Schifano furioso

In questo momento ctonio fa bene leggere la storia della vita di un personaggio come Mario Schifano, fa bene perché seguire la sua vicenda biografica trasmette una sensazione abbastanza precisa che ha a che fare con la forza nuda, perché ci si rende conto in forma indiretta di quanto schiaccianti ed esaltanti possano diventare gli elementi della natura quando prendono il sopravvento. Quello che colpisce nella vicenda biografica di Schifano è, infatti, una sorta di furia che sembra essersi impadronita di lui dal momento della nascita a Homs, nella terra “estrema” di Libia, e lo abbia costantemente accompagnato sino al termine della sua esistenza.

 

Quando nel 2002 Luca Ronchi presentò il suo film Mario Schifano tutto alla 58/ma Mostra del Cinema di Venezia, per definire il metodo seguito nell’affrontare e ordinare la grande mole di materiali visionati, in un’intervista parlò di uno stile “che Mario chiamava ‘preciso noncurante’” (“Manifesto/Alias”, 12 gennaio 2002). Preciso e noncurante è stato lo stesso Ronchi ora nel costruire questo Mario Schifano. Una biografia, (Johan & Levi, pp. 415, € 29.00) poiché con la medesima procedura il regista, nonché storico collaboratore del pittore, ha convocato l’entourage di Schifano e messo meticolosamente insieme decine di testimonianze. Attraverso questo composito ritratto il protagonista si staglia con incredibile e solitaria energia sul panorama artistico-culturale di un’epoca che viene a sua volta tratteggiata con solo qualche rapido accenno qua e là. Tanto basta tuttavia per farne sentire distintamente i tormenti sociali e politici, il sapore dell’aria che tirava.

 

 

È una ricostruzione molto fisica della vita di Schifano, attraverso i testimoni più vicini che nella loro coralità descrivono un essere sostanzialmente imprendibile: “Una natura elegante tende sempre alla gelosa conservazione dell’elemento che la nutre e si espone raramente al contatto con la multiforme, violenta e pregnante realtà. La vera eleganza è anche timida.” Così ne parlava Parise nella presentazione della mostra allo Studio Marconi di Milano del 1965 (nello stesso testo si trova la celebre definizione di Schifano come di “un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto”). E quella timidezza viene fuori tutta anche dalle pagine della più recente biografia in cui il racconto si snoda attraverso le aneddotiche più diverse, legate ai suoi principali galleristi (Plinio De Martiis, Giorgio Marconi, Emilio Mazzoli, e altri), alle sue donne (Anita Pallemberg, Marian Faithfull, Anna Carini, Nancy Ruspoli, Monica De Bei, madre dell’amatissimo figlio Marco Giuseppe, e altre), agli innumerevoli amici (Ungaretti e Moravia, Emilio Villa, Enzo Siciliano, Furio Colombo, Goffredo Parise, Tano Festa, Franco Angeli, Achille Bonito Oliva, Marina Ripa di Meana, Enrico Ghezzi, e altri), tutti chiamati, spesso postumi, a collocare ciascuno il proprio tassello, nessuno secondario o inutile nella sua vita, poiché di quegli amori e di quelle amicizie Schifano letteralmente si alimentava. Era la leggendaria pallina del leggendario home run di De Lillo (Underworld), li teneva insieme tutti in un ideale tessuto sociale che egli marchiava.

 

Tutte queste tranches-de-vie montate per periodi spiegano (ci provano, quanto meno) il suo percorso umanoartistico, senza trattino d’unione perché in Schifano la fusione tra biografia e percorso artistico è perfetta, e non perché lui abbia fatto dell’arte la sua vita. Nelle cinque stagioni (1958-1963, ‘63-’71, ‘71-’81, ‘82-’95 e ‘96-’98) in cui è articolato il libro, Schifano sembra Alice nel pozzo, nel passaggio verso il Paese delle Meraviglie: non gli è possibile identificare bene tutto il reale in quel vortice, ma ne prende dei pezzi significativi e rappresentativi, fa l’unica cosa che veramente si può fare mentre si è nel transito turbinoso verso un’altra dimensione: tenersi stretti alla propria vertigine. È in quella vertigine che Schifano è vissuto, con l’abilità super di chi sa istintivamente che le cose non stanno come pare e che esse prendono spunto e avvengono tramite processi che non poggiano sulla linearità; di chi, poi, quelle cose te le mostra, magari prefigurandole.

 

Se è vero che l’arte è “il luogo cinico della metonimia” (così l’anima gemella Achille Bonito Oliva nel catalogo della prima, bellissima mostra antologica al Palazzo Sarcinelli di Conegliano nel 1998, all’indomani della morte), il problema di Schifano è di essere il mondo e non di trovarne una dizione attraverso i meccanismi metaforici. Nel 1962 Schifano è invitato negli USA – racconta Plinio De Martiis – alla mostra alla Sidney Janis Gallery di New York intitolata The New Realists dove, tra gli altri autori, ci sono Warhol, Rosenquist, Segal, Wesselman, Lichtenstein, Tinguely. Mario Schifano, europeo di Trastevere, è lì, puntuale, invitato dagli americani. Dopo quella mostra gli americani portarono alla Biennale di Venezia del 1964 la Pop Art!

 

È una furia, il Nostro: le lunghe testimonianze raccolte da Ronchi dicono di un personaggio perennemente impegnato su mille fronti, dall’alto al basso dell’esistenza, dai grandi committenti, ai contesti più domestici, e su tutti questi fronti lui si portava con il massimo di tensione; si dedicava a ciascuno, ma non si dava a nessuno, sempre in fuga, sempre pronto a correre dietro a qualcosa d’altro. Fondamentalmente Schifano non aveva tempo, non poteva tergiversare conversando con gli altri suoi simili, al più poteva riunirli per poi lasciarli lì tra loro, che si misurassero a vicenda con tutte quelle loro storie di arti e artisti, soldi e gallerie, cinema e tv. Lui intanto aveva da fare. Impossibile rendere conto delle decine di ritratti ed episodi della vita del pittore fatti da chi lo ha frequentato, amato, incoraggiato e sostenuto nei momenti bui. È un bel fiume dalle acque turbolente.

 

 

Una vita spesso al limite e infatti ci sarà chi, dopo aver letto questa biografia, ne ricorderà solo le pagine sature di droga, sesso, casi giudiziari e malaffare. Racconta per esempio Roberto Ortensi, già assistente di Ileana Sonnabend e amicissimo di Schifano: “Ero ospite sull’isola di Li Galli insieme a Nureyev. Una sera a ferragosto, per festeggiare la fine dell’estate Bill Berger organizzò una specie di love-in, come quelle che si facevano a Londra o ad Amsterdam. Arrivarono amici dalla Germania – tutti vestiti di cuoio -, gli inglesi dalla Toscana, dalla Grecia, da Patmos, gli americani da tutti i posti della costiera amalfitana con ogni tipo di barca, piroghe, giunche cinesi, a nuoto.” Da