La Milano di Giovanni Agosti

Quando ho iniziato a pensare a questo pezzo, Le rovine di Milano si coniugavano al passato. Scritto, come dichiara l’autore nel suo Pretesto, “di settimana in settimana e a rotta di collo, tra giugno e luglio del 2011” e “comparso, in sette puntate, su Alias, il supplemento culturale del Manifesto”, il pamphlet dello storico dell’arte Giovanni Agosti (allievo di Paola Barocchi e Salvatore Settis, docente alla Statale di Milano e autore di un monumentale Su Mantegna, Feltrinelli, 2005) ripercorre in 85 pagine tre decenni di politiche culturali cittadine, tra pochi splendeurs e parecchie misères. Dico al passato, perché l’epilogo del libro – “Adesso sarebbe bene, percorso il periplo e giunti alla meta, avanzare proposte concrete e percorribili per il futuro, ci si augura, migliore. Non intendo sottrarmi all’esercizio; ma non ora: fa troppo caldo” – evoca finestre spalancate dopo una lunga apnea, per far entrare l’aria buona delle elezioni di fine maggio. Ma sa anche di nuove sorti progressive in marcia. Giovanni Agosti è anche il “tecnico” al quale Stefano Boeri ha (aveva? o avrebbe?) commissionato la prima mostra del nuovo corso cittadino, al Castello Sforzesco: una retrospettiva del Bramantino. All’artista, col titolo de Le rovine di Roma, nel 1875 Giuseppe Mongeri attribuiva le 80 tavole di antichità capitoline di un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana. E immagino che l’assonanza tra titoli non sia una coincidenza, visto che Agosti conosce il Bramantino a menadito e l’Ambrosiana ricorre più volte nel libro, quasi mai a titolo di merito.

 

Agosti fissa l’inizio della decadenza meneghina alla fine degli anni Settanta e, tenendo il periscopio fisso sull’arte antica (a quella contemporanea dedica incursioni sporadiche, che riguardano grandi mostre promosse dalle Fondazioni Prada e Trussardi, sorvolando su PAC, Triennale, gallerie, accademie, ultime generazioni in fuga e spazi no profit o aggregazioni autoprodotte, come la ex-Isola dell’Arte alla Stecca degli Artigiani, poi demolita per far posto ai grattacieli) per passare al setaccio la gestione della cultura. È una geremiade di sindaci e assessori. Con Formentini e la prima giunta leghista, nel ‘93-97, arriva Philippe Daverio, “un gallerista che aveva appena chiuso il suo negozio”, scrive. Poi tocca a Giorgio Albertini, in carica per due mandati, che nomina Salvatore Carrubba, già direttore del Sole 24 Ore. È suo l’impulso al famoso progetto della Città delle Culture alla ex-Ansaldo per cui oggi si litiga, già allora comprensiva di un CASVA (Center for Advanced Study in the Visual Arts). Carrubba se ne va nel 2005, prima della scadenza del mandato, per insufficienza di fondi e di risultati. Lo sostituisce Stefano Zecchi, dall’appeal televisivo, cui Agosti imputa la riapertura di Villa Reale, dove “i colori delle pareti … danno vita a una ridda di pugni negli occhi”. Nel 2006, è eletta Letizia Moratti, assessore Vittorio Sgarbi, che incrementa le gestioni privatistiche delle esposizioni tramite società di servizi. E dura poco: la rottura col sindaco arriva dopo gli orrori della mostra Arte e Omosessualità, nel 2008. L’ultimo timone passa a Finazzer Flory, al quale si deve la messa in opera di L.O.V.E. di Cattelan in Piazza Affari, un’opera che Agosti inquadra come “perfettamente ambientata”, ma anche le personali parentali di Angiola Tremonti, sorella di Giulio, a Villa Reale e di Cordelia von den Steinen, moglie di Pietro Cascella, al Castello.

