Settembre 2001: chiusura (o apertura) del cerchio

Il raid successivo alla seconda guerra mondiale – sia aereo, sporadico (certe azioni di Israele per esempio) o sistematico (la prima guerra del Golfo, il Kosovo), sia terrestre svolto da truppe d’élite in singole missioni o in apertura di conflitti più ampi (Enduring Freedom in Afghanistan), che da guerriglieri rivoluzionari vincenti (a Cuba), perdenti (in Europa) o difensivi (in Vietnam) – ripete modalità e protagonisti, ripropone contraddizioni già esaminate nei capitoli precedenti. Oggi la riflessione si appunta, per forza di cose, sulla novità sconvolgente apportata dal suicidio, che richiede la scelta se accoglierla quale modifica profonda del raid fin qui analizzato o se viceversa considerarla un tratto che la esclude automaticamente da esso.

 

Alle 7.59 dell’11 settembre 2001 un Boeing 767-223E con a bordo 81 passeggeri, 9 assistenti e 2 piloti lascia Boston in direzione Los Angeles. L’ultima comunicazione del Volo 11 risale alle 8.13, in seguito non risponde alle indicazioni del controllo di terra. Anche il transponder, che permette la localizzazione da terra attraverso altitudine e posizione, è disattivato. Fino alle 8.38 si sentono ancora i colloqui dalla cabina, poi più nulla. Alle 8.21, quando ormai l’aereo sta andando fuori rotta, l’assistente di volo Betty Ong comunica con un telefono di bordo che un membro dell’equipaggio e un passeggero sono stati pugnalati. Una seconda assistente, Amy Sweeney, contemporaneamente chiama il manager della American Airlines aggiungendo un’altra vittima nell’equipaggio. In base al numero dei posti occupati i dirottatori hanno ora un nome: Waleed e Wail Alshehri, Satam Al Suqami, Abdulaziz Alonari, Mohammed Atta. Forse sono in possesso di bombe e pistole, forse solo di tagliacarte e di taglierini. Alle 8.28 si compiva il deciso cambio di rotta verso New York. L’allerta ai piloti per un eventuale intercettamento è tardivo – 8.40 –, alle 8.46 il Boeing impatta contro la Torre Nord del World Trade Center. Due cineoperatori francesi, che giravano per la Cbs un documentario sulle squadre di pompieri a New York, riprendono lo schianto. Il Boeing 767-222, che, partendo sempre da Boston, è diretto anch’esso a Los Angeles con 56 passeggeri a bordo, 7 assistenti e 2 piloti, decolla dal Logan Airport alle 8.14. Presto la sua rotta si discosta dal piano di volo e un passeggero chiama il padre descrivendo il dirottamento. Alle 8.52 due jet si alzano dalla base Otis, a 300 km circa da New York, 11 minuti dopo il Boeing del volo 175 centra la torre sud del WTC.

 

I cinque componenti delle quattro squadre terroristiche hanno una storia comune e del tutto simile a quella dei raiders classici. Vengono da lontano, un Medio Oriente poco conosciuto – quindici sauditi, un egiziano, un libanese, due cittadini degli Emirati Arabi – molti di loro sfoggiano un inglese così rudimentale da non capire i comandi degli istruttori alle scuole di volo in cui si sono iscritti. Hanno ricevuto un addestramento militare, in genere in Afghanistan, e qualcuno (Alhazni, Almihdhar), sulla base della fratellanza islamica, l’ha già provato in combattimento fuori dal proprio paese, in Bosnia a metà anni novanta e poi in Cecenia. Sono giovani ma hanno già girato molti paesi tra Oriente (Pakistan, Malesia) ed Europa (Germania soprattutto, Spagna) per prendere contatti, ordini e per organizzare l’azione. Qualcuno entra presto negli Usa (Hanjour è segnalato per la prima volta nel 1990, iscritto a corsi d’inglese), ma in genere, utilizzando visti multipli, raggiungono il loro obiettivo nel 2000. Qui, come è noto, il loro addestramento – almeno per otto componenti – si specializza nel volo, seppure per tutti con risultati così frammentari e mediocri da rendere quasi inspiegabile la loro efficiente operatività nell’azione dell’11 settembre nonostante la giornata cristallina con alta visibilità nel cielo. Vivono spesso in coppia in diverse zone degli States, vanno e vengono dalle residenze, non sembrano avere un lavoro ma pagano con regolarità e dispongono di rilevanti somme di denaro provenienti dal Medio Oriente che depositano su numerosi conti correnti di banche in Florida. Si fanno notare talvolta dai vicini per auto potenti e feste rumorose, anche se le uniche facce registrate sono quelle di Atta, la presunta mente dell’azione, e di Alanari, catturate dalla telecamera dell’aeroporto di Portland, all’imbarco mattiniero per Boston. L’azione di danneggiamento e distruzione è rapida, di pieno successo ed enorme memorabilità, tuttavia, oltre a colpire obiettivi civili indifesi, manca del rientro.

