Il frutto proibito: fico o mela?

Antonello Gerbi / Il peccato di Adamo ed Eva. Storia della ipotesi di Beverland

Di norma il sottotitolo viene dato ad un libro per chiarirne il contenuto. Nel caso di questo saggio, che esce postumo a cura di Sandro Gerbi, il titolo è chiaro e il sottotitolo è oscuro.

Tutti sappiamo, infatti, che per molto tempo il peccato di Adamo ed Eva, origine o frutto del peccato originale che ci condanna tutti alla mortalità, fu considerato un peccato sessuale: concupiscenza, lussuria, fretta nel consumare le nozze, consumazione delle stesse provando piacere anziché indifferenza, e così via, attraverso i secoli.

 

Quasi nessuno sa, invece, cos’è l’ipotesi di Beverland e Gerbi, con chiarezza e attraverso una vasta carrellata nella storia del pensiero che, come è prevedibile dato l’argomento, ha non di rado momenti piuttosto comici – come quando ad esempio riferisce la spiegazione serissima fornita da uno studioso per dire come mai, consumato l’atto vicino a un melo, i nostri progenitori scelsero invece foglie di fico, rinfrescanti e umettanti, per coprirsi i genitali; o quando, si chiede “dietro quale albero era nascosto il cardinal Caetani per aver visto così bene tutte queste cose” – ci spiega che essa è per l’appunto l’ipotesi che “il frutto proibito di Dio ad Adamo sarebbe stato il godimento di Eva, e il peccato d’Adamo, quindi, sarebbe consistito, substantialiter, nel desiderare e nel possedere la ‘compagna’ datagli da Dio” (Gerbi, p.15). A causa di questa sua tesi Adrian Beverland (1650-1716), filosofo e giurista libertino olandese, fu imprigionato e in seguito andò in esilio in Inghilterra.

 

Fatto che ci porta ad un’altra osservazione, anch’essa poco nota, sottolineata chiaramente nello studio di Antonello Gerbi, cioè che questa ipotesi della natura carnale del peccato di Adamo ed Eva è sempre stata rifiutata dalla teologia cristiana (e mai presa in considerazione da quella ebraica), ben conscia che essa avrebbe gravemente svuotato il concetto di peccato originale della sua tragicità e della sua importanza nella concezione cosmoteandrica cristiana. Ma le opinioni dei vertici spesso sono più avanzate di quelle delle basi, così ancora oggi per molti il peccato originale conserva una pruriginosa natura sessuale o si dissolve in un semplice assecondare la natura, mentre resta – se c’è – in secondo piano l’idea che il mito dell’Eden vuole evidenziare da un lato l’atteggiamento connaturato all’essere umano di sfiducia e di rifiuto del limite posto da Dio al suo potere e, dall’altro, la libertà di scegliere, e la responsabilità che ne deriva, a noi propria .

 

Il libro è composto per lo più di appunti, ben strutturati e riuniti in ordine cronologico, che, se ne avesse avuto il tempo, l’autore avrebbe voluto usare per costruire una storia del concetto di colpa, ma negli ultimi paragrafi prima dell’Appendice riferisce il proprio punto di vista sull’intero argomento, e finalmente il lettore – soprattutto la lettrice che inevitabilmente si è sentita parte in causa per naturale simpatia di genere con la povera Eva – tira il fiato sentendosi pienamente riabilitata. Gerbi sottolinea, infatti, la illegittimità storica dell’ipotesi di Beverland, giacché per la legge mosaica il peccato più grave è la disubbidienza a Dio e non certo l’amore né la passione, di cui la Bibbia trasuda al punto che ad essa si ricorre per esprimere la visceralità totale dell’amore di Dio. E attribuisce quindi la responsabilità di una tale visione distorta al cristianesimo: “Occorreva una morale cristiana, ascetica, e più precisamente paolina, per sentire nella carne un male e nel desiderio amoroso un peccato” ( p. 194).

 

Ma siamo sicuri che sia proprio così? È il cristianesimo il responsabile, o piuttosto, di nuovo, l’uomo, questa volta nella sua variante maschile? Perché se è vero che nell’epoca in cui il cristianesimo si diffonde la cultura dominante nel bacino del Mediterraneo è l’ellenismo greco, con la sua visione della donna in posizione di sudditanza, di nascondimento, di invisibilità e di silenzio – una situazione che ricorda quella in cui vive la donna laddove dominano oggi i talebani –, è altrettanto vero che l’atteggiamento di Gesù verso le donne era totalmente diverso, non faceva alcuna discriminazione e dimostrava nei loro confronti stima, dolcezza e comprensione. Poi, dopo la sua morte, qualcosa non è andato per il verso giusto. Cosa, come e perché lo si può leggere in un altro libro, Le donne nel cristianesimo delle origini (Edizioni San Lorenzo), del biblista ed ebraista Pietro Lombardini in cui lo studioso, attraverso l’analisi di alcune figure di donne del Primo e del Secondo Testamento, mette in rilievo il grave distorcimento del ruolo femminile operato dai discepoli del Nazareno, Pietro forse più ancora di Paolo, troppo spesso e superficialmente accusato di essere all’origine della visione negativa della donna nel cristianesimo, mentre ne sarebbero responsabili sia la cultura del tempo sia la scelta dei primi cristiani – giusta e vincente secondo Lombardini ma tuttavia pagata a carissimo prezzo dalle donne – di integrarsi per quanto possibile nel mondo e nelle culture dei paesi di missione.

 

È innegabile che gli uomini abbiano usato la religione per dominare le donne, ma non è giusto scaricarne su Dio la colpa (attitudine maschile reiterata: la colpa del peccato è di Eva, la responsabilità dell’infelice situazione della donna è di Dio, che la punisce per il suo orgoglio e la sua leggerezza…).

 

Vorrei solo suggerire un altro modo possibile – e praticato, anche se non è ancora diventato sentire comune – di leggere la vicenda dell’Eden. Si potrebbe partire notando che la parola tradotta con costola/fianco, per cui Eva sarebbe tratta dalla costola o dal fianco di Adamo, in ebraico vuol dire anche lato, per cui una traduzione senz’altro possibile permette di dire che il femminile è un lato dell’Adam/Umano. Allora Dio separa il femminile dal maschile e cosa succede? Risuona il primo urlo di gioia nell’Eden: Adam vede davanti a sé un essere uguale a lui, un aiuto che gli sta di fronte, occhi negli occhi, lo fronteggia e lo rende consapevole di chi è lui stesso. Solo da quel momento Adam si riferisce a se stesso come ish e chiama la donna issha, perché lei è il lato femminile dell’umano. E, in sintonia con questa relazione reciproca, è interessante il fatto che, come nota Pietro Lombardini, le prime parole in cui nella Bibbia un uomo parla con discorso diretto a una donna, sono pronunciate quando Abramo si rivolge a Sara per chiederle di coprirsi il viso, perché lei è molto bella e lui teme di essere ucciso dagli egiziani per causa di lei; e sono queste: Ti prego… Poco più avanti sarà Sara a chiedere a lui di darle un figlio attraverso Agar, la schiava (come era nelle regole del tempo) e gli dice le prime parole che la Bibbia mette in bocca a una donna che si rivolge a un uomo: Ti prego

 

Come sia stato possibile, partendo da testi di questo tenore, arrivare alle stravaganti, grottesche, umilianti interpretazioni di cui veniamo a conoscenza grazie alla ricerca di Antonello Gerbi, è una storia mai del tutto compresa.

 

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