 

Agosti si arrabbia. Se la prende con l’eterna favola di Brera, dove, scomparso Franco Russoli (nel ’77), l’ultimo sovrintendente “capace di inventarsi la Grande Brera”, inizia la discesa verso il basso, fino ad arrivare al commissariamento, le imprecisioni sui cartellini, gli errori nel Repertorio di tutte le opere, le sale “diventate zabaione, salmone, melone, azzurro Chicco”. Si arrabbia per la parabola analoga di Palazzo Reale: dopo Caravaggio nel ’51, Guernica nel ’53, con la Sala delle Cariatidi nel ruolo di primadonna del “colpo di teatro conclusivo’, dopo gli sforzi di Mercedes Garberi (la direttrice delle raccolte d’arte che nel ’79 aveva riaperto il PAC e nell’84 il CIMAC, la collezione d’arte moderna e contemporanea acquartierata all’ultimo piano di Palazzo Reale), con la concentrazione delle mostre nelle piccole sale a pianoterra, da metà anni Ottanta, tutto si ridimensiona anche dal punto di vista scientifico. E si segue la logica del blockbuster. Infine, Agosti bombarda a tappeto “L’albergo del Novecento”, l’omonimo museo aperto un anno fa su Piazza Duomo e usato come leva elettorale, colpevole di architettura da showroom e di un allestimento insensato de Il Quarto Stato di Pelizza – una critica che si è tradotta subito in feuilleton agostano di polemiche sull’eventuale spostamento dell’opera a Palazzo Marino. Che non avrà luogo, con buona pace di tutti.

 

Premetto che, dopo una laurea in storia dell’arte e gli esami di specializzazione, ho salutato l’università: mi godo le pinacoteche ogni volta che posso, ma non parteggio per fazioni accademiche. Che nel libro invece si manifestano, come è giusto che sia, vista la sua natura manifestamente indignada. Ci sono anche tanti nomi e cognomi, date e indirizzi, e altrettante allusioni ai sottaciuti – o svelati nell’Indice dei Nomi in calce, forse per il piacere di seminare briciole, a caccia di pollicini. Per esempio, per sapere chi fossero i tanti accademici firmatari della lettera di protesta promossa da Agosti e Bellosi contro la mostra Cinquecento lombardo (2001, a Palazzo Reale, a cura di Flavio Caroli) bisogna scorrere tutto l’Indice, da Abbado a Zorzi, alla ricerca di un numero magico, il 37, che corrisponde a una pagina dove quei nomi latitano.

 

Dopo quel che succede in questi giorni tra Giuliano Pisapia e Stefano Boeri, con annunci ottimisti davanti alle telecamere (partnership con Francoforte e Londra tramite l’übercuratore internazionale Hans Ulrich Obrist, l’arrivo, a capo del nuovo polo del contemporaneo, di Francesco Bonami – che con Sgarbi ha incrociato più volte la spada, ma condivide entusiasmi per la sovresposizione mediatica) e pronte smentite, penso che si possano considerare Le rovine di Milano un bel work in progress, lasciando che ogni lettore aggiunga le proprie postille, se non lo farà l’autore. Con l’impressione spiacevole che l’ossessione per i “grandi eventi”, la feticizzazione dell’arte che tanto fa imbufalire Agosti quando vede ali di folla in coda davanti a Palazzo Marino per un singolo capolavoro sponsorizzato, o l’abitudine a sparare i nomi dei curatori a tutto volume, a discapito dei contenuti, sia diventata endemica. Così come quella a considerare le istituzioni culturali come palestre di potere. Sfruttare questa kulturgeschichte su scala urbana forse potrebbe farci interrogare sul modello, così milanese e così disfunzionale per tutto il Novecento italiano, dell’“uomo della provvidenza’, frutto di un’illusione collettiva nell’avvento seriale del Salvatore. Al libro, rubo volentieri una battuta che vi pronuncia Argan: “Le illusioni aiutano a vivere, le delusioni a morire”. Ma anche ad arrabbiarsi moltissimo, alla bisogna.

 

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