La fine del comunismo

In questi giorni la Polonia inizia il suo semestre di dirigenza dell’Unione Europea. Il suo programma è molto ambizioso e riflette le aspettative di un paese che, in ventidue anni, ha bruciato le tappe ed è oggi uno dei più solidi e convinti paesi d’Europa.

Fa un certo effetto andare indietro con la memoria al 1989 quando, con la cosiddetta Tavola Rotonda, si avviò un processo di radicale cambiamento che, dalla Polonia, si estese a tutti i paesi dell’Est europeo, Russia compresa.

Di quei mesi ormai si sa molto: sono stati scritti svariati libri e resi pubblici importanti documenti. Ma per ricostruire quell’atmosfera, come spesso accade, è più utile servirsi di un libro di fiction che, pubblicato nel 1992, mantiene ancora intatta la forza narrativa oltre a stupire per la massa di informazioni, esatte, che contiene, soprattutto sul mondo dei servizi segreti che, anche in quell’occasione, giocarono un ruolo estremamente importante.

L’autore allora faceva il giornalista e collaborava ai settimanali “Panorama” ed “Espresso” con inchieste sul terrorismo, la finanza e il Vaticano e aveva alle spalle un buon successo con il primo romanzo Il sigillo della porpora (Rusconi 1988), che lo aveva fatto definire “il Ken Follett italiano”. Oggi, Luigi Bisignani è implicato nell’inchiesta sulla cosiddetta “P4” e accusato di essere il burattinaio di molte recenti trame losche italiane, con una certa familiarità con i servizi segreti.

 

Con il romanzo Nostra signora del KGB (Rusconi 1992), Bisignani racconta la Polonia tra il 1984, quando vigeva ancora la legge dei militari, e il 1991, anni nei quali un po’ alla volta il regime comunista è costretto ad arretrare e cedere il potere ai rappresentanti di Solidarność. Al di là dei pregi narrativi, dopo un inizio un po’ incerto, la storia prende un ritmo appassionante, rispettando tutti i canoni del romanzo di spionaggio (come ad esempio una scena di sesso ogni quaranta pagine, dove l’Autore ha modo di tradire la sua scarsa considerazione delle donne), la cosa sorprendente è l’esattezza di dettagli sul mondo del dissenso intellettuale, degli attivisti clandestini di Solidarność, dell’Episcopato e, soprattutto, dei servizi segreti polacchi più o meno deviati. È molto ben ricostruita la vita della Polonia di quegli anni, nella quale la fine del regime comunista appariva inevitabile e tutti si preparavano al “dopo”, anche se non mancarono i colpi di coda della vecchia nomenklatura (come l’efferato assassino di Padre Jerzy Popieluszko, nel romanzo chiamato Padre Marcin), e poi, nel 1989, l’euforia del cambiamento, il realismo di molti ex dissidenti, la realtà di una stampa per la prima volta libera che diviene strumento della battaglia per la democrazia (il protagonista, Jan Korek, diventerà il direttore del quotidiano “Gazeta Wyborcia” ed è molto ben ricalcato sullo storico Adam Michnik). La politica che portò alla vittoria della rivoluzione polacca alla fine appare come il prodotto di una serie di trame incrociate tra la Chiesa polacca, i dirigenti russi vicini a Gorbačëv, l’ala realista del Partito e quella che pensa a mettere in salvo il salvabile, e un gruppo formidabile di oppositori temprati da anni di lotte.

 

Non fu ovviamente soltanto questo, e per capirlo meglio giunge assai utile il libro La fine del comunismo (Bruno Mondadori 2011) dello storico dell’Università di Siena Marcello Flores, che non apporta dati originali alla ricostruzione del periodo 1987-1991, ma ha il merito di mettere in fila con grande chiarezza e intelligenza i fatti di quegli anni. Il crollo del comunismo non è visto come la sorte inevitabile di un regime autoritario e immobile, ma viene interpretato come il risultato di un processo storico alimentato e accelerato dalla politica riformista di Gorbačëv, che, a un certo punto, perse il controllo sul flusso di avvenimenti messi in moto dalla sua politica ma non volle usare la forza per ristabilire l’ordine (ammesso che gli sarebbe riuscito e con che conseguenze). Questo rifiuto della forza, chiaramente espresso già nel luglio 1988 a Varsavia dinanzi alle richieste di una parte della dirigenza del partito polacco, rimarrà il suo grande merito storico, anche se ad esso dovette sacrificare il ruolo internazionale del suo paese e la sua fortuna politica.

 

Leggi l'introduzione di Marcello Flores

 

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