Adriana Caravero. Inclinazioni

Nell'affastellarsi delle mie letture matte e disperatissime (si parva licet) avevo sulla scrivania, nei giorni scorsi, ovvero nella seconda metà del gennaio 2014, tre libri di cui portavo avanti la lettura alternandone i capitoli. Seguo infatti nel lavoro intellettuale la dietetica del pensiero (diaetetic des Denkens) di Kant, che consigliava, in caso di saturazione dello spirito, di variare la vivanda mentale. Così, per resistere alla fatica e mantenere la concentrazione, anche io vario la dieta. I libri erano Warum es die Welt nicht gibt (Perché non c'è il mondo), Berlin 2013, del newrealista tedesco Markus Gabriel; Warum ich kein Christ bin (Perché non sono cristiano), München 2013, del filosofo tedesco Kurt Flasch, e infine (senza perché nel titolo questa volta, come la rosa del poeta Angelus Silesius: La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce...): Inclinazioni. Critica della rettitudine, della filosofa italiana Adriana Cavarero (Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, pagg. 240).

Benché il libro di Gabriel sia un bestseller (sette tirature nello stesso anno) e quello di Flasch pure (tre tirature) – di quello di Cavarero non possiamo dir nulla perché è appena uscito – non c'è paragone tra il primo e i secondi due. Di fronte alla ricchezza di documentazione storica del testo di Flasch e alla profondità intuitiva e alla fioritura di idee di Cavarero, l'opera di Gabriel impallidisce nella sua spensierata banalità. E non varrebbe nemmeno la pena di nominarlo, e neppure di perdere tempo a occuparsene, se non fosse che il newrealista germanico ritiene, ringalluzzito dall'eco mediatica delle sue parole, di essere stato chiamato a rinverdire i fasti della filosofia tedesca, ahimé appassita negli ultimi due secoli. Ma di questo testo nello specifico, come pure dello splendido lavoro di Flasch, prezioso nella sua argomentazione, forse un'altra volta o forse altrove.

 

Per adesso veniamo all'inclinazione di Cavarero.
Inclinazione: postura spaziale obliqua, quasi una lussazione (dal gr. loxós, obliquo, da cui anche lusso e lussuria intesi come tendenze allo sperpero e all'appetito carnale). Un termine innocuo in geometria, dove denota semplicemente una posizione divergente dalla linea orizzontale, un declivio. Ma un termine fonte di sospetto e di apprensione nella filosofia soprattutto moderna, dove siamo avvezzi a immaginare al centro della scena «un io in posizione dritta e verticale, ...un soggetto che si attiene alla verticalità dell'asse rettilineo che funge da principio e da norma nella sua postura etica» (p. 14).  

 

Ad attentare a questo fiero e virile equilibrio che attraversa tutta la tradizione filosofica, ci pensa Hannah Arendt, con una piccola frase degna di grande considerazione: «Ogni inclinazione ci sporge all'esterno, ci porta fuori dall'io». Arendt sposta dunque l'attenzione dalla posizione verticale all'eccedenza di senso offerta dalla postura obliqua, sporgente, inclinata come quella della madre china sul bambino, che pende ma non scivola, in equilibrio statico e perfetto come quello rappresentato da tante Maternità della storia dell'arte.

 

Quel bambino che incarna la figura centrale nella filosofia della nascita accennata, più che elaborata, da Hannah Arendt in contrasto con la filosofia della morte o tanatologia, dominante da sempre nel pensiero occidentale. Nessuna filosofia si è occupata prima di Arendt della natalità dell'uomo, del fatto che con ognuno di noi «viene al mondo – scrive la filosofa – un inizio e l'azione nel senso di dare inizio-a può essere soltanto compito di un essere che è esso stesso inizio».

 

Alla voce di Hannah Arendt fa da controcanto, da seconda voce, quella, di spicco sullo scenario filosofico, di Adriana Cavarero, che di filosofie (e di canto) a più voci se ne intende. Intorno a una frase di Arendt, un rigo appena – già che Arendt mai trattò l'argomento della filosofia della nascita in maniera organica, limitandosi a disseminarne qua e là riferimenti sporadici – Cavarero interviene e costruisce, grazie anche all'aiuto dell'iconografia, una davvero originale e godibile filosofia dell'inclinazione, che parte da quel bambino su cui la madre si china; l'inerme e il vulnerabile dunque, lungo una linea in cui sono riconoscibili i tratti fondamentali del precedente volume dell'autrice, Orrorismo o la violenza contro l'inerme (Feltrinelli 2007).

 

Come in Orrorismo, anche in Inclinazioni il nucleo è dato dal vulnerabile, da chi persino nel nome porta il vulnus, la ferita cui è esposto ma alla quale, da inerme, non ha armi per rispondere. E sul bambino inerme si china la madre nel paradigma dell'inclinazione, sporgendosi e pendendo rispetto all'asse verticale e differenziandosi dalla posizione di autonomia e indipendenza. «Quanto pende dipende», scriveva giocando con le parole e coi pensieri Carlo Michelstaedter, riferendosi al peso che soffre perché pende e non può sganciarsi e per questo dipende: ancora un soggetto verticale dunque, quello di Michelstaedter, diritto come filo a piombo anche se infelice a causa del vincolo che non gli permette di dispiegare la sua piena autonomia. Nell'inclinazione di Cavarero invece la dipendenza non è di chi pende o più propriamente si inclina, ma dell'esserino sul quale si pende o ci si china.

 

La discussione di questi modelli da parte di Cavarero non viene certo condotta per consolidare lo stereotipo, del resto inattuale, della donna debole, oblativa e sacrificale, di contro all'uomo combattivo, verticale, virile; stereotipo da tempo oggetto di polemica all'interno dello stesso pensiero femminista. Né per assegnare una natura precisa a ogni sesso; non natura bensì, osserva Cavarero cantando la sua melodia in consonanza con quella di Arendt, ma condizione, condizione umana: un modo di essere, uno stato, una qualità; una cum-dizione, un dire o un cantare insieme. Nella condizione umana c´è il modello posturale verticale, eretto, tradizionalmente attribuito al maschile; e poi c'è un modello inclinato, obliquo, chino, dove l'inclinazione si sporge, eccede verso l'altro, mentre chi si inclina lo fa con una postura e un sorriso obliqui, come quelli della Madonna del dipinto leonardesco Sant'Anna, la madonna e il bambino, (Parigi, Louvre, 1510 ca.) che sorride al figlio, mentre il bambino, pur continuando a giocare con l'agnello simbolo della vulnerabilità silenziosa, risponde volgendo il capo allo sguardo e al sorriso di lei.

 

Questo pezzo è apparso su la Domenica de Il Sole 24 Ore

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04 Marzo 2014