Non volevo vedere

Qualche mese fa, con L’ho uccisa perché l’amavo. Falso! (Laterza, Roma-Bari, 2013), le autrici Loredana Lipperini e Michela Murgia consegnarono alle stampe un piccolo libro che, tra le pagine, nascondeva un preziosissimo manuale costruito sulla base di notizie, fatti, statistiche, classificazioni per tipologie di tormenti, di delitti e d’assassini. Analizzando infatti i dati raccolti dal 1992 ai giorni nostri, emergeva l’inconfutabile dato che in Italia “si ammazza di meno, ma le donne vengono ammazzate sempre di più”. Donne insieme a tutte le vittime di una cultura ordinata sull’imposizione di un ruolo e del possesso. Pezzo dopo pezzo nel libro venivano smontati tutti i falsi miti che costituiscono l’immaginario comune intorno a stalking e femminicidio, le falsificazioni anche semantiche di una realtà presentata dai media con un linguaggio errato e sviante, realtà che, per essere smantellata e combattuta, ha invece diritto a tutta la propria verità. Anche linguistica.

 

 

Delitti intrisi d’odio e distruzione, nati dal rifiuto da parte del carnefice di accettare un cambiamento, filtrati dai giornalisti con un’ottica giustificatoria e assolutoria, e romantiche definizioni da romanzo d’appendice spinto, come “delitto passionale”, o come il suo fratellino più dolce, il “delitto d’amore”. Gli assassini sono spesso presentati prima che come boia come vittime indifese di una crisi sociale, economica, epocale, uomini ridotti all’incapacità di esprimere i propri sentimenti (ma stiamo parlando ancora d’amore?), se non in modo violento, come se botte e spari non fossero altro che l’innocente refuso in un’espressione sentimentale altrimenti goffa.

 

Al contempo, tra le righe, delle donne e delle vittime galleggia sul loro sangue versato la “colpevole” partecipazione in un concorso di colpa – si parla così della corresponsabilità di non aver capito, di non aver saputo aspettare, di non aver saputo vestirsi, di non aver saputo muoversi, di non aver saputo restare (la subdola quanto incredibile lista dei capi d’imputazione si allunga ogni giorno). E se invece si fosse trattato solo di non aver potuto vedere?

 

Non volevo vedere di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai si apre su viale Miramare di Trieste sferzato da una gelida Bora di dicembre. Ma non è questione di clima natalizio, alberi e presepi, atmosfere mitteleuropee, né di eleganti caffè intrisi di ricordi e accenti diversi: ad attraversare l’aria di quel 21 dicembre 1996 sono le frenate delle auto dei carabinieri. La corsa lungo le scale di una palazzina Liberty, poco dopo gli spari, poi le sirene della polizia, le due autolettighe che arrivano disperate. Fernanda Flamigni, co-autrice e protagonista, giace a terra nell’appartamento dei genitori, ferita alla testa da tre proiettili. Suo figlio di due anni piange nella stanza accanto. Il corpo accanto a quello della giovane madre è di Giovanna, la sorella, morta sul colpo che aveva cercato di difendere Fernanda trasformandola “nell’opzione sbagliata del destino”. Ai carabinieri non resta che ammanettare l’autore della sparatoria, l’uomo che sta tentando inutilmente di usare l’arma su stesso, ma che si è inceppata, come tutto il resto della sua esistenza: come scrive Fernanda, infine “la vita era stata beffarda anche con lui”.

 

 

Ma torniamo indietro. I protagonisti della storia sono una coppia di giovani che si sono conosciuti nei corridoi dell’università occupata nel 1989. Si innamorano, si fidanzano, poi si sposano. Una storia come tante. Il sogno di lei di una famiglia serena e felice, “da Mulino Bianco”, si sgretola sotto le picconate dell’uomo che svela fin dai primi tempi un carattere ambiguo, dai tratti psicotici, scisso tra scatti d’ira e microscopici gesti, come una rosa dopo una sberla. Fernanda resiste, stringe i denti, va avanti, con amore, poi con il senso del dovere ereditato dal padre. E mente a se stessa mentre il marito perde uno dopo l’altro gli impieghi come giornalista e si barrica dietro accuse al mondo, scuse e pretesti. Il tutto mentre lei non può fare nulla per contrastare la crescente dipendenza dell’uomo dalle droghe.

 

Dal giorno in cui l’eroina diventa la terza incomoda, un’amante esigente, i soldi cominciano a sparire dal conto in banca e dal salvadanaio del bambino. La protagonista decide di doversi salvare insieme al figlio. Torna alla casa di famiglia, parte il ricorso per la separazione, mentre nelle settimane successive subisce minacce, percosse, appostamenti e una terrificante aggressione a mano armata sul luogo di lavoro. Nel delirio che deve affrontare per proteggersi, Fernanda è più preoccupata delle minacce di suicidio dell’uomo, ne parla alle forze dell’ordine, ai servizi sociali. Poi un giorno la telefonata, e la protagonista aprirà per l’ultima volta la porta al suo carnefice che dice di portare un tardivo regalo di Santa Lucia al bambino. Entrato in casa, dalle sue mani uscirà una fisarmonica per il figlio, e tanti coriandoli di carta lanciati sulla testa della moglie che ha ventinove anni: è il ricorso per la separazione stracciato in tanti piccoli pezzi. Poi la mano estraeva la pistola. Il resto è la cronaca raccontata in un libro che si legge d’un fiato, trascinati da un ritmo da thriller psicologico e l’atroce consapevolezza che non si tratta di finzione, ma di una storia vera di chi ha sentito la propria pelle rabbrividire e tremare per davvero di fronte alla fine.
 

 

Non volevo vedere, il titolo, una pugnalata: dopo due mesi di ricovero l’autrice è emersa dal proprio letto d’ospedale completamente e per sempre cieca. Nella stanza buia in cui è costretta, Fernanda Flamigni ha deciso di ricominciare, di ripartire e per farlo è necessario capire, vedere, aprire gli occhi. Si va a tentoni, si urtano mobili, ci si riempie le gambe di lividi. Ma dopo diciassette anni si può raccontare la propria storia, rivederla da capo, sviscerarla, osservarla tutta per poi descriverla in ogni suo anfratto, anche i più dolorosi. Perché questo libro ci dice, come scrive Carlo Lojodice, “come certe tragedie possono svilupparsi.” Raccontarsi significa anche guardare la verità, darle un nome, anche se fa paura, mentre si regge il proprio cuore messo a nudo tra le mani perché tutti ne  possano vedere le cicatrici profonde, e le nuove pulsazioni che lo attraversano vitali e colorate come le paillettes che formicolano sulla retina abbassata di Fernanda.

 


 

I proventi dalla vendita andranno a un fondo per le donne vittime di violenza istituito dalla CGIL.

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