Il direttore in bikini

Avrei dovuto arrabbiarmi e offendermi, da buona vetero-femminista, nel leggere Il direttore in bikini (Casagrande), lavoro dedicato da due giornaliste della Radiotelevisione della Svizzera Italiana agli «scivoloni linguistici» che cercano di rattoppare gli strappi del linguaggio sessista e androcentrico con pezze ancora peggiori. Francesca Mandelli e Bettina Müller se la prendono infatti con l'uso linguistico che da circa un ventennio si sta insinuando nella lingua italiana (e di conseguenza anche nell'italiano parlato nella Svizzera italiana), di usare il genere maschile per indicare le donne che esercitano professioni generalmente di prestigio e appannaggio storico del sesso maschile.

 

 

Abbiamo così il presidente della camera Laura Boldrini, il cancelliere tedesco Angela Merkel, l'architetto Gae Aulenti, il direttore dell'Unità Concita De Gregorio, l'assessore Agnese Ciulla, il consigliere regionale Nicole Minetti, il ministro Cécile Kyenge, il direttore del FMI Christine Lagarde e via così, in un crescendo di mascolinizzazione e androcentrismo linguistico che avrebbe fatto raccapricciare Jacques Derrida.

 

Mascolinizzazione, ma anche ridicolizzazione, che raggiunge i suoi vertici quando la carica al maschile è concordata con aggettivi, participi e pronomi al femminile: «Il procuratore pubblico Carla Manni è scivolata sul pavimento bagnato del tribunale. Il personale di pulizia le ha porto le scuse» (l'esempio è delle autrici, e mi permette di notare che, a differenza della frase che segue il punto, grammaticalmente corretta, sempre più il pronome maschile «gli» per «a lui» viene usato, anche da ministri e procuratori, in Italia e in Svizzera, al posto del corretto e femminile «le» per «a lei»: anche questo un caso di mascolinizzazione della lingua?).

 

 

Le autrici infieriscono contro l'uso del maschile, scorrettamente spacciato per neutro come se l'italiano conoscesse questo genere, e lo fanno con buone ragioni, grande finezza, estrema competenza e soprattutto con tanta ironia, così sapientemente usata e dosata da farmi passar sopra a tutte le eventuali arrabbiature e offese che potrebbero concernermi, a causa di possibili o da me realmente effettuati «scivoloni» linguistici, in quanto femminista storica e egualitarista.

 

Definendomi femminista egualitarista intendo dire che a me piacerebbe tanto, oltre che un mondo più giusto e più egualitarista per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, anche un mondo «cieco al genere»: un mondo in cui essere maschi o femmine non fosse particolarmente rilevante se non per alcune procedure strettamente dipendenti dalla conformazione biologica, per esempio l'assegnazione di posti letto per le gestanti in ospedale. Nel mio sogno di una società paritaria il fatto di scegliere di andare, se mi serve un avvocato, da Maria Rossi o da Pietro Bianchi, è indifferente, purché siano entrambi competenti e capaci. E' importante, per raggiungere il livello dell'uguale rispetto – perché di questo alla fine si tratta – interpellare Maria Rossi come avvocata, e non come avvocato, seguendo la moda dilagante dell'uso maschile del titolo?

 

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Le avvocate difensore dell'uso dei termini femminili o femminilizzati, Mandelli e Müller, ritengono che l'esplicitazione del femminile tramite l'articolo e la desinenza appropriata contribuisca alla causa  facendo emergere la specificità femminile (ed evitando di offendere la grammatica). Le sostenitrici del principio opposto lo adottano per cercare di essere maggiormente prese sul serio e conquistare, attraverso il prestito del genere grammaticale, un po' del prestigio del sesso biologico.

 

Questo per le donne che parlano di donne o interpellano donne: «Buongiorno signora ministro!». E gli uomini? Che cosa fanno gli uomini quando scrivono di donne? Ondeggiano, usando ora l'una ora l'altra modalità espressiva: il ministro Kyenge, la cancelliera Merkel; alcuni costruendo il loro mostriciattoli ibridi senza pensarci sopra, altri avendo riflettuto sul tema e essendosi decisi per una forma specifica.

 

Le autrici, svizzere di lingua italiana, citano un linguista svizzero di lingua italiana, Ottavio Lurati, che essendosi posto il problema nota che si ricorre alle formule del tipo «l'avvocato Anna Tramaglino» per complesso di inferiorità, «come se la professione esercitata da un maschio fosse più prestigiosa» (p. 80). Ma vede, caro Lurati, il fatto è che, purtroppo, la professione esercitata da un maschio è più prestigiosa (nel senso che è avvertita come più prestigiosa) e alcune avvocate che vogliono semplicemente procacciarsi un po' di clienti hic et nunc e non nei secoli dei secoli quando trionferanno eguaglianza e parità di rispetto (e magari anche di qualcosa d'altro) ricorrono a questo piccolo espediente, un po' squallido d'accordo, ma avvertito come rassicurante.

 

Io stessa, se mi definisco filosofa e non filosofo, so benissimo che corro il rischio di venire interpretata come una che si occupa di filosofia delle donne o per le donne, qualsiasi cosa ciò voglia dire, e si penserà che io scriva di filosofe donne e/o di argomenti filosofici «femminili», come per es. la cura: cura del mondo, della casa, della cultura, è indifferente purché ci sia qualcuno o qualcosa da curare o cui badare, che quello è ciò che le donne per natura sanno fare. Ancora più grave e finora senza rimedio è la situazione in cui si desidera parlare di una persona di rilievo in un qualsiasi campo, e questa persona sia una donna.

 

Chiunque legga la frase: «Rita Levi Montalcini fu una grande scienziata del Novecento», apre nella sua testa due scomparti: uno stretto e dipinto di rosa in cui svolazzano i camici di Marie Curie, Lise Maitner e poche altre. E uno grandissimo e pennellato d'azzurro in cui i nomi degli scienziati maschi non si contano. Idem per la grande filosofa Hannah Arendt (una grande filosofa tra le filosofe? E tra i filosofi?) o Elsa Morante (la più grande scrittrice del Novecento, che così definendo non metto in competizione con Alberto Moravia né con alcun altro scrittore).

 

Conclusione: care Francesca Mandelli e Bettina Müller che avete scritto questo libro così raffinato, arguto e divertente, voi che cercate di rottamare in maniera intelligente stili soltanto apparentemente emancipatori, vi prego, aiutatemi, e con me tante altre persone che scrivono e parlano di questi argomenti in lingua italiana (il tedesco sta un po' meglio ma non tanto, più fortunato l'inglese), aiutateci a trovare una soluzione linguistica (e mentale) per questo problema. Grazie.

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