Lilli Gruber. Eredità

È possibile che non sia il lettore più adatto dell’ultimo libro di Lilli Gruber, Eredità (Rizzoli, pp. 356, € 18,50), dal pacato sottotitolo “Una storia della mia famiglia tra l’Impero e il fascismo”. Innanzitutto per via delle mie origini: essendo nato e cresciuto a Bolzano-Bozen – in due lingue e col trattino in mezzo – e non del tutto a digiuno di opere storiche, nonché di riflessione sulla questione sudtirolese-altoatesina, in questo libro ho avuto l’impressione di dovermi confrontare per l’ennesima volta con la parte ormai più discussa e rimasticata della storia locale, per di più in formato “romantico” più che romanzato.

 

Lilli Gruber sceglie infatti di ripercorrere, sulla scorta di documenti familiari (e non) e seguendo soprattutto le vicende biografiche di due antenate, la bisnonna Rosa Tiefenthaler e la di lei figlia Hella, la vicenda di una famiglia sudtirolese pressoché esemplare, tutta Kaiser-Volk-Vaterland (da noi si direbbe Dio-patria-famiglia), fra gli ultimi anni della monarchia imperial-regia, la prima guerra mondiale – con il passaggio del Sudtirolo all’Italia – e gli anni bui e oppressivi in cui il fascismo costringe la regione e i suoi abitanti a un’italianizzazione forzata. L’autrice narra questa storia con partecipazione, con un coinvolgimento persino lirico, prestando intera la propria parola ai personaggi e ai loro sguardi dolenti e nostalgici, per i quali l’Austria-Ungheria e il passato sono il bene assoluto, l’Italia e il presente fascista nient’altro che male ed empietà.

 

Naturalmente non si può pretendere che una semplice famiglia di proprietari terrieri della Bassa Atesina conoscesse Karl Kraus, avesse dunque sviluppato un qualche senso critico nei confronti della patria perduta; né si può sottovalutare l’effettivo strappo esistenziale che deve aver costituito l’annessione. A lasciar perplessi sono tuttavia la seriosità del tutto, davvero un po’ troppo affettata, e la mancanza di complessità che emerge da questa restituzione, il cui solo contraltare sono le pagine in cui l’autrice torna all’oggi e si espone di persona, commentando, parlando di sé e prendendo le distanze da ciò che ella giudica “doverosamente” sbagliato, come ad esempio l’adesione (incondizionata, va da sé) di Hella al nazismo. Ma purtroppo si tratta di brani che, forse anche a causa di una mal celata attitudine autocelebrativa, rimangono troppo disomogenei rispetto alla narrazione principale per costituire un contrappunto riuscito. Nondimeno il personaggio di Hella è, per quel che posso giudicare, il più vivo e interessante del libro, mentre quello di Rosa, dispiace dirlo, si trascina statico attraverso il racconto annoiando non poco con le proprie devote litanie diaristiche.

 

Questa impressione, tuttavia, è probabilmente da addebitarsi a un altro motivo per cui forse non sono il più idoneo ad apprezzare questo volume: non essendo un critico puro, ma un mediatore non specializzato che ricorre di volta in volta alla critica, alla traduzione o al lavoro editoriale per creare ponti a piacimento fra arte verbale e lettori, sono avvezzo a confrontarmi soprattutto con opere letterarie, mentre qui lo spessore letterario è assai esile. Si tratta invece di una penna chiaramente giornalistica, con le sue qualità e debolezze, vale a dire immediatezza e semplicità ad usum populi, ma anche molte frasi fatte e cliché. Il che forse non è un male di per sé, mentre lo sarebbe se si volesse cercare nel libro di Lilli Gruber qualcosa di diverso da ciò che lei stessa all’inizio dichiara: “questo non è un libro di storia. È un libro di memoria e di recupero di un’eredità familiare e culturale che mi appartiene”. Sicché, in assenza di letteratura e di pretese storiografiche, l’interesse precipuo del libro finisce per concentrarsi sulla persona di Lilli Gruber medesima in quanto giornalista e V.I.P..

 

­Mi risulta, d’altra parte, che L’eredità sia stato salutato da qualcuno come un utile compendio per comprendere l’Alto Adige-Südtirol. Non so. Di certo l’autrice è stata attenta a scandire il suo racconto attraverso i capitoli più importanti della storia proto-novecentesca della sua riscoperta Heimat, compresi alcuni episodi meno noti a sud del Trentino, provincia sorella, come le cosiddette “opzioni” imposte nel 1939 da Hitler e Mussolini ai sudtirolesi tedeschi, costretti a scegliere se abbandonare le proprie terre per altre, ignote lande del Reich o sottoporsi a un’italianizzazione definitiva. E anche il connubio di documento e finzione, nelle pagine dove riesce meglio, rende vitale e convincente il racconto infondendogli un’allure di verità.

 

Tuttavia, come accennavo, personalmente non credo che la conoscenza di questo periodo storico sia sufficiente a farsi un’idea esaustiva di questa provincia di frontiera. Nel secondo dopoguerra, infatti, si concentra gran parte delle vicende, delle tensioni e delle contraddizioni che permettono di capire quel che l’Alto Adige-Südtirol è oggi al di là dei mercatini di Natale, degli hotel wellness tutti uguali, della mummia Ötzi e delle invidie alimentate ad hoc nei confronti di una terra dove, senza autonomia, riemergerebbero molte delle tensioni adesso sopite e per così dire mantenute in una dimensione di latenza.

 

 A questo proposito, se posso infine permettermi due diversi consigli di lettura, chi voglia capire la terra d’origine di Lilli Gruber e dell’autore di questa recensione, e non sa il tedesco, legga semmai Eva dorme di Francesca Melandri (Mondadori) se predilige i romanzi, oppure un volumetto di recente apparizione presso un piccolo editore locale, se preferisce i saggi e uno sguardo da insider: lo hanno scritto il direttore di una scuola di lingua e un giornalista non meno bilingue di Lilli Gruber, Aldo Mazza e Lucio Giudiceandrea, si intitola Stare insieme è un'arte (Alphabeta) ed è forse il punto più avanzato della riflessione su quella “società in bilico” che è l’odierno Alto Adige-Südtirol. In due lingue e con il trattino in mezzo.

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