Rosalind Krauss. Under Blue Cup

Quello che sto per scrivere non suonerà come un’indiscrezione, perlomeno tenendo conto di quello che i lettori più affezionati di Rosalind E. Krauss – la più brillante storica e critica d’arte contemporanea americana, con un nutrito seguito anche in Italia – si raccontano a mezza bocca da dieci anni. Ma soprattutto non suonerà come un’indiscrezione per una ragione più sostanziale, che è l’oggetto principale dell’ultimissimo libro di Krauss. Procediamo per ordine: fine 1999 a Manhattan, in uno dei migliaia di taxi che sciamano a zig zag sfidando la griglia urbanistica della città, Rosalind Krauss vive un’esperienza quasi letale: la rottura di un aneurisma. Raggiunto l’Ospedale di New York a bordo dello stesso taxi viene ricoverata d’urgenza e si salva per un pelo. L’emorragia cerebrale ha pertanto delle conseguenze devastanti sulla sua memoria. Il XX secolo si chiude per Krauss con un vero e proprio azzeramento, un reset dei suoi ricordi.

 

In tanti consideravamo The Optical Unconscious (tr. it. L'inconscio ottico, Bruno Mondadori 2008) – uno dei suoi libri più complessi e intimi – come una sorta di testamento intellettuale. Per questo sin dal 2000 attendo con crescente apprensione ed entusiasmo qualsiasi intervento firmato da Krauss. Un’autrice, per inciso, che in un periodo di profondo scoramento per la situazione della storia dell’arte contemporanea nel nostro paese mi ha restituito la forza per “resistere resistere resistere”.

 

Le mie speranze non saranno disattese. Krauss ha infatti lentamente ripreso a scrivere, sebbene testi più concisi, che lei stessa considera redatti in uno stile un po’ legnoso (“wooden, unbearable”). Si tratta di necrologi di compagni di strada di una vita – Sol LeWitt (2007), Robert Rauschenberg (2009), Cy Twombly (2011) –, di traduzioni dal francese e di alcuni contributi circoscritti. Il 2005 è un anno decisivo, che vede la pubblicazione di quello che in Italia è ormai soprannominato il “Manualone”, ovvero Arte since 1900. Modernism, Antimodernism, Postmodernism (tr. it. Zanichelli 2006), scritto assieme a Yve-Alain Bois, Benjamin H.D. Buchloh e Hal Foster. Gli interventi firmati da Krauss si possono additare ad occhi chiusi, per quanto ogni paragrafo ha l’impronta del suo pensiero: il Picasso cubista e il collage, la fotografia di Alfred Stieglitz, Tu m’ e Etant donné di Marcel Duchamp, il surrealismo e Georges Bataille, la scultura di Brancusi e di David Smith, la pittura di Jackson Pollock e la critica di Clement Greenberg, Donald Judd e il minimalismo, Michael Asher e la scultura nel campo espanso degli anni settanta, Cindy Sherman e l’emergere del postmodernismo nelle arti visive. Nel 2010, infine, gli scritti più recenti sono raccolti in Perpetual Inventory (tr. it. Inventario perpetuo, Bruno Mondadori 2011), un libro che mostra bene la frattura del suo pensiero prima e dopo il fatidico 1999. Questi ultimi sono infatti intercalati da alcuni saggi storici ormai classici, come quello sul video e il narcisismo, Picasso e la semiotica, il rapporto tra disegno e scultura in Richard Serra.

 

Ho terminato da poco di leggere Inventario perpetuo quando strabuzzo gli occhi sulla sezione novità della libreria del Pompidou di Parigi: giorni fa è infatti uscito Under Blue Cup (MIT 2011, in corso di traduzione presso Bruno Mondadori). E stavolta si tratta di un libro interamente concepito e redatto in questi ultimi anni. Si tratta di un oggetto editoriale insolito per l’IMT: la copertina è rigida, grigia e zigrinata, con l’immagine di una tazza di caffè incollata sopra, come le prime illustrazioni a colori dei cataloghi d’arte. Quello che sulle prime prendo per uno still frame è in realtà un disegno di William Kentridge fissato con delle puntine al muro, pronto per essere videoregistrato dall’artista per pochi secondi. Per un effetto ottico il disegno sembra esser affisso direttamente sulla copertina del libro di Krauss, intitolato del resto Under Blue Cup. Senza quarta di copertina, biografia ed endorsements, l’immagine si stacca su un fondo monocromo come unica superstite. Persino le pagine di guardia non sono innocenti: rappresentano un foglio cartonato puntellato da buchi di diversa grandezza e profondità, un paesaggio lunare, una parete spoglia dalla quale siano stati tolti i quadri, un dazebao usurato: un’immagine della memoria labile dell’autrice?

