Gianluigi Ricuperati. La produzione di meraviglia

L'ultimo romanzo di Gianluigi Ricuperati, appena uscito per Mondadori, è la storia di un uomo e di una donna raccontata a partire da un viaggio imprevisto e solitario, a bordo di un aereo privato, che intreccia le loro vite piu strettamente del previsto. Ma La produzione di meraviglia non è soltanto la storia di Remì e di Ione, i due protagonisti: è anche la storia delle loro immagini, o meglio dei due protagonisti definiti come la somma - o meglio ancora il risultato, la composizione - delle immagini che si portano dietro.

 

  

 

Se c'è una particolarità in questo romanzo, infatti, è che quel che lascia di sé nel ricordo del lettore non è tanto nello sviluppo della storia, articolata in modo lucido, geometrico, quasi freddo (volutamente, verrebbe da pensare), né nel carattere dei protagonisti, ma nella profondità dell'universo visivo che ognuno di loro si porta dietro.
Remì è un ragazzo strano, uno che non si incontra spesso: è iperattivo e vulcanico, dorme pochissimo, e si è costruito con le sue mani una vera e propria fortuna, giocando a poker contro i più forti del mondo. È muto dalla nascita, e per comunicare ha sviluppato un sistema tutto suo, solo suo. Affascinato dalle carte da gioco fin da piccolo, entrate nel suo mondo quasi per caso, grazie al marito della baby sitter da cui passava i pomeriggi, si mette fin da subito a fare esperimenti con forbici, colla e una pila di libri e giornali come repertorio iconografico. Vuole che quei rettangoli di carta così familiari diventino suoi, e non comandino solo cuori, fiori, picche o quadri. Che con la stessa immediatezza quelle carte parlino per lui:

 

"Appiccicò a entrambe le carte due immagini, un collage, come quelli che insegnavano a scuola. Era come se gli avessero appena trapiantato una nuova faccia e avesse finalmente imparato a muovere i muscoli facciali per costruire espressioni sensate: era magnifico, anche se ancora non se ne rendeva del tutto conto" (p. 31).

 

Remì sperimenta. Esamina riviste, annota libri, ritaglia volti, mani, oggetti. Confronta forme, le sovrappone. Costruisce da tante immagini le sue carte, per agitare i suoi pensieri davanti agli occhi di chi gli sta di fronte:

 

"Per dire: 'Sono completamente innamorato di te' tirò fuori una carta in cui un uomo aspettava l'arrivo di una palla da bowling, in fondo alla pista, dove solitamente attendono i birilli. La foto era stata scattata dall'inizio della pista, l'obiettivo molto in basso, la sfera a metà del suo percorso, l'uomo vestito con un abito grigio, le ginocchia lievemente piegate, lo sguardo tagliato fuori dall'immagine" (p. 55).

 

 

E ancora, in un crescendo di simboli e di sovrapposizioni, che fanno risuonare le singole immagini accostandole tra loro e creando tra loro relazioni possibili:

 

"[...] un paesaggio con una casa su una scogliera tutt'altro che nuda, che come tutte le scogliere restituiva un senso di permanenza volitiva, come se ogni ciuffo d'erba strappato alla corrente e alla roccia fosse lì per restare in eterno, simile a capelli isolati sulla testa di un calvo. Il cielo, però, era cupo. La seconda carta raffigurava tre persone che piangevano in una stanza, ma era un collage. Era una stanza fatta da muri del pianto, con ogni evidenza, e ci aveva messo del tempo per arrivare a quel risultato" (p. 65).

