Daniel Farson / Francis Bacon. Una vita dorata nei bassifondi

Vedere le mani di Francis Bacon, vederne gli occhi. Ripercorrere attraverso gli scatti di John Edwards, suo ultimo compagno, i dettagli del viso e ritrovarne “la violenta realtà”. Francis Bacon è da poco morto e gli amici rimasti lo ricordano sorseggiando del Mouton Rothschild. Tra di loro Daniel Farson, l’autore della biografia Francis Bacon. Una vita dorata nei bassifondi (Traduzione di Costanza Rodotà, Johan & Levi Editore, Milano 2011). Le fotografie di John Edwards non definiscono un ricordo, ma piuttosto una verità: non è possibile rinchiudere l’esperienza esistenziale di Bacon in una memoria compatta e definita. Bacon non ha memoria e non ha somiglianze, ha solo una realtà, percepibile attraverso dettagli di assoluta verità; per qualcuno è la forza dell’aura per altri, per l’autore di questo libro, è “violenta realtà”.

 

Daniel Farson, al pari delle fotografie di John Edwards, illumina i dettagli e compone un vero e proprio coro di voci, spesso sovrapposte, alcune volte volutamente stonate, che hanno tutte insieme la capacità di raccontare non la vita di Francis Bacon, ma più ambiziosamente chi era Francis Bacon. Nel farlo l’autore non può che mettere in gioco se stesso, Farson fu amico e sodale di Bacon fino alla sua morte. Raccontando di sé Farson racconta di Bacon.

 

Le pagine più straordinarie sono indubbiamente quelle dedicate al quartiere di Soho a Londra: le serate alcoliche, i club privati, la vita dissoluta dei grandi artisti della London School come dei più sconosciuti e mediocri che annegano nell’alcol il loro misero talento, non sono la cornice, ma il corpo, la struttura portante dentro cui Francis Bacon appare e scompare. Chi lo incontra può solo testimoniare del suo passaggio: i suoi ingressi sono plateali, la sua figura è scenografica e appariscente, il centro dell’attenzione è il suo luogo d’elezione in cui sa essere estremamente generoso, ma anche terribilmente e gratuitamente perfido. Ed è raccontando di Lucian Freud, di John Deakin, di George Dyer come di Muriel e del Colony Room che Farson definisce, proprio attraverso il suo habitat naturale potremmo dire, la figura contraddittoria e imperscrutabile di Bacon.

 

Rari sono i richiami puramente biografici, tutto è come fosse in presa diretta, le pagine si trasformano nella mappa di Soho, una mappa che la grandezza di Bacon fa estendere a tutta Europa e poi al mondo, Bacon è non solo l’artista principale della School of London, a cui tutti fanno riferimento, compreso inizialmente Lucian Freud, ma è anche il rappresentante di un gruppo di giovani talentuosi che si immergono totalmente nella realtà rifiutando ogni ipocrita convenzione sociale o sovrastruttura borghese per tentare di esprimere i propri desideri e le proprie pulsioni vitali. Non ci sono compromessi, non esistono accomodamenti: una notte si può finire in cella e la sera dopo a cena al Ritz. Ogni incontro è uno scontro, la tensione attraversa ogni discussione, Bacon è un punto di riferimento, ma anche il più temibile termine di paragone.

 

Daniel Farson ha raccontato così Francis Bacon attraverso la vicenda umana di una generazione che ha attraversato senza temerne i segni sul proprio volto e sulle proprie mani il Surrealismo, la Beat Generation, la Londra dei locali notturni come quella dell’austerità thatcheriana.

 

È una biografia dell’affetto e del debito nei confronti di Bacon e delle sue opere. Un libro che porta i lettori faccia a faccia con uno dei più grandi artisti del Novecento obbligandoli a fare i conti prima che con le sue contraddizioni, con le loro.

 

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