Benjamin Cloud

Fotografie, quaderni, taccuini, lettere agli amici, biglietti sparsi: ecco l’ordinata nebulosa che compone il laboratorio intellettuale di Walter Benjamin. In corso a Parigi presso il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, la mostra Walter Benjamin Archives (fino al febbraio 2012, fondo degli Archives Walter Benjamin dell’Akademie der Künste di Berlino) è una vera e propria messa in scena del dettaglio. Biglietto dopo biglietto, appunto dopo appunto, il visitatore assiste più che all’evolversi, al pulsare del pensiero benjamiano. Un respiro che è prima di tutto vitale, un pensiero che non contempla scarti o rifiuti. Le sale ricordano una nuvola gonfia, oggi si direbbe cloud, e in un certo senso anche l’organizzazione è simile. La catalogazione serve per la conservazione, ma non per accedervi; l’accesso è dato dal pensiero di Benjamin la cui osservazione del dettaglio è la chiave principale.

 

Non è l’analisi o il ragionamento razionale a prevalere, mentre si tenta si scrutare l’esile e affilata calligrafia di Benjamin, ma una curiosità oziosa e in parte futile che spinge l’occhio sulla carta di recupero utilizzata dal pensatore: “Qu’est-ce que l’aura?” È la domanda iniziale scritta su un biglietto intestato “Acqua San Pellegrino”. Il Café du Dome, il Select, il Deux Magots sono i luoghi prediletti dell’incontro e anche del lavoro: lì s’incontrano amici come Gershom Schölem, Pierre Missac, Gretel Adorno, e qui Benjamin annota il piacere di una colazione parigina: “la plus petite image de cette ville”.

 

Walter Benjamin arriva per la prima volta a Parigi nel 1913, vi risiederà poi a partire dal 1926, periodo in cui frequenta Franz Hessel e Ernst Bloch. Il suo ultimo ritorno nella capitale francese è datato 1940; qui, prima di fuggire drammaticamente verso Lourdes in cerca di salvezza, termina le sue tesi Sul concetto di storia. Lascerà tutti i suoi manoscritti alla Bibliothèque Nationale, nelle mani di Georges Bataille.

 

 

Della permanenza di Walter Benjamin a Parigi è possibile avere conto visivamente grazie a un grande pannello che riproduce la cartina della capitale francese con tutti i riferimenti beniamiani, compresi i famosi passages di cui è possibile vedere esposte le fotografie di Germaine Krull appositamente scattate per il testo del filosofo berlinese.

 

Le teche che espongono i quaderni, le minuscole rubriche e gli appunti sono in legno grezzo non verniciato, la luce in plexiglas è sovrastata da un coperchio incernierato in legno, tenuto aperto durante l’esposizione. Come casse da viaggio, le teche pensate da Simone Schmaus e Isabel Schlenthe sembrano ricordarci la densa leggerezza di questi appunti fragili e delicati e da sempre in movimento con alterne fortune nei testi dei filosofi e dei letterati che a Walter Benjamin devono, più che una teoria, un modo di vedere oltre che un sistema di pensiero.

 

Non manca tutta la costellazione delle amicizie. L’allestimento presenta uno a uno gli incontri, indicando la cronologia del rapporto e corredando con lettere e fotografie alcune citazioni e note. Presi singolarmente, questi pannelli possono risultare un poco didattici e scontati, ma l’insieme della sala che comprende Bertolt Brecht, Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Hannah Arendt, Gershom Schölem e Gisèle Freund, non può che dare il capogiro

 

Si rimane chini per minuti sulle teche, qualcuno sussurra le parole, sembra un culto: ogni teca un fedele con il naso a un palmo dal plexiglas. E la prima cosa che si vorrebbe fare è smettere di pensare, evitare ogni collegamento, connessione. È la sensazione d’inadeguatezza che prevale e che sovrasta. Una volta fuori non si vorrebbe dir nulla, scrivere ancor meno. Invitare la gente ad entrare con la gestualità dei mimi.

 

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