 

 

Remì ritaglia e incolla pezzi sulle sue carte e poi le mostra in sequenza per costruire una frase di parole vive, che insiste nell'interstizio tra una parola e l'altra. Qui lo fa per avvicinarsi a Ione nel momento più difficile per lei, il vacillare della sua famiglia, morale ed economico, in seguito all'arresto del padre.
Ione, all'inverso di Remì, parla in continuazione, senza sosta. Le sue parole scorrono a fiumi e a volte si svuotano di loro senso, nel disperato tentativo di farsi sentire:

 

"Queste città italiane sono piccole. Tutte piene di veleno, come cantine. Sono cantine; io sto male Remì, non so perché hai voluto vedermi, cioè, voglio dire, ti ringrazio. Ma perché con tutto quello che di bello ti è capitato, dopo tutto quello che di brutto ti era capitato, proprio qui, proprio me, adesso? Io sono stata una cazzo di idiota con te, ricordi?, proprio stronza, e sono sicura che ti ricordi. Ti ricordi, vero? E certo che sì, fai sì con la testa. Sempre sì o no con la testa, cazzo. È semplice per te. No. No, scusa. È un difetto di famiglia, mordere la mano di chi te la sta porgendo. No, come si dice? Scusa, lascia stare. Ma cosa dovevi dirmi? Distrarmi. Dài, almeno mi fai distrarre. Dimmi. Dài, che non amo stare in posti pubblici. Specie ora. Specie quando sono così tranquilli" (p. 65).

 

Anche per lei, come per Remì, le immagini sono vitali. Anzi, forse sono l'unica ancora di senso in un flusso di parole che è un flusso di coscienza, umorale e caotico.
Tutto quello che la emoziona, la coinvolge, la fa riflettere, si associa immediatamente a un'"icona irresistibile" nella sua mente:

 

"Pensare male di qualcuno aveva la foggia di una spirale di quelle entrate di moda negli anni Settanta come anticoncezionali; compiere un gesto generoso, tipo mettere in contatto due persone che potrebbero davvero beneficiare l'una dell'altra, per qualsiasi ragione, aveva la forma di una pergamena o di una cerbottana" (p. 79).

In questo senso, Ione è il doppio speculare di Remì, e per questo lo completa: le parole di Ione, quelle vere, quelle che non sono dettate dall'urgenza di entrare in contatto con qualcuno, sono emblemi,  diagrammi irrazionali delle sue emozioni; le immagini di Remì, invece, le sue carte scomposte e ricomposte, sono le sue parole.
Lui che non può usare il linguaggio, perché per lui è soltanto la traccia di un movimento silenzioso della lingua contro i denti e il palato, elegge le immagini come suo linguaggio immediato.
Ione lo usa e ne abusa, invece, parla e parla e parla, ma sembra non affidare alle proprie parole che il proprio desiderio di entrare in contatto con gli altri. Il vero senso sembra altrove, nella contemplazione di quei simboli con cui mappa la propria conoscenza del mondo, e di riflesso dei significati che ogni immagine si porta dietro.

 

Remì e Ione hanno, ognuno a modo loro, un'assoluta fiducia nelle immagini, più che nelle parole - e nel mondo narrativo di Ricuperati questa fiducia è verità, è immediatezza, ha quasi il sapore di una rivincita contro il linguaggio verbale.
I collage sono come incollati alla superficie dei sentimenti di Remì - sono veri, vibrano come lui vibra, anche se non per questo sono sempre intelligibili per tutti. Le sue immagini non mentono, perché sul tavolo verde della vita di Remì stanno salde e sicure, come i semi e le figure che danzano fra di loro a poker, senza bisogno di parole. E anche per Ione, pur se in modo diverso, il senso sta nelle immagini. I simboli, i suoi simboli, sono il modo con cui afferra il mondo e lo guarda negli occhi.

 

Così siamo invitati a fare noi, interrompendo la lettura a metà libro per osservare, e soppesare, le carte del protagonista. Siamo chiamati a inoltrarci in un mondo di immagini, quello di Remì, che è anche il nostro, risultato dell'incontro tra cose e punti di vista: immagini nei pezzi di carta che incontriamo per strada, nella forma che un oggetto condivide con altri, nelle linee che tracciamo con lo sguardo, mettendo in forma ciò che vediamo. E a leggere questo romanzo e allo stesso tempo il suo carico visuale indagandolo alla ricerca del senso che porta con sè e che è sempre, come racconta Remi, "produzione di meraviglia", costruzione dello stupore nello sguardo di chi guarda.

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29 Aprile 2013