Elogio del dubbio

Mi sono sempre chiesto la ragione per cui i filosofi cosiddetti realisti, di ieri ma soprattutto di oggi, per dimostrare l’evidenza delle loro adorate concretezza e oggettività facciano ricorso a esempi sfigati: il vaso che cade sulla testa, l’ostacolo in cui si inciampa, il muro contro cui si va a sbattere, la cartella delle tasse che giunge inaspettata, giù giù sino a eventi sempre più truci come il massacro di Nanchino e, gettonatissimo, l’Olocausto. Se non sei realista, ripetono corrucciati, allora sei uno sporco nazista negazionista! L’argomento a sfiga, definiamolo in latino, ha un che di intimidatorio: come dire che se non accetti il mio punto di vista, che poi è quello del senso comune, finisci per attirarti tutte le disgrazie del mondo – tanto non esistono! O mangi questa minestra… (e così a Bruno Latour, che stava spiegando i nessi fra teoria secentesca del potere e legge della caduta dei gravi, una volta un dotto sorboniano ha proposto di gettarsi dal sesto piano). Ma dall’intimidazione discende, per contrappasso, un certo buonumore: se la realtà è quel genere di cose lì, per carità, siamo ben contenti di non essere realisti, e ci teniamo il nostro beneamato, euforico, assolutamente cool relativismo. Se magari ci avessero parlato di vincite al superenalotto o di prelibatezze gastronomiche, di fastose eredità dallo zio americano o di insperate promozioni sul lavoro se ne poteva discutere. Ma la tremontiana realtà fiscale che bussa alle porte proprio no, non ci interessa.

 

Tentando di restar seri, questo genere di questioni riaffiora nell’Elogio del dubbio versato in un recente libro – tanto pacato quanto deciso – dei due noti sociologi Peter Berger e Anton Zijderveld (Il Mulino, pp. 152, € 14,00). Il buon senso che circola nel volume è in relazione reciproca col senso comune di cui esso rivendica l’importanza. Si parte dalla constatazione secondo la quale la modernità, lungi dallo sfociare nell’uniformità dell’uomo a una dimensione, avrebbe provocato ovunque nel mondo difformità e differenze: esito del moderno è la pluralizzazione – di etnie, religioni, credenze e punti di vista – e non la globalizzazione livellatrice e massificante. Tale pluralismo, per i due autori, avrebbe come esito filosofico diffuso un relativismo che, giustificando la presenza di ogni sistema di valori, finisce per appiattirli tutti, negando il peso specifico di ognuno e, con ciò, l’esistenza stessa di una realtà esterna oggettiva e tangibile. Tutto è uguale a tutto, nulla ha valore, nulla esiste. Da qui, terzo step, l’insorgenza dei movimenti fondamentalisti, nati come reazione al relativismo diffuso. Più la società si pluralizza relativizzando ogni ideologia o religione, e negando le evidenze del senso comune, più risorgerebbero ideologie e religioni che cercano a tutti i costi di imporsi, finendo, appunto, per diventare fondamentaliste. Il fondamentalista è il tradizionalista tradito che cerca di riacquistare posizione. Dinnanzi a tutto ciò, sostengono Berger e Zijderveld, è bene recuperare il senso costruttivo del dubbio: non la perplessità cinica e, perciò, ancora una volta relativizzante e nichilista, ma semmai una specie di cartesiano dubbio metodico che ragionevolmente accetti l’ironia paradossale di un Montaigne: il relativista cauto che rifiutava ogni fondamentalismo relativista. Si tratterebbe, insomma, dell’unica strada per affrontare seriamente e senza soluzioni preconcette le molte questioni al contempo etiche e sociali – eutanasia, aborto, pena di morte etc. – che la società d’oggi a ogni momento ci rimanda, esigendo precise prospettive teoriche che siano altrettante prese di posizione politica, scelte astratte che possano tracimare in piccole ma necessarie azioni concrete nella vita quotidiana.

 

Nel libro, s’è detto, il buon senso si puntella nel senso comune e viceversa. La vasta panoramica in esso tracciata è di sicura importanza, non foss’altro perché contestualizza storicamente e socialmente l’odierno dibattito che sta opponendo, sulle pagine dei nostri quotidiani, realisti a irrealisti. Un po’ meno convincente è l’idea che il relativismo sia una specie di destino crudele cui sfuggire a tutti i costi, pena la caduta nel pozzo senza fondo del nichilismo postmodernista o, per contraccolpo, la risorgenza dei fondamentalismi e dei loro esiti terroristici. Il povero Nietzsche, dopo aver generato Hitler, andando a braccetto con Lyotard e Derrida avrebbe addirittura aperto la strada a Osama bin Laden.

