Femen. La nuova rivoluzione femminista

Alla Biennale Cinema di Venezia è stato presentato il film della regista australiana Kitty Green, Ukraine is not a brothel, un documentario sul movimento delle FEMEN, girato durante un anno di convivenza della regista con cinque delle attiviste del gruppo. Queste sono arrivate a Venezia come vere e proprie attrici, bellissime, con la tipica corona di fiori nei capelli biondi, pronte a essere intervistate, fotografate, fissate ancora una volta in immagini che circolino sempre più nell’immaginario multimediale.

 

 

Dal film, secondo le recensioni apparse sui giornali all’indomani della proiezione, emergono alcuni aspetti estremamente contradditori del movimento, come la presenza di un finanziatore che stipendia regolarmente le militanti e che le recluta in base all’avvenenza – ma che a detta della Schevchenko, pare essere stato allontanato dalle Femen dopo il trasferimento della sede a Parigi nel 2012.

 

 

Tuttavia la contraddittorietà del fenomeno, forse, al di là di qualsiasi rivelazione su finanziatori occulti – di cui la rete pullula –, è ravvisabile già nella strategia comunicativa, nei messaggi che veicola e nella posizione che il movimento assume rispetto ad altri movimenti che hanno posto i generi al centro della loro riflessione e della loro militanza politica.

 

 

La raccolta di saggi curata da Maria Grazia Turri Femen, la nuova rivoluzione femminista sembra proprio analizzare quest’ultimo aspetto, ovvero il rapporto fra Femen e i femminismi. E la tesi sembra già tutta racchiusa nel titolo, che lega al nome "Femen” i termini femminismo, rivoluzione e novità. Ma la lettura dei saggi lascia troppi interrogativi aperti, anche perché, nonostante il titolo e la donna in primo piano sulla copertina, di Femen si parla ben poco, e nei passaggi dedicati all’argomento le autrici, piuttosto che indagare nel concreto il movimento, la sua storia e le sue ambiguità, cercano di ritracciare i presupposti discorsivi e performativi delle azioni delle militanti.

 

Dunque, che le Femen siano l’espressione più moderna e riuscita delle istanze del femminismo sembra, per le autrici, quasi un fatto scontato. Nel panorama complesso e variegato dei femminismi descritti dalle loro origini alle manifestazioni più recenti e ibride, il movimento delle Femen è infatti salutato dalle sociologhe Maria Grazia Turri e Federica Turco come efficace e rivoluzionario perché legato a pratiche che individuano nel corpo il luogo privilegiato per veicolare istanze di cambiamento: “Le Femen portando all’estremo l’esibizione del corpo mettono in scena il valore delle idee”.

 

 

L’argomentazione parte dall’idea che il corpo possa essere un manifesto; essendo esso, nella società in cui viviamo, merce estremamente apprezzata dallo sguardo maschile, può facilmente diventare supporto per diffondere messaggi visibili a tutti, immediatamente significante e ripetuto indefinitamente dalla macchina mediatica. Dunque, rispetto al femminismo degli anni ‘70, il corpo della donna non è più oggetto di cui riappropriarsi dopo l’espropriazione voluta da uomini e istituzioni, ma è assunto già come testo, come superficie disponibile alla presa di dispositivi discorsivi; e proprio in virtù di questa consapevolezza esso può essere utilizzato come arma: “We don’t need your weapons, our brest is our weapon!”.

 

Chiaramente le Femen ereditano linguaggi già sperimentati da artiste e attiviste del secolo scorso – si pensi alle performances di Gina Pane o Valie Export – ma questi sono completamente spogliati dall’intenzionalità dell’artista e quindi da quell’io irripetibile che veicola il messaggio: le Femen recano sulla pelle scritte in stampato regolare che non può né deve rivelare alcuno stile che possa rimandare all’autore della scritta; anche i corpi delle militanti, truccati, magri e tutto sommato anonimi nella loro perfezione anatomica, non possono essere immediatamente ricondotti al nome che li identifica. Il corpo dunque diventa luogo liminare, soglia, superficie di mediazione in cui riscrivere e ridefinire il rapporto fra io e mondo, fra interno e esterno, fra soggetti disciplinati e poteri che li disciplinano: per Turri e Turco le Femen comprendono benissimo tale potenzialità e intelligentemente la usano portandola all’estremo della sua possibilità espressiva.