 

Il ritorno non è elemento trascurabile nel costituire la forma raid, anzi senza il ritorno il raid va incontro al fallimento. Dunque senza ritorno non vi è raid nella sua completezza. L’azione suicida, dei kamikaze giapponesi e dei loro contemporanei seguaci dell’aria o della più tradizionale guerriglia terrestre, postula viceversa fin dall’inizio il non ritorno come premessa della riuscita, dovuta poi all’entità del danneggiamento ed al numero delle vittime. Si tratta quindi di due formulazioni in certo modo antitetiche che comportano anche diverse modalità di conduzione. Nell’azione suicida la quota di abilità risulta molto più ridotta rispetto al raid classico, specie se si svolge contro dei civili. Ciò viene compensato invece da un aumento vertiginoso del coraggio che dà già per scontata la morte del protagonista. Evitare la contraerea e gettarsi sull’obiettivo richiedeva certo ai kamikaze giapponesi buone capacità ma era comunque significativo che si trattasse di piloti alla loro prima esperienza, istruiti in una settimana intensiva che non prevedeva evidentemente insegnamenti delle tecniche d’atterraggio. In effetti, per trarsi d’impaccio in partibus infidelium abbisogna una prudenza, una prontezza di spirito e flessibilità, talvolta un’astuzia vera e propria, che vengono completamente azzerate nella cecità e nella dedizione assoluta, nell’idea fissa di morte che pervade il guerriero suicida.

 

Il reduce dal raid diviene inoltre testimone vivente della riuscita, aggiunge alla sola azione la propria testimonianza, il corpo ricomparso, abbracciato e palpato per rendersi conto della sua reale presenza nella comunità d’appartenenza. Il suicida va incontro fisicamente allo spappolamento e lascia quindi le pallide e larvali testimonianze postume di un videomessaggio che si aggiungono a quelle della sua azione, riprese in diretta televisiva o successivamente indagate per rilevarne le conseguenze. I messaggi degli uomini bomba sono molto spesso, e non a caso, degli inviti a seguire il loro esempio; un eccesso di propaganda che viene dal regno delle ombre o sennò da retori che non rischiano in proprio avvolge come una nube il gesto e sostituisce la presenza viva del rientrato dal raid.

 

Il secondo punto di discrimine, che abbiamo già incontrato nel corso della storia, tra il raid e le sue versioni parziali o deviate consiste nell’effettiva pericolosità della situazione e negli obiettivi contro cui si rivolge. Farsi saltare in aria in una stazione degli autobus, gettarsi con un’auto tra la folla del mercato risulta piuttosto facile. Così la semplicità e codardia dell’azione svolta ai danni di bersagli inermi e presi di sorpresa viene riscattata proprio dal supremo coraggio insito nell’autolesionismo. Un surplus di morte altrui viene richiesto perché il suicidio abbia un senso non beffardo e ridicolo, ma pure un surplus della propria morte, del proprio corpo massacrato che va gettato sul piatto della bilancia ad equilibrare l’altrimenti mancante eccezionalità del gesto. Va elevata sempre più l’asticella della sfida mentre attorno deve nascere il massimo di clamore, sotto forma di trasparenti immagini televisive, di chiacchiere e di timore che essudano dalla morte spettacolare (“i terroristi non vogliono uccidere tanta gente, vogliono essere guardati uccidere da tanta gente”, B. Jenkins). Quel tanto si snobismo e di gioco che si annidava nel portare il colpo all’interno della guardia chiusa d’un poderoso picchiatore e saltare con agilità indietro viene drasticamente meno. Possiamo negare con decisione la possibilità d’applicare l’aggettivo “suicida” al sostantivo raid, quasi fossero due sostanze incompatibili che si respingono, ma se viceversa decidiamo di accettarla diamo allora l’ultima mano di nero funebre  su una forma di combattimento millenaria. Il cerchio si chiude in una logica che retrospettivamente considera sempre identica la barbarie umana o, in modo non più consolante, si apre sul nuovo millennio con caratteri nuovi di assoluta ferocia.

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