nell’avanzata primavera o nella piena estate, con un tremolante velo di caligine meridiana che divide e nel contempo unisce la specularità incantata dei due eserciti. L’irreale silenzio e poi lo strepito, il clangore dell’impatto frontale.

Lo schieramento è fisso su linee parallele e ranghi serrati. Fanteria pesante, ma allenata nel disarticolarsi e ricomporsi dalle colonne in marcia alle otto per il combattimento, che suggerisce un perfetto congegno d’insieme simile ai movimenti di un unico corpo meccanico. L’esercito costituito da componenti identici come in una costruzione infantile – lego o meccano – solida e compatta. La manovra deve essere assolutamente unitaria con rotazione distruttiva in senso antiorario grazie al potente cuneo dell’ala destra, una specie di dente metallico girato dall’ingranaggio per penetrare a fondo corazza e carne del nemico.

 

Ed in effetti la falange è un corpo di uguali, sia dal punto di vista sociale che politico. La formano le prime tre classi della gerarchia stabilita da Solone, cioè i possidenti che si possono permettere la spesa per l’intero armamento, i membri della città tenuti alla sua difesa. Fatta salva Sparta, si tratta di un gruppo nobiliare omogeneo ma non professionale, che assolve un servizio militare non per tutti obbligatorio perlomeno fino alla guerra del Peloponneso, assai più dispendiosa in termini di numero di combattenti.

La panoplia come noto prevede per l’oplita cimiero, corazza e gambali in bronzo, scudo, spada di secondaria importanza ed una lunga, robusta asta d’urto da usare per tutta la durata del combattimento che sostituisce il giavellotto da lancio proprio agli antichi eroi omerici. Niente ampio e coreografico gesto individuale dunque ma un’azione coordinata di un collettivo in cui attacco e difesa hanno speranza di successo sulla base dell’armonia e della sincronia. Il delirio della razionalità geometrica e del rito guerresco - compiuto in tutti i suoi precisi, perfetti passaggi dovuti - presiede al funzionamento della falange oplitica.

 

Ne consegue che sia necessario inserire ciascuno come un tassello nel posto definito senza farsene in nessun modo scalzare secondo i valori dellataxis (ordine mentale) che si fa entaxia (disciplina). Spazio, luce, file, distanze, spinta da cui l’orgoglio dell’impresa personale viene espunto. A lyssa, la furia che si impossessa del combattente omerico fino a fargli perdere il lume dell’intelletto, o alla metis che lo guida in azioni coperte, subentra sophrosyne, la padronanza di sé, l’autodisciplina che nell’impeto cieco e pauroso dello scontro non fa perdere di vista la geometria. Sotto gli occhi dell’arbitro divino, pronto ad assegnare con il suo giudizio la palma ai vincitori, l’ideale di una lotta pulita di eserciti sostituisce il duello dei campioni. Un che di etico, grandiosamente estetico e mentalmente sublimato scaccia lontano la mobilità ricca di tranelli, improvvisazione e specificità individuali tipici del raid.

 

Si perde così l’onore del nome a favore dello spirito di corpo e della solidarietà umana e robotica. Ad un metro gli uni dagli altri, ciascuno scoperto nel fianco privo di scudo e perciò difeso dal vicino, conta la sicurezza del cameratismo, l’appoggio della parentela, della tribù e, via allargando, della nazione che compone la parte dell’esercito in cui il singolo combatte. Tale anonimia dell’oplita greco si registra anche nella sua battaglia per antonomasia, Maratona. In base alla ricostruzione di Erodoto, lo schieramento vedeva il polemarco sull’ala destra, “seguivano secondo il loro numero le tribù, l’una vicina all’altra; ultimi occupando l’ala sinistra erano schierati i Plateesi”. Lo schieramento greco era equivalente a quello persiano, ma debole per numero al centro cosicché lì “vincevano i barbari, e operato lo sfondamento inseguivano i nemici verso l’interno” (Le storie VI, 113.1), e forte sui lati dove infatti prevaleva. Oltre all’assalto di corsa, tattica usata per la prima volta, ed il loro essere “tutti compatti” (VI, 112.3), contò la decisione di lasciare da prima fuggire gli avversari sbaragliati sui lati senza inseguirli, facendo invece convergere con restringimento a tenaglia verso il centro le due ali che triturarono ogni resistenza.

