Romanzi e Resistenza

Che gli anni 1943-45 siano ancora in Italia un nervo scoperto lo testimonia il dibattito infuriato attorno a Partigia di Luzzatto. E’ evidente che il concetto di “guerra civile”, introdotto con molta fatica da Pavone, negli anni novanta, non è stato affatto digerito o viene puntualmente strumentalizzato. Per di più Luzzatto ha usato come detonatore di tale esplosivo la vicenda resistenziale di Primo Levi e del “segreto brutto” che si portava addosso. Di qui l’acquisizione interessata del libro da parte del revisionismo colto che fa capo al «Corriere della sera» (Paolo Mieli in anteprima, ma poteva essere benissimo Galli della Loggia) e di quello rozzo, che dopo aver demonizzato l’autore di Padre Pio, l’ha in questo caso adottato pelosamente e in pieno con titoli del tipo Se questa è resistenza (Francesco Specchia, «Libero»), Il brutto segreto di Levi che riscrive la resistenza (Luigi Mascheroni, «Il Giornale»).

 

Dall’altra parte una serie di allarmati attacchi, aperti da Lerner su «La Repubblica», seguiti da De Luna, Revelli, Cavaglion con interventi più o meno articolati, che non sembrano tuttavia cogliere nel segno. Per chi è giunto alla guerra di liberazione leggendo la narrativa della Resistenza, scritta da ex partigiani, in verità non si apprende molto di sconvolgente. Le fucilazioni delle spie e anche dei propri (Fenoglio: Vecchio Blister), la difformità delle scelte e la debolezza della fede (ancora Fenoglio: Un altro muro), le questioni private, l’impreparazione e le grandi fughe (Meneghello), niente è rimasto nascosto. In più si aggiunge una grande varietà di approcci stilistici e di sensibilità, che vanno dal picaresco attraverso gli occhi di un bambino (Il sentiero dei nidi di ragno) all’epico de Il partigiano Johnny, dal drammatico più serrato alla narrazione postuma, riflessiva, antiretorica, ironica e metaromanzesca de I piccoli maestri. Se è già stato detto tutto e così bene, cosa possono aggiungere i recenti romanzi sulla Resistenza scritti da chi è venuto dopo? Questo sarà certo il primo interrogativo che si saranno posti tre esordienti: Paola Soriga (Dove finisce Roma, Einaudi 2012), Aldo Cazzullo (La mia anima è ovunque tu sia, Mondadori 2011) e Giacomo Verri (Partigiano Inverno, Nutrimenti 2012), insieme a chi si accingeva alla lettura. Premettendo che riprendere, anche sul piano narrativo, quel periodo significa comunque tenerlo meritoriamente vivo, vediamo però cosa si può trovare dentro le tre opere.

 

 

Dove finisce Roma si apre con la giovane staffetta partigiana Ida nascosta nelle grotte dell’agro romano e per tre quarti consiste di flashback dalla Sardegna all’arrivo nella capitale. Decisivo l’incontro con Rita, di famiglia antifascista, che favorirà un’entrata quasi naturale nella Resistenza. Ida uscirà dalla grotta in tempo per vedere l’arrivo degli Americani, ma tra la folla festante riceverà l’annuncio, per bocca dell’amato Antonio, che presto si sposerà con un’altra ragazza. Insomma ci sono tutti gli avvenimenti della Resistenza romana (il bombardamento di San Lorenzo, lo scontro di Porta San Paolo, la deportazione degli ebrei), ma squadernati in un album di figurine necessarie quanto poco motivate. Non manca l’amore partigiano, ma la formazione della protagonista resta piuttosto in superficie, al modo degli altri personaggi, appena incisi, che spariscono in fretta dalla mente alla chiusura del libro. Lo stile è rapido, parlato con inserti di romanesco e di sardo, l’uso di ripetizioni e di indiretto libero; l’insieme offre tuttavia un’impressione di artificioso e di costruito su esili basi. Cazzullo imbocca con decisione la via interpretativa del fallimento della Resistenza, del suo tradimento ad opera degli stessi protagonisti, mentre ancora la stavano compiendo. Ė il tesoro della quarta armata, finito nelle mani della curia, a fare da esca e da spartiacque per chiudere una breve stagione e aprirne un’altra all’insegna del compromesso. La “soluzione salomonica” proposta da padre Bergoglio consiste nello spartire la torta al cinquanta per cento tra i preti, che la faranno avere ad un loro giovane protetto perché faccia da volano economico-sociale per la comunità locale, e i comunisti che erano venuti a sapere delle ricche requisizioni. Ciò fa problema soprattutto per Domenico Moresco, il comandante partigiano, che il compagno Alberto rampogna al momento della spartizione senza avere la forza di opporvisi e che lo accuserà più tardi di essere “un uomo pieno di soldi e di ombre”. Per di più i due amavano la stessa donna, Virginia, anch’essa partigiana, che aveva infine scelto Alberto e a cui il comandante affida la missione d’avvisare della prossima retata nazifascista: un compito rischiosissimo che le risulterà infatti fatale, e su cui si allungano quindi altri brutti sospetti. Alberto, piccolo uomo del sottosuolo, cova un lungo rancore, facendosi passare denaro dal nuovo ricco e divenendo l’amante della di lui moglie (e sorella di Virginia). Sessantasei anni dopo Moresco viene trovato ucciso in un bosco dei dintorni; di qui lo scavo nel verminaio della provincia. Sì, perché la struttura che regge il libro è quella, ormai immancabile nei romanzi italiani contemporanei, dell’investigazione; il che non giova alla complessità della rappresentazione storica. Primo perché ad essa si sovrimpone il plot, costringendo per esempio il nervoso montaggio temporale dei capitoletti a continue sospensioni con effetti suspense a volte riusciti a volte prevedibili, o offrendo attacchi non esattamente memorabili tipo “il commissario si accorse presto che qualcosa non tornava” . A soffrirne di più sono poi i personaggi mossi da sentimenti elementari quali il desiderio d’arricchimento personale o la volontà di vendetta. Tali movenze da romanzo popolare curiosamente s’accordano bene con certo revisionismo d’oggi: i partigiani che si sparano tra loro (anche negli anni duemila), che freddano i repubblichini (nel 1945 come sessant’anni dopo), avendo “dentro una rabbia da fascisti”. Episodi che non vanno certo occultati da una storiografia seria, ma che prendono quasi tutto il campo del romanzo. A fare da contraltare morale doveva stare forse la figura di Johnny, lo scrittore di Alba scomparso nel ’63 che progettava di raccontare la storia occultata del tesoro, ma che appare sul suo binario temporale morto piuttosto avulso dalle vicende e di cui, se non fosse proprio apparso, nessun lettore avrebbe sentito la mancanza.

 

 

Il più convincente dei tre romanzi si rivela invece Partigiano Inverno. Sembra godere del vantaggio di una maggiore familiarità di partenza con la materia, cui s’aggiunge il consapevole ritrovamento d’una chiave d’approccio ad essa e infine il talento scrittorio. Il radicamento nella propria storia locale, quella di Borgosesia, capace di innalzarsi a vicenda paradigmatica, si riflette sulla fondamentale resa dei luoghi: il paese intanto, percorso e ripercorso in ogni suo angolo dai personaggi, attraversato dal freddo del dicembre 1943. Verri dichiara lucidamente un modo di leggere il passato privo di imitazione pedissequa e di immedesimazione piena; piuttosto una distanza irrimediabile che viene trasfusa nei tre protagonisti della storia. Italo Trabucco è un insegnante in pensione che, all’insegna dei rimorsi e dell’incertezza, torna in valle dopo una vita di lavoro spesa a Vercelli: abbeverato alla “più micidiale letteratura russa”, è imbevuto della “filosofia tra le più deprimenti del secolo”. Non sa decidersi tra la posizione neutrale della cognata dopo l’8 settembre e l’attivismo del vecchio medico Pietro che organizza comitati e recluta nuovi combattenti da spedire in montagna. Questi chiede a Italo di fare la sua parte raccontando agli uomini del loro futuro: “Beato chi avrà la curiosità, la costanza, la pazienza, il tempo, la fortuna di cogliere quello che avete fatto nelle condizioni migliori per assaporare il gusto delle vostre fatiche e per piangerci sopra. […] Quello che voi fate oggi sarà come un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire e, chi lo capirà, rimpiangerà l’inesperienza diretta di questi giorni, ne sarà stordito, amerà il continuo riandare alla lettura, alla rievocazione, al ricordo.”. Qui Italo si fa portavoce delle linee programmatiche di Verri, ma nel capitolo successivo se ne smarca: ritorna sui suoi passi, non crede già più a quelle parole, parzialmente le cancella. Secondo in ordine di apparizione è Umberto Dedali, bambino di dieci anni, che sta maturando un avvicinamento al mondo partigiano avvolto da un’immaginazione mitica: Cino Moscatelli, il comandante, “sembrava un uomo normale”, ma “serio come il lupo, ha tirato fuori una Luger pi zero otto che luccicava come la biscia d’acqua… e nell’altra mano una rivoltellina Balilla”. Così lo scontro di Varallo, dove resta ucciso un fascista e che causerà la fucilazione di dieci prigionieri ad opera della Legione Tagliamento, diviene il momento di rottura di un ordine apparentemente immodificabile, il “gran Carnevale” per cui “tutto sembra uguale”, compresi la guerra e la morte del padre. Di qui il tentativo di fare un gesto di ribellione contro il grottesco maestro fascista, oppure quello di rompere con l’amico Gabriele, figlio di un ras locale; o ancora di chiedere, nella sua letterina di Natale un fucile a Moscatelli invece che a Gesù bambino. Infine Jacopo Preti, matricola alla facoltà di lettere, l’unico ad entrare direttamente nella lotta; eppure anch’egli ricerca qualcosa di bello che nella guerra non trova e che resta un gioco, una “lunga vacanza”: egli ha mancato lo scontro a fuoco di Varallo, ricevendone la conferma d’un marchio di incompiutezza: “gli altri sono ribelli veri, sono vecchi partigiani, sanno, hanno fatto”. Dicevamo anche della qualità scrittoria: il dato più evidente consiste nella ricchezza delle provenienze lessicali che rende pastosa ed espressiva la lingua. Ecco dunque piemontesismi soprattutto tra i sostantivi, espressioni più genericamente dell’italiano regionale (“dall’altra banda”, “roba compagna”), voci rare di diversa derivazione, quali verbi danteschi (“incelarsi”), sostantivi e aggettivi del latino storico e letterario (“salpinge”, “erebo”) o scientifico (“lucivaghe”, “deiscente”); parole di per sé sonoramente vivaci ( “buffando”, “cianfrugliare”), neologismi, spostamenti morfologici (“tosco” usato come aggettivo). Non mancano le similitudini e le metafore ispirate in gran parte dal corpo umano e dal mondo naturale: “le albicocche fresche degli occhi”, “dentatura castorile”, “nuvole soffici come pagnotte”, “la luna di tre quarti allattava il buio”. A parte qualche inflorescenza di troppo, cresciuta su mancanza di avvenimenti, un bel modo di fare memoria e letteratura.

 

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