James Westcott. Quando Marina Abramović morirà

Questa biografia (autorizzata) di James Westcott (Johan & Levi editore, Milano 2011) recita un titolo che incuriosisce ma allo stesso tempo inquieta. Un libro affascinante che mi ha riportato alla mente lo spettacolare The Life and Death of Marina Abramović, alla cui première ho avuto la fortuna di assistere nello scorso luglio al MIT Festival di Manchester. Entrambi condividono lo stesso incipit che chiarifica questa scelta: il funerale di Marina e il complesso rituale ad esso connesso, preventivamente comunicato ai posteri tramite pubblicazione del proprio testamento. Tre bare, di cui solo una (ma non sapremo mai quale!) contenente il proprio corpo, spedite in tre continenti diversi, il lutto abolito, gli ex allievi chiamati a creare un progetto per l’occasione, Antony di Antony and the Johnsons canta My Way di Frank Sinatra. In sostanza “la cerimonia sarà insieme una celebrazione della vita e della morte. Al termine seguirà una festa con una grande torta di marzapane che avrà la forma e le sembianze del mio corpo. Voglio che la torta sia distribuita tra tutti i presenti”. Un estremo hic est enim corpus meum, l’ultima cerimonia dell’artista sacerdotessa, un modo per Abramović di trasformare finanche la sua morte in un’opera. Un modo di spingersi fino alle soglie, ultime, del Gesamtkunstwerk, dell’opera d’arte totale.

 

 

Libro e pièce teatrale raccontano, il primo nel tentativo della massima oggettività documentaria, il secondo attraverso la lente deformante e visionaria di Bob Wilson, l’infanzia e la giovinezza di Marina nella Jugoslavia di Tito, il suo ambiente familiare complesso e le tensioni che ne derivano, il tessuto sociale in cui l’artista si forma e parallelamente le sue prime ribellioni. Il libro in più restituisce con dovizia di particolari i suoi esordi d’artista, avvenuti in un clima isolato nell’ambito di una pittura di stampo tradizionale, il passaggio alle installazioni sonore attraverso un processo di progressiva smaterializzazione e infine la scelta, radicale, di utilizzare il proprio corpo come strumento d’espressione privilegiato, di renderlo soggetto e oggetto della propria opera. Un viatico che da quel momento in poi accompagnerà, per sempre, l’excursus di Marina Abramović.

 

 

Westcott restituisce, e qui il biografo tendente al gossip cede il passo allo studioso, filologicamente e con una rigorosa contestualizzazione storica, le performance estreme nate nel milieu della Body Art che indagano i propri limiti fisici e psicologici, il lungo sodalizio artistico-esistenziale con Ulay terminato con lo struggente The Lovers (1989) che simbolicamente dà inizio alla difficile separazione; il passaggio ad una dimensione più meditativa negli anni Novanta volta alla ricerca, instancabile, di un’espansione “energetica” della percezione. E ancora i lavori nei quali Abramović intraprende un percorso culturale ed ideologico nelle origini spirituali dei Balcani, nel suo contesto familiare, nei sentimenti di vergogna e nella sofferenza per le atrocità che colpiscono il suo paese d’origine, da Delusional (1994) al formidabile Balkan Baroque (1997) che le vale il Leone d’oro alla 47° Biennale di Venezia, senza dimenticare il contestato Balkan Erotic Epic (2005). Westcott è stato per diversi anni l’assistente di Marina, sin dai tempi di The House with the Ocean View alla Sean Kelly Gallery di New York (2002), primo passo, con la riproposizione della performance nel popolare serial Sex & the City, di un processo di appropriazione mediatica globalizzata dell’universo di Marina Abramović che ha pochi confronti nel mondo dell’arte contemporanea ma anche estenuante momento performativo atto a ribadire la presenza dell’artista sciamana, come in Seven Easy Pieces, personale riproposizione e compendio della storia della performance per exempla presentato al Guggenheim nel 2005 e nel poderoso The Artist is Present che coincide con la retrospettiva dell’artista al MoMA nel 2010.

 

 

Westcott abbina precisione documentaria e approccio intimista, assume un punto di vista deliberatamente raccolto, interiore, privato e a tratti privatissimo, quando la narrazione sfocia nel racconto autobiografico o nella testimonianza diretta. Ricostruisce attraverso una serie di contributi plurali, legati al mondo personale e professionale di Marina Abramović e alla collaborazione dell’artista che gli ha aperto il proprio archivio, quella sintesi inestricabile di arte e vita che caratterizza, da sempre, tutto il suo lavoro. Un ritratto appassionante di una donna tenace e volitiva che svela un contraltare fatto a tratti di rabbia, sofferenza e sublimazione nel lavoro delle proprie fragilità e debolezze. Emerge un aspetto di Marina Abramović inedito, quasi inaspettatamente umano, troppo umano: la vicenda esistenziale di una delle artiste più rappresentative del nostro tempo, decana di tutte le forme d’espressività legate al corpo e da esso derivanti, dotata di una capacità non comune di rinnovare continuamente se stessa e contestualmente la propria opera.

 

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