 

Dunque nessuna menzione per singoli atti eroici – solo in modo stringato il ricordo della morte del polemarco Callimaco, di uno stratego, di Cinegiro che ebbe mozzata una mano mentre abbordava una nave nemica – ed un oggettivo computo finale: “in questa battaglia di Maratona morirono dei barbari 6400 uomini, degli Ateniesi 192” (VI, 117.1). Ateniesi e Plateesi sono i soggetti delle secche frasi di Erodoto. Da quanto detto appare lampante il mirabile funzionamento della macchina oplitica che non abbisogna evidentemente di ulteriori commenti. L’unico protagonista su cui lo storico si sofferma è Milziade, colui che ha voluto lo scontro e lo ha poi condotto a buon fine. Tuttavia tutto il racconto a lui dedicato è precedente alla battaglia. Se ne ricorda l’esilio ad opera di Pisistrato e la vittoria olimpica riportata con la quadriga, il rientro in patria dove, scagionatosi dall’accusa di tirannide a Chersoneso, “fu così dichiarato stratego degli Ateniesi, essendo stato eletto dal popolo” (VI, 104.2).

Sottolineare l’elezione democratica non è di poco conto perché riporta l’uomo eccezionale pienamente all’interno della comunità. Gli strateghi erano dieci comandanti militari che avevano assunto particolare importanza ad Atene avendo ai propri ordini sia l’esercito terrestre sia la flotta. Tutti di pari grado nel decidere se dichiarare o meno la guerra, da Maratona in poi uno solo tra essi assume per volontà popolare il comando supremo godendo di maggiore libertà nelle decisioni e nell’azione. Sottoposti all’esame di eleggibilità, questi magistrati che detenevano di fatto il più grande potere politico nella polis (potevano infatti, oltre che gestire l’esercito, presentare mozioni alla bulé e convocare assemblee straordinarie), rendevano conto del loro operato mese per mese, ma avevano facoltà di ripresentarsi ininterrottamente come accadde per quattro anni a Pericle. Vaste prerogative dunque attribuite per certo merito personale ma pure espressione dell’intera cittadinanza che esercitava controllo ed esprimeva valutazioni sui loro comportamenti.

 

Alla vigilia di Maratona il collegio degli strateghi era spaccato tra quelli che volevano evitare lo scontro sostenendo l’esiguità delle forze a disposizione e coloro che invece lo ritenevano inevitabile e necessario proprio in quel momento. Tra questi ultimi appunto Milziade che riuscì ad ottenere per la sua parte il voto decisivo del polemarco Callimaco. Un capitolo decisamente più cospicuo, rispetto a quelli impiegati per la descrizione della battaglia, è coperto nelle Storie proprio dal discorso atto al convincimento, che prospetta la futura fioritura di Atene a seguito della vittoria contro i Medi possibili schiavizzatori (“Se invece questa nostra città sopravviverà, è in grado di diventare la prima delle città greche” VI, 109.3). Ciò che risulta decisivo di Milziade – l’uomo che conserva in Erodono il proprio nome – è dunque la parola al servizio della visione politica. Si dice di seguito che non volle venire a battaglia se non dopo essersi assicurato il comando supremo, ma poi scompare dal racconto del combattimento. Protagonisti sono i movimenti esatti della falange anonima su cui solo si può immaginare lo sguardo superiore dello stratego che, come un maestro sulla tavola scacchistica di Maratona, muove i suoi disciplinati pezzi fino al trionfo memorabile.

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