Il grande ritorno dell’Architettura in Triennale

Il Novecento è un secolo di infrastrutture. È il Secolo delle metropolitane, delle autostrade, dei viadotti, dei tralicci elettrici e dei termovalorizzatori. È il Secolo di Banham e di Venturi, delle autostrade di Los Angeles e del simbolismo “on the road” di Las Vegas.

Non stupisce dunque che L’architettura del Mondo. Infrastrutture, mobilità, nuovi paesaggi, in scena alla Triennale di Milano dal 18 ottobre al 10 febbraio, sia una mostra per molti aspetti “novecentesca”.

 

 

Novecentesco è lo sguardo con cui si approccia al tema: uno sguardo concreto, che si focalizza perlopiù su infrastrutture fisiche e tangibili, evitando di indugiare troppo su tutta quella serie di reti eteree e transcorporee che hanno ossessionato il XXI Secolo. Uno sguardo critico, in cui non “vale tutto”, ma in cui il criterio di selezione delle opere esposte è ben definito a priori, a partire dal nome stesso della mostra. Protagonista è l’architettura del mondo: le infrastrutture, sì, ma non tutte. Ad interessare i curatori sono quelle opere civili che riescono ad andare oltre la propria funzione primaria e diventano dunque architettura.

Opere che sanno coniugare infrastruttura e qualità estetica, intrecciando sapere tecnico e valore formale. Dai Favini, Nervi, Mangiarotti di metà secolo ai Santiago Calatrava e Norman Foster dei giorni nostri.

 

 

Il richiamo a tali “nobili” esempi sembra più che dovuto in una realtà contemporanea in cui le infrastrutture rivestono un ruolo centrale ma la cui progettazione spesso non riesce ad andare oltre un semplice principio di necessità. Secondo Alberto Ferlenga, curatore della mostra, “All’assunzione di un ruolo funzionalmente egemone da parte di infrastrutture su cui trascorre una parte importante della vita degli abitanti della terra non corrispondono ancora interpretazioni che ne studino a fondo le potenzialità progettuali”.

L’architettura è inoltre il principale “parassita” delle infrastrutture: “i binari ferroviari ‘generano’ non soltanto stazioni ma anche (in ormai trascorsi cicli economici) impianti e capannoni industriali, che ne sfruttano la derivazione; e allo stesso modo, le strade ‘generano’ non soltanto pompe di benzina e stazioni di servizio, ma anche parcheggi, autogrill, motel” fa notare Marco Biraghi.

 

 

“L’architettura del mondo” anche perché il mondo stesso è ormai un’architettura. In una progressione dallo small all’extralarge, una delle ultime sale dell’esposizione è dedicata proprio alle infrastrutture globali: l’idea, tratteggiata da Benno Albrecht, è quella di “un nuovo insediamento esteso a tutto il territorio occupato che includa virtualmente l’insieme dello spazio trasformato dall’uomo e le infrastrutture necessarie al suo funzionamento: un Orbe-Urbe con le proprie infrastrutture e architetture civili pensate alla scala adeguata, con i suoi nuovi monumenti, le architetture del mondo”.

 

 

Tutto ciò è portato in mostra con un numero di disegni, stampe, maquettes e fotografie così abbondante che l’allestimento stesso sembra faticare a contenerlo. Una tale profusione di materiali notevoli e di significati che sembra quasi di essere tornati alle Triennali degli anni Sessanta. Se si aggiunge a ciò la grande folla di professionisti, universitari e curiosi che ha gremito l’atrio di Muzio il giorno dell’inaugurazione, l’auspicio di questa mostra a rivisitare quel legame fra sapere tecnico e valore estetico nelle infrastrutture sembra unirsi a quello di un grande ritorno da protagonista dell’Architettura in Triennale.

 

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