 

 

Ma forse è necessario vedere un po’ più da vicino il movimento delle Femen, analizzare meglio l’effetto sulle società in cui intervengono e il “come” delle pratiche di utilizzo del corpo, per confrontare a questo punto il movimento con i femminismi e la loro tradizione. La protesta delle Femen si sviluppa essenzialmente contro tre grandi nemici: le oligarchie politiche e economiche, il patriarcato e le religioni. Sotto queste idee generali possono cadere una miriade di rivendicazioni, dallo sfruttamento della prostituzione, movente originale della protesta delle prime Femen a Kiev nel 2008, a Berlusconi, fino al niqab indossato dalle donne musulmane.

 

Femen è dunque l’etichetta di qualsiasi rivendicazione progressista, potremmo dire di stampo essenzialmente Illuminista, che in modo fin troppo semplice e tranchant decreta cosa sia oscurantista,  e quindi da estirpare in nome di una nozione un po’ ingenua di libertà, e cosa sia invece auspicabile per un futuro migliore. Femen, inoltre, applica le proprie pratiche e i propri discorsi in modo standardizzato all’Occidente come al Medio Oriente, dove infatti, in occasione della Topless Jihad a sostegno di Amina, alcune donne tunisine hanno scritto su Facebook “La Femme tunisienne n’est ni Femen ni Meherzia (presidente della Ennahda)”, come a rivendicare una differenza rispetto a un movimento che cala dall’alto le proprie rivendicazioni senza confrontarsi in modo preliminare con il terreno in cui esse potranno diffondersi.

 

E poi, torniamo all’utilizzo del corpo: Turro parlava di idee iscritte nel corpo, del corpo come testo, superficie vivente su cui le idee vengono messe in scena, performate; questo non è un procedimento facile, anzi dubito che sia un procedimento, piuttosto una sorta di rivoluzione interiore del corpo e dello spirito, difficile da realizzare. Nel momento in cui vediamo le Femen all’opera, o alle prese con la meticolosa preparazione degli interventi, si rimane colpiti dai comportamenti standardizzati, dall’atteggiamento procedurale e puntuale con cui si accingono a compiere azioni molto diverse tra loro, destinate ad accadere in contesti differenti e ad applicarsi a realtà discorsive lontanissime. Dunque i corpi che vengono plasmati dal discorso Femen sono corpi a loro volta estremamente disciplinati in cui è difficile vedere incarnata un’idea, nel senso forte descritto dalle autrici dei saggi; piuttosto vediamo idee scritte sui corpi, ma non è la stessa cosa.

 

 

Immagino che il corpo rivoluzionario sia un corpo profondamente attraversato dal conflitto e per questo reagente ad esso, in una direzione di cambiamento; l’addestramento a cui si sottopongono i corpi delle Femen ha invece, a mio avviso, qualcosa di molto poco rivoluzionario proprio perché imposto dall’alto, calato sul corpo in modo posticcio attraverso esercizi di addestramento che ricordano corsi di difesa personale: in un video Inna Shevchemnco dice: “You are not a model, you are not showing how beautiful you are, you are a soldier” e, ad ogni frase, atteggia il corpo nel modo suggerito dalle sue parole fino ad assumere la posizione del soldato, mutuata dalla gestualità militare, ancora una volta appannaggio maschile.

 

Leggendo i saggi di Manuela Rossi Donne e femminismi fra significati e esperienze e di Manola del Greco Voci femminili, blog, seconde generazioni, si tocca con mano la fecondità dei movimenti femministi che costellano il panorama politico attuale, arricchiti come sono dalle esperienze di donne immigrate o di militanti del movimento Lgbt e forti di una consapevole connessione con la storia delle rivendicazioni femministe e delle loro basi teoriche; al contempo si fatica ad accostare a questi movimenti programmaticamente plurali il profilo del movimento Femen, irrigidito sui propri slogan, procedure e gestualità ma agevolato da una sproporzionata visibilità mediatica, che forse la dice lunga sul loro potenziale di disturbo.

 

Se la società dello spettacolo riserva loro tanta attenzione forse è perché il  linguaggio delle Femen non rompe realmente con le pratiche discorsive dominanti, anzi le ricalca pensando così di farle cortocircuitare, ma in definitiva, non riesce in questo intento. E quindi non stupisce trovare sui giornali la pubblicità dei gioielli Luxury Riot:

 

 

In fondo in questa immagine non c’è nulla di diverso dalle immagini delle performance delle Femen, semplicemente il pubblicitario ha avuto la loro stessa, identica idea.

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