 

Tant’è. In ogni caso, a lettura ultimata, ecco emergere, non ancora del tutto in ordine, alcune considerazioni generali, alcuni dubbi su cui varrà la pena tornare a discutere.

 

1. Non è detto che il relativismo sfoci nel nichilismo. Diffidare dell’assoluto, dell’universalismo, dell’oggettività fine a se stessa non implica una equiparazione delle diversità. La differenza delle posizioni – etniche, religiose, filosofiche, politiche e quant’altro – non comporta che esse siano tutte di ugual valore, di modo che il nazista aguzzino e il pacifista gandhiano finiscono per essere la stessa cosa; ma soltanto che abbiano tutte diritto d’esser negoziate, comparate, messe in gioco sulla base sia delle particolarità di cui esse sono portatrici, sia di quelle di chi le sta discutendo, nel tempo e nello spazio.

 

2. Occorre allora ribaltare le posizioni. Non è il fondamentalismo a essere nato come reazione del relativismo diffuso ma viceversa. Non viene prima Nietzsche e poi Descartes, se ci hanno insegnato bene a scuola la storia della filosofia, ma viceversa. L’idea nietzschiana che le idee sono armi nella lotta per il potere (e che la verità – solidificazione di antiche metafore – è l’idea di chi il potere ha conquistato e vuol mantenere) destruttura, con estrema fatica e non senza problematicità interne, la cosiddetta metafisica occidentale. Analogamente, Derrida e soci (come del resto gli ultimi lavori del padre del decostruzionismo dimostrano) non sono debosciati privi di scrupoli che radicalizzano il relativismo sino a trasformarlo nel suo contrario. Si tratta semmai – a parte i soliti imbecilli che prendono tutto alla lettera, rendendo caricaturale qualsiasi teoria che si rispetti – di studiosi che, innanzitutto, temono l’assolutezza di chi, predicando la verità, autogiustifica la propria posizione come la migliore, se non come l’unica possibile. È l’universalismo ad avere esiti autoritari, a produrre Auschwitz e tutti gli stramaledetti drammi umani del mondo, non il relativismo, che tutt’al più potrà ottenebrare le certezze di qualche preside di provincia.

 

3. Occorrerà un giorno o l’altro additare l’inconsistenza dell’opposizione fra fatti e interpretazioni, e al tempo stesso chiarire la posizioni di coloro i quali – esclusi ancora una volta i molti babbei che ripetono le formule altrui senza capirle – sostengono che non esistono fatti ma solo interpretazioni. Ora, a parte il fatto che non tutti i fautori del postmoderno professano una tale convinzione, addurre la supremazia delle interpretazioni sui fatti non significa negare la realtà (per quanto sfigata essa sia) ma rilevarne la componente culturale, cognitiva, simbolica. Significa accorgersi che i fatti (sostantivo) sono fatti (participio passato), altrimenti, come diceva Flaubert, sono stupidi. E se sono fatti, ossia fabbricati, ci sarà qualcuno che è artefice di tutto ciò, e per qualche motivo, contro qualcun altro, e così via. In tal modo, ricostruire le valenze strategiche delle teorie, delle religioni, delle ideologie, delle culture (come i migliori decostruzionisti tendono a fare) non significa renderle tutte uguali ma proprio il contrario: vuol dire darsi l’agio di poterle comparare, e così valutare, soppesare, decidendo infine – ma una volta tanto a carte scoperte – quale vale la pena di tenere e quale avversare.

 

4. Ciò porta alla conclusione, tutt’altro che paradossale, che, dinnanzi al risorgere dell’oggettivismo post-postmodernista, strutturalismo e post-strutturalismo – un tempo avversari – finiscono per allearsi, così come costruttivismo e decostruttivismo. Del resto, lo stesso Derrida, questa volta nei suoi primi scritti, sosteneva che rinvenire una struttura significa additarne le crepe, rimontarla per un attimo, giusto il tempo di additarla, per seguirne immediatamente dopo lo sfacelo. Strutturare è destrutturare, e viceversa. Le strutture, si sa, sono fragili come cristalli, e dunque pronte a sbriciolarsi, producendo quei frammenti che, dal canto loro, sono invece durissimi, resistenti, ottusi.

 

5. Piuttosto che di relativismo, sarà forse bene parlare di relazionismo, ossia di una tattica di pensiero che cerca di capire come sono fatte le cose, quali sono le loro relazioni interne ed esterne. Sulla base del principio, tanto sacrosanto quanto dimenticato, per cui le relazioni sono primarie e i termini derivati. Le cose sono esiti di strutture, la realtà è emergenza momentanea di rapporti in divenire. Se un vaso cade sulla testa, bisognerà scoprire chi lo ha fatto cadere, a chi era diretto. E perché.

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