Dubito!

Leggendo la raccolta di lyrics Erravamo giovani stranieri, (Agenzia X, pagg.160, Milano 2012, euro 13,00), di Alberto Dubito (Alberto Feltrin, Treviso 1991-2012, per tutti Abe) si ha esattamente l’impressione di avere in mano del materiale di lavorazione di uno spirito temerario e delicatissimo, particolarmente ricettivo della realtà del proprio tempo, colto nel suo elaborarsi. “cara Cara,/ corrosi ci siamo corrosi/ rincorsi ci siamo rincorsi/ ricordi ci siamo corrosi/ ci siamo corrosi i ricordi...”, comincia così la pazzesca rincorsa rabbiosa di Abe, e, in fondo, questo è molto naturale trattandosi di un giovanissimo al culmine della propria esistenza, alla quale con un durissimo cut egli stesso ha deciso di porre fine nello scorso aprile. Abe è un pesce, anzi un pesciolino che si chiede che cosa sia l’acqua, per citare un’immagine cara a David Foster Wallace, un altro prezioso “pesce” del nostro tempo, e non trova aiuto nel mondo che lo circonda, e allora prova a scomporlo questo mondo, a farlo a pezzi, e a osservarlo per dritto rovescio e sghembo, usando le parole, che sa maneggiare con precoce destrezza. Per fare ciò egli preme sulla vita forzandone gli argini, creando la condizione limite in cui ha vissuto, e questo penso sia un aspetto essenziale per intendere bene gli esiti del suo lavoro. Gli strumenti che sceglie di usare sono molti e diversificati, e le “discipline” di cui ciascuno è portatore lo conducono in molte direzioni diverse, poesia, prose, “canzoni”, immagini fotografiche e graffiti; è un libro ricolmo di energia che va da ogni parte, appunto, una enorme pulsione che suffraga ciò che sempre più si avverte nell’aria e cioè la necessità di smembrare e ricomporre, disintermediare e reintermediare (Bogdan Pautàs, Twitteratura,? in doppiozero) o, come dice Abe, di “trovare una metrica ai momenti”.

 

Nel suo nastro continuo Abe analizza i giorni e la geografia in cui vive, e l’asse del tempo è a perpendicolo con quello dello spazio, ma sono assi di un tempo e di uno spazio che non sono semplicemente “reali”: percorrendo Treviso, la sua città, lui cammina, come Doroty nel regno di Oz, in una realtà dilatata, nella quale i frammenti di questa periferia hanno le sembianze di tutte le periferie, sono aree che lui attraversa e “aumenta”, perché la sua è una realtà aumentata, nella quale ogni porzione è caricata di tutte le responsabilità dell’intero mondo, in una operazione affatto simile a quella della Augmented Reality: Abe propone una realtà virtuale a cui aggiunge informazioni prese dall’esterno e le elabora con il suo proprio “computer” tramite dei personali “software” dedicati, e questa operazione produce un qualcosa che non è più e semplicemente questo mondo, ma è una nuova entità plastica, una neo-realtà, per così dire. Una linea ferroviaria di Treviso è di Londra, di Berlino, di Roma, di Milano e lui lo sa perché da writer le ha dipinte, da film-maker le ha riprese e mostrate, ci ha posto i propri sigilli grafici, le ha modificate e trasformate, aumentandole. Con le sue poesie territoriali Abe ha incrementato il mondo. In quegli stessi territori, insieme al suo gruppo Disturbati Dalla Cuiete, è transitato con un altro suo strumento, la spoken poetry, la poesia oralizzata (che non è semplice poesia orale ma “l’oratura di un testo scritto”, secondo il suo mentore Lello Voce). Qui la forza dell’azione letteraria è ancora più incisiva, quel lavoro di scomposizione a fini socio-politici del mondo è più aggressivo e radicale: “Signora Solitudine, Lady Soggettività, Miss Confusione e Cara Dannazione./ andrò in comunità per disintossicarmi dalla rima”.  Non posso non pensare al Calvino della lezione americana sulla Rapidità (1988!): “In un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano di appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione del linguaggio proprio scritto.”

 

Nel libro di Abe trovo tutta la lucidità dell’aggressività più genuina che chi, a qualunque titolo, frequenta il magma studentesco, di ogni ordine e grado, può toccare con mano in dosi fluviali. Si facciano in questa o quella classe i nomi di Wiz Khalifa, Kidcudi, Rancore, Er Costa, Salmo, Drake (nomi di punta del rap attuale) e otterremo un moto di istantanea adesione: pronunci questi nomi e ti guardano con occhio schietto e fiducioso accompagnato dal più sincero dei sorrisi di simpatia. Sono “Disturbati Dalla Cuiete”, ma presi dal rassicurante grido rabbioso di qualcuno che, codificando acredine incessantemente, vuole produrre una sua propria strada. Solo in questo, più che nelle acerbità linguistiche, trovo che il libro di Dubito, in particolare nei testi destinati allo spoken,  sia più legato al dato generazionale. È un libro della sua generazione, pieno di “Mera voglia di Meraviglia” con cui, dice, “Attraverserò L’euraNsia a piedi,/ se la batteria del lettore regge.”

 

Io non so che consistenza culturale in senso lato possa avere questo materiale, non so se contribuisca a quell’estetica dell’ibridazione che pare ormai essere un concreto orizzonte di lavoro.  Sicuramente bene ha fatto Agenzia X a mandare in libreria questi testi - curati molto bene e con grande coraggio da Lorenzo Fe, fratello di Abe -, per quanto la loro spendibilità stia un po’ stretta nel supporto cartaceo, e infatti mi pare che sia in arrivo anche una versione e-book e un ultimo CD di Disturbati Dalla Cuiete, La FrustrAzione del Lunedì e Altre Storie delle Periferie Arrugginite, che completeranno l’“azione” di Abe. Dal web 2.0in poi, dal momento cioè in cui ciò che è in rete è in me perché io sono in rete, francamente, ogni pratica pare consentita, poiché la “produzione di web a mezzo di web”, per dirla à la Sraffa, è di fatto il dato più significativo nell’evoluzione del panorama culturale odierno (e forse quello che si annuncia in “Che Fare”, il grande concorso di idee lanciato da doppiozero, ne è la conferma). Se è vero, allora questo piccolo libro della realtà aumentata, e Abe che, nel dubbio non solo onomastico, lo ha scritto, sono un tassello, una esperienza che mostra, indica, segnala. Sbagliato chiedergli illustrazioni e didascalie di qualche cosa che sta succedendo, questo libro non è una sociologietta, è di più, è un piccolo modello del fare, del nuovo fare, che ancora si fatica a vedere, a riconoscere e capire, un qualcosa che sta operando, e crescendo.

 

Per ora siamo con Abe:

     

HO SCELTO/ LA PRIMA FILA

sui binari del foglio/ deraglio all’ultima quartina   

nella periferia dell’impero/ reti di pensiero

e quando ridi CAZZO/ fallo per davvero!  

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