Il potere del noir

Le belve, il nuovo libro di Don Winslow che arriva oggi in Italia, è un film imperdibile. E il fatto che Oliver Stone ne stia girando l’adattamento cinematografico è un dettaglio quasi secondario. L’ultima fatica di quello che James Ellroy definisce (con generosità, ma senza esagerare) un “maestro”, viaggia sul filo dell’immaginario da grande schermo sin dalle prime pagine e arriva in fondo mantenendo le promesse. C’è la California del surf, delle belle donne, della dolce vita e dei soldi facili e c’è il Messico crudele dei narcotrafficanti. Lungo il confine di queste due fragili faglie si muovono personaggi così veri, così reali che non puoi evitare di vederli vivere (e spesso morire) accanto a te mentre leggi. Ed è una fatica quasi fisica abbandonare il libro, come appunto nessuno si sogna di uscire da un cinema a proiezione in corso. La sala resta buia per tutta la lettura, che corre veloce, quasi banale. Uno stile che sembra facile, ma che è figlio di tanta fatica e ancora più lavoro, come spiega lo scrittore americano. Alcuni critici parlano di Le belve citando Butch Cassidy e Billy The Kid dal film con Redford e Newman, per il suo adattamento Oliver Stone mette insieme un cast alla Quentin Tarantino.

 

È un libro scritto pensando ad una sceneggiatura? “Appartengo alla ‘generazione cinema’. Sono cresciuto a film e televisione, quando creo molte delle mie immagini sono cinematografiche. È inutile far finta che non sia così. Questo non mi preoccupa, fa parte della nostra cultura comune, dei nostri valori. È la natura stessa delle storie che va in questa direzione: nessuno può scrivere un romanzo con due uomini e una donna protagonisti senza pensare a Jules e Jim”. Parto dal cinema, perché penso che il noir sia il genere letterario che più ci si avvicina. È d’accordo? “Certamente, sono sempre stato convinto che ci sia una forte osmosi tra noir e cinema: per esempio, quando uno pensa al Falcone Maltese pensa al film e non al romanzo. È così perché la struttura di un thriller si presta benissimo al cinema. E personalmente penso che il mio modo di scrivere sia stato fortemente influenzato dal grande schermo: inconsciamente perché sono cresciuto con le pellicole; consciamente perché sono stato contaminato dal lavoro di registi come Truffaut, Fellini e Woo. Film come Otto e mezzo e La Strada mi hanno incoraggiato a prendere rischi con la struttura creativa dei miei romanzi, soprattutto Le belve”.

 

Gli ingredienti di un buon noir sono tre: la scelta di personaggi dal carattere ben definito, una storia che tenga il ritmo e una scena affascinante su cui farli muovere. Sono regole che condivide? “Io parto dal personaggio. Non penso che il lettore si appassionerà ad una storia, se prima non si appassiona ad un personaggio. La seconda cosa è l’ambientazione, i protagonisti devono abitare in un mondo reale, che ti tenga incollato alle pagine. Il lettore deve aver voglia di trascorrere il suo tempo con queste persone, in questo mondo che io creo per lui. Questa è la responsabilità primaria, questo è il nocciolo del mio lavoro. Se personaggi e location funzionano allora la trama verrà da sola”.

 

Della sua vita dai mille lavori si sa più o meno tutto, come è stata la sua infanzia e il rapporto con i genitori? È da lì che viene la sua voglia di scrivere? “Mio padre era un marinaio, un creatore di storie di prima classe e un avido lettore. Mi sedevo ai suoi piedi e lo ascoltavo raccontare le avventure dei suoi viaggi intorno al mondo. Mia madre era una bibliotecaria. Così i libri hanno giocato un ruolo importante nella mia infanzia. Mia sorella ed io eravamo sempre incoraggiati a leggere e ci erano consentiti tutti i libri a qualsiasi età. Credo sia interessante che ci fossero due bambini nella mia famiglia e che entrambi siamo diventati scrittori. Mia sorella, Kristine Rolofson, è una scrittrice di successo di romanzi rosa. Credo che avessi circa 6 anni quando scrissi la mia prima opera per soldi: un bambino vicino di casa mi pagò 25 centesimi per scrivere per lui. Seriamente, ho sempre pensato che essere uno scrittore sarebbe stata la migliore vita possibile e ora la sto facendo”.

 

Come scrive? “Di solito lavoro a due libri per volta: uno al mattino e uno nel pomeriggio. Le persone pensano che sia un metodo folle ma io credo che questo mi mantenga relativamente sano. Quando mi avvicino alla fine di un libro, tuttavia, lavoro solo su quel testo e ci lavoro tutto il tempo. È un periodo deprimente per me e per tutti quelli che mi circondano. Il processo creativo varia a seconda della materia: per Il potere del cane ci sono stati anni di ricerche prima che cominciassi a scrivere. Con Bobby Z, il signore della droga è stato piuttosto un atto di immaginazione. Ma inizio sempre dai personaggi. Chi sono? Cosa vogliono? Prima devo conoscere le persone, fino a che non vedo il mondo attraverso i loro occhi non posso raccontare bene la storia. Le belve è iniziato più con l’idea di un atteggiamento: ribelle, insolente, orribile. Ho iniziato a concepire i protagonisti: chi aveva questo atteggiamento e perché? Un veterano delle guerre in Iraq e Afghanistan, una ragazza scansafatiche, un coltivatore di marijuana, tutti alienati dalla società, tutti arrabbiati in modi diversi. Quando li conosco, quando li posso sentire parlare, allora posso trovare il modo di metterli in pericolo”.

 

Cosa è per lei il Male? “Ho coniato nel tempo una definizione, che suona più o meno così: inflizione intenzionale di danni inutili ad un altro essere vivente. Purtroppo, di questi tempi, la definizione rischia di essere ormai superata: la realtà batte la finzione. E me ne accorgo continuamente quando leggo i giornali, specialmente sui cartelli della droga in Messico”.

È cambiato il ruolo di scrittore negli anni? “Penso di no. Si raccontano storie per permettere a persone di entrare in mondi che non conoscerebbero e di mostrar loro una vita che altrimenti non vivrebbero”. Ha senso parlare di generi letterari? “Sì, esistono i generi, ma vorrei che gli steccati non fossero così rigidi. Esistono buone storie e buoni scrittori, a chi interessa incasellare tutto questo?”.

 

Lei pensa che il noir sia il modo migliore per raccontare la realtà? “I noir sono un ottimo modo per raccontare la nostra società, anche se il migliore resta il buon giornalismo. Il noir è iniziato come resoconto alternativo della società, un’insistenza non sempre benvenuta nel mostrare i suoi lati più oscuri”.

La California e, soprattutto, il Messico sono terre di confine: le sceglie per questo motivo? “Certamente, nella scrittura, il confine è dove vuoi essere. Mi piace scrivere al limite, e sul limite, quando sei sempre su un confine fisico e simbolico. È lì che sta il divertimento”.

 

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(Questa recensione è uscita su Repubblica il 13 settembre 2011)

 

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