Editori sul lettino dello psicanalista digitale

Roberto Calasso. L'impronta dell'editore

Ho tra le mani L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, che celebra con eleganza e discrezione i primi cinquant’anni di vita dell’Adelphi. Il libro è una raccolta di interventi perlopiù apparsi altrove, di vario tenore e intenzione: da quelli che rievocano momenti e figure fondamentali della storia editoriale europea, e sono i più belli, a veementi orazioni sulla crisi prima di tutto identitaria che ormai da anni attraversa questo settore, e sulla decadenza rispetto a un modello primo-novecentesco di “editore come forma” che Adelphi incarna al meglio; nel suo catalogo di pezzi unici e profondamente solidali, frutto in gran parte postumo delle idee chiare e trascendenti di Roberto Bazlen, si è realizzata un’opera pari alle migliori creazioni dell’intelletto umano: è questa, appunto, la forma di cui parla Calasso.

 

 

Nella sua accezione militante il libro è dunque la difesa di un mestiere antico quanto Manuzio, tanto più appassionata quanto desolante è il quadro generale: il ruolo dell’editore si annacqua e diventa sempre meno essenziale, a vantaggio dell’autoreferenzialità dell’editor e dell’autore, del pessimo lettore, della rete che annulla ogni differenza, di regole di mercato troppo brutali per non ammaccare irrimediabilmente una macchina culturale così delicata. Tutto questo poi avviene con la complicità degli editori stessi, vittime di una fatale amnesia che li porta spesso a tirare il carro di chi li considera un intermediario da far fuori il prima possibile. E pensare, ammonisce Calasso, che la figura dell’editore come operatore culturale consapevole sarebbe oggi tanto attuale, tanto necessaria. Ed è verissimo.

 

In una recente apparizione televisiva, Calasso ha declinato gli stessi concetti in relazione al web e alle tecnologie digitali applicate al libro:

 

Di fatto penso che all’interno del sommovimento enorme che è dato dalla rete ci sia una profonda avversione per questo parallelepipedo chiamato libro. È un’avversione giustificata, perché il libro corrisponde a una modalità della conoscenza che è incompatibile con quello che viene propugnato dalla rete. La rete è la conoscenza come protesi, è l’occupazione della mente con uno sciame di bit digitali che è esattamente l’opposto di ciò che è la conoscenza in senso metamorfico, cioè di qualcosa che trasforma il soggetto che conosce. Sono due vie incompatibili, opposte, nemiche, e lo saranno sempre.

 

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