Chiara Briganti. Esprit de fenêtre

«Pour qu’une chose soit intéressante, il suffit de la regarder longtemps» recita la citazione di Flaubert che fa da titolo a una scatola in legno e vetro, in cui due figure scrutano da finestre gotiche una notte buia abitata da enormi occhi luminosi. Così ognuna delle scatolette, o teche, di Chiara Briganti, in mostra alla Galleria Ceribelli di Bergamo fino al 23 febbraio chiede di essere guardata a lungo, non fosse che per la miniaturizzazione e la mise en boite, che da sempre esercitano un fascino misterioso, invitando l’occhio a scovare il più minuto dettaglio. Come accade nelle scatole prospettiche (peep show) tanto di moda nei Paesi Bassi nel Seicento e in tutta Europa nel Settecento secolo o ancora nelle scatole dell’artista francese Charles Matton, gli oggetti e le scene più ordinarie vengono magnificati dal loro diventare minuti, in una sorta di microscopio al contrario, che mette in evidenza perché rimpicciolisce, e che inquadra come in un vetrino, entro una cornice fissa, obbligandoci a curiosare come dal buco della serratura.  

 

 

E come nelle immagini microscopiche e nelle illustrazioni scientifiche, nelle opere di Chiara Briganti vi è una cura ossessiva per il dettaglio, dalla minuzia con cui ritaglia e accosta le figure tratte da stampe antiche e recenti, all’esattezza tassonomica di molte delle fonti scelte, prima fra tutte l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert. A questa precisione e al realismo di molte delle stampe ritagliate, si contrappone un’atmosfera rarefatta e misteriosa, generata da accostamenti imprevedibili e enigmatici, il cui effetto straniante è amplificato dalle citazioni letterarie spesso apposte come titolo alle opere, che invece che dare una chiave di lettura, invalidano qualsiasi interpretazione iniziale e aprono ad un dedalo di possibili scenari, nessuno risolutivo. 

 

 

Ogni scatola racchiude un microcosmo autosufficiente ma saturo di rimandi, il cui mistero è accentuato dal carattere etereo della materia di cui è fatto: sebbene la costruzione prospettica dia una forte impressione di tridimensionalità, persino di movimento, le scatole sono per lo più abitate da figure di carta, stampe e immagini bidimensionali. A differenza di Matton, quindi, che ricostruisce i volumi degli ambienti e oggetti rappresentati, le scatole di Chiara Briganti sono mondi tridimensionali che prendono corpo da immagini bidimensionali: una profondità inconsistente, fatta di carta, vetri e illusione prospettica.

 

 

Questa ambiguità perenne fa delle opere di Chiara Briganti degli oggetti simbolici, delle allegorie aperte e multiple, senza un chiaro referente, e conferisce loro un afflato magico, quasi sacrale. Si capisce bene che qualcuno vi abbia visto dei ‘reliquiari laici e onirici’, anche se forse, per restare nell’ambito religioso, ricordano più piccoli presepi stralunati, o tableaux vivants “congelati”. Perché un aspetto centrale di queste opere è il loro carattere narrativo, la loro teatralità, esaltata in questa mostra dal suggestivo allestimento dello scenografo Graziano Gregori. Ecco un’altra grande differenza dalle scatole di Charles Matton: Matton rappresenta interni inabitati in cui nulla accade o può accadere. Nei microcosmi di Chiara Briganti, invece, tutto può accadere, tutto è sospeso in una narrazione latente, come in una storia congelata per un istante ma sul punto di riprendere il proprio divenire. Le immagini sembrano muoversi, grazie all’inserzione di pannelli di vetro lungo assi obliqui che, rifrangendo la luce che penetra dai due fondi trasparenti, creano sofisticati giochi di luci ed ombre; nonché al dinamismo delle composizioni che ricorda i quadri narrativi del Rinascimento italiano.

 

 

A differenza di questi ultimi, non si tratta però di una storia conosciuta, che lo spettatore deve ‘leggere’: qui sta allo spettatore narrare la propria storia, una storia sempre mutevole e ramificata in esiti alternativi, false partenze e andamenti ricorsivi, secondo le regole dei sogni. L’universo di Briganti non è però quello freudiano dei surrealisti. Come ricorda Marco Vallora in un saggio contenuto nel bel catalogo che accompagna la mostra, Briganti non ama l’inconscio e la psicanalisi («per carità, [...] qualcosa che divide le famiglie, mette strane idee addosso, delle durezze»). Si tratta semmai di un onirico pre e post freudiano, che attinge nella dimensione dello straordinario della fiabe e racconti dell’orrore popolari, così come in William Blake, di cui Chiara Briganti utilizza ampiamente sia i testi che l’opera grafica; o ancora in tutta la tradizione dell’assurdo, dell’enigma, dell’inversione di senso, da Lewis Carroll a Raymond Queneau, da Michel Duchamp a Jorge Luis Borges, di cui è facile trovare dei rimandi, testuali o visivi, più o meno espliciti. Un mondo onirico, dunque, ma ordinato, regolato da una razionalità e da norme rigide, per quanto imperscrutabili e strampalate.

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