 

 

Cerco di protrarre le piccole epifanie che precedono la lettura del nuovo acquisto; ogni scusa è buona (avete provato a leggere un libro che non si tiene aperto da sé mentre sorseggiate un caffè?). Giro e rigiro il libro tra le mani,consulto l’indice, leggo attentamente ogni paratesto, pochi a dire il vero, guardo le 61 immagini, tante per un agile libretto di 142 pagine. Sento subito un’aria di famiglia: Ed Ruscha, Kentridge, James Coleman, Christian Marclay, Bruce Nauman, Sophie Calle, Marcel Broothaers, Harun Farocki, Bill Viola. Krauss ne fa nientemeno che i “cavalieri al servizio del medium”. Anche la prima riga della Premessa suona familiare, un clin d’oeil al lettore affezionato che lo avverte che quello che tiene tra le mani è opera di Rosalind Krauss: “Incited by over a decade of disgust at the spectacle of meretricious art called installation…” e così via. Il resto del libro è all’altezza di questo attacco, con affondi mirati contro, in ordine sparso: l’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud; il postmodernismo di Daniel Libeskind, soprannominato “Mister Clean-up”, ovvero “Mister Pulizia”, e il suo progetto per la ricostruzione delle Twin Towers; la lettura di Duchamp come padre dell’arte concettuale proposta da Joseph Kosuth; la critica del white cube nella Documenta X di Catherine David, che Krauss considera come la sua controparte: “an ardent Frenchwoman, with her own set of explanations and reasons” o semplicemente “Kha-thee”. Nome e cognome: le critiche di Krauss non sono mai state generiche e quel modo di entrare a gamba tesa nei dibattiti critici è uno dei tratti più tipici dei suoi scritti.

 

Una postura stemperata, in Under Blue Cup, da un registro cliniconarrativo, quello di un medico-scrittore quale Oliver Sacks o ancora di più quello di Jean-Luc Nancy ne L’Intrus (tr. it. L'intruso, Cronopio 2006). Il filosofo francese ritorna qui sul suo trapianto di cuore e sulle complicazioni procurate dal rigetto del nuovo organo da parte del suo sistema immunitario; una narrazione sull’identità in bilico tra la prima e la terza persona, sul divenire estranei a se stessi – un’estraneità intesa non come teoria filosofica ma come realtà iscritta fisicamente sul corpo dell’autore. “Late in 1999, my brain erupted”, è questo l’incipit di Under Blue Cup. E qui risiede la ragione sostanziale cui accennavo all’inizio contro ogni indiscrezione, perché è l’autrice stessa a fare i conti, a distanza di un decennio, con la propria fragilità, difficile da immaginare per quanti, come noi lettori, la conoscono solo attraverso la sua penna graffiante. Nelle prime pagine troviamo un accenno agli esercizi riabilitativi, fisici quanto cognitivi, necessari all’autrice per rafforzare la sua memoria a breve termine: flash cards con disegni elementari o catene di parole slegate che Krauss deve richiamare a memoria dopo un intervallo di una ventina di minuti. “Under Blue Cup” è precisamente il primo di questi testi, il più facile da memorizzare per Krauss grazie alle associazioni con esperienze pregresse di cui ha mantenuto una traccia mnestica.

 

Ora, lo scarto sorprendente è che questo piano privato permette a Krauss di approfondire una tesi che, stravolgendo McLuhan, sintetizza così: “Il medium è la memoria”. Il medium – trattato dal postmodernismo come un arnese da rigattiere – torna prepotentemente alla ribalta. E torna alla ribalta su due scene parallele, come in uno split screen: in quanto memoria storica di un medium specifico (pittura, scultura, fotografia, film) nella produzione artistica dei “cavalieri del medium” dagli anni settanta ad oggi; in quanto memoria personale dell’autrice, quella memoria “washed away” dall’aneurisma, come un disegno sulla spiaggia dalle onde del mare. Questo doppio piano – e qui risiede tutto lo sforzo concettuale e l’interesse di Under Blue Cup – funziona in realtà come una visione stereoscopica, in cui due immagini bidimensionali dello stesso oggetto si sovrappongono per formarne una sola in rilievo. Lo dimostra bene l’incursione contro l’arte concettuale: per Krauss è una forma di amnesia del medium, dell’arte e del visuale, a causa della sua smaterializzazione dell’oggetto artistico e del ricorso esclusivo all’idea e al linguaggio.

 

Bisogna leggere le ultime pagine per trovare un accenno discreto alla lunga fase di convalescenza di Krauss, che condivide con noi lettori l’entusiasmo quando recupera parzialmente l’uso dell’inglese e del francese. Ma condivide con noi anche un momento buio, in cui il dottore le sottopone un esercizio elementare sulle relazioni spaziali, sul raccordo degli elementi di un’immagine. Si tratta di un puzzle composto da sei pezzi, adatto ai bambini di due anni, che raffigura un pontile con un faro e una barca a vela sovrastati da un cielo con il sole e una nuvola. Acqua, terra e cielo: un insieme che Krauss si sforza di ricomporre senza successo. È su questa impotenza che chiudo il libro con la sua copertina grigia, preso da un sentimento che non so descrivere a parole. Come dimenticare che la stessa Rosalind Krauss ha insegnato a me come ad almeno due generazioni di studenti a penetrare nei dipinti cubisti più intricati?

 

Under Blue Cup è insieme un saggio e la testimonianza di una battaglia contro l’oblio, che questo sia personale o collettivo, identitario o storico. È un diario intellettuale in cui l’autrice annota alcune riflessioni per ricordarsi, per ricordare anzitutto a se stessa, a un sé dai confini mossi e a volte poco familiari, cosa costituisce per lei l’esperienza estetica. “Sotto la tazza blu” è la risposta che Rosalind Krauss condivide con i suoi lettori.

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