L’audace impresa io canto

L’aspetto alto contenuto nel raid continua a perpetuarsi nei racconti medievali. Nel Perceval di Chrétien de Troyes, per esempio, si svolge una ricerca di un oggetto da recuperare ammantata di mistero e di simbologie cristiane. Il protagonista del racconto è perciò unico e tendente ad un’inedita individualizzazione; si ricordi a tale proposito il punto in cui una damigella deforme giunge alla corte di re Artù annunciando la possibilità di far grande giostra o tenzone al Castello Orgoglioso, al che tutti i cavalieri più nobili si entusiasmano dichiarandosi subito pronti a correre laggiù, “ma Perceval parla in altro modo… nessuna pena si risparmierà, finché non saprà a chi si serva il graal e avrà ritrovato la lancia che sanguina e ne sappia anche il perché”.

 

Tuttavia in una delle molte continuazioni del poema, contenute nel ciclo anonimo chiamato Lancelot Graal, il protagonista viene affiancato da Galvano, già ampiamente presente nel testo iniziale di Chrétien de Troyes, da Bohor e da Galaad, formando di nuovo il piccolo gruppo di iniziati tipico del raid: “Cantata la messa, i compagni della ricerca si riunirono nella sala del palazzo per prestare giuramento. Come padrone e signore della Tavola Rotonda, Galaad si inginocchiò per primo davanti alle reliquie, e giurò di non tornare prima di conoscere la verità del Graal, se gli fosse stato concesso di conoscerla in alcun modo. Dopo di lui giurarono Lancillotto, messer Galvano, messer Ivano il Grande, Perceval il Gallese, Lionello, Bohor, Estor delle Paludi, tutti i compagni, in numero di centocinquanta, di cui nessuno era codardo. Poi fecero colazione; quindi si allacciarono l’elmo e cinsero al spada”.

 

Si tratta indubbiamente di una missione di cui si incaricano i massimi rappresentanti della cavalleria, che continua in altre opere nel corso dei secoli via via laicizzandosi (per esempio nel Furioso dell’Ariosto) o facendosi parodia (nel caso del Pulci e dei suoi eroi fuori misura, giganti e mezzo giganti) e venandosi di nostalgia quando Cervantes traghetta la tradizione epica nel romanzo.  Nella trama che si sperde tra i mille rivoli di un’unità d’azione volutamente prismatica come il pensiero rinascimentale dell’Ariosto, o non sempre ben controllata in Pulci, secondo il modello popolare dei cantari, o ancora contaminata dal romanzo picaresco per Cervantes, è possibile trovare molteplici realizzazioni di raid. Si tratta soprattutto però, a seguito di una sempre maggiore conquista di individualità nei personaggi parallela all’affermazione della cultura umanistica, di imprese individuali, siano esse di Ruggero, Chisciotte o delle prime eroine. Le più notevoli nell’Orlando Furioso ci paiono quelle di Astolfo e di Cloridano e Medoro.

 

Nella prima si assiste stupiti ad un raid fantastico e stellare, estremamente affascinante perché va a toccare il campo misterioso e del tutto altro della luna. Un viaggio favoloso e rapidissimo a cavallo dell’ippogrifo che il paladino compie per riportare dalle regioni oscure del sogno il senno perduto da Orlando. Le ottave 75-8 del canto XXXIV, con il loro elenco di oggetti dimenticati e relitti surrealisti sparsi nella discarica lunare (“le lacrime i sospiri degli amanti/ l’inutile tempo che si perde a giuoco/ e l’ozio lungo di uomini ignoranti/ vani disegni che non hanno mai loco…”), ci conducono infine all’immensa montagna delle ampolle contenenti il molle liquido della ragione umana. Allora la tradizione letteraria del raid eroico si arricchisce di sfumature inedite e tipicamente ariostesche quali l’inventiva sbrigliata, il sorriso e la malinconia.

 

Il secondo episodio rappresenta un’esaltazione dell’idealità insita nel raid cavalleresco. I due saraceni Cloridano e Medoro si struggono per la fine del loro re Dardinello, che hanno seguito fino a Parigi dove è poi stato ucciso da Rinaldo e lasciato insepolto in mezzo alla campagna. A mezzanotte, spinti da una superiore pietà, decidono allora di arrischiarsi nel campo cristiano per recuperare il corpo del signore. Qui, trovando i nemici immersi nel sonno e senza sentinelle, si abbandonano alla strage in nome della vendetta, finché non sono sorpresi da una pattuglia alle prime luci dell’alba. Cloridano lascia allora il corpo del re, che “sarebbe pensier non troppo accorto perder duo vivi per salvare un morto”, ma poi, ormai in salvo, accortosi dell’assenza dell’amico torna sui propri passi. Il giovane s’era nel frattempo sacrificato per il re, rinunciando al rientro tipico del raid in nome dell’onore e della fedeltà, così Cloridano imita l’esempio dell’amico cadendo a sua volta ucciso accanto a lui.

 

Non certo tali nobili propositi muovono i raid di Morgante e Margutte, i veri protagonisti dell’epica popolare di Pulci, che può essere trascelto tra le tante evenienze di abbassamento o di sovvertimento dei modelli alti presenti lungo la storia delle letterature. Vagabondi e furfanti troveranno più congeniale, tra le varie avventure che li vedono accanto ai paladini, quella ambientata nella taverna e implicata nel ladrocinio: “Io rubo sempre ciò ch’io do d’intoppo/ s’io ne dovessi portare un orciuolo/ poi al partir son mutolo, ma non zoppo.” All’incrocio tra l’interiorizzazione dell’anacronistico modello del cavaliere arturiano ed il suo agire in un mondo prosaicamente vicino al Morganteincontriamo don Chisciotte.

 

Il toposdella liberazione attraverso il raid che, con vera coazione a ripetere, il cavaliere errante tenta di mettere in atto, non si attaglia più alla realtà si sviluppa sempre nel travisamento. Cosicché l’azione si rivolta puntualmente in scorno e sconfitta sottolineata dalle frequenti bastonature. Viceversa quando riesce produce effetti collaterali imprevisti, come nel caso della fuga dei frati o delle greggi, o si può compiere soltanto nel territorio della fantasia obnubilata dai romanzi letti che consente lo scambio tra i mulini a vento e i giganti dalle ampie braccia. Ormai a questa altezza storica il raid d’impronta arturiana, tutto nobili avventure e duelli recitati secondo il codice della cavalleria, deve lasciare il posto al mestiere delle armi da fuoco e della tecnologia spersonalizzante. La libertà del cavaliere solitario che risponde soltanto alla propria coscienza non è più in grado di leggere il mondo e la letteralità dello sguardo ingenuo scatena un raid che diviene follia:

 

 - Quella è la catena dei galeotti, forzati del Re, che vanno a servire alle galere.

- Forzati? Come sarebbe a dire? – domandò don Chisciotte. – È possibile mai che il Re usi forza a qualcuno?

- Non ho detto questo – rispose Sancio –, ho detto che è gente che è stata condannata per i suoi reati a servire il Re, per forza, sulle galere.

- Perciò, in definitiva – replicò don Chisciotte -, e comunque stiano le cose, questa gente la portano, ma va per forza, non di sua volontà.

- È così – disse Sancio.

- In tal caso – disse il suo padrone -, è qui che interviene l’esplicazione del mio compito: abbattere la prepotenza e soccorrere e prestare aiuto agli oppressi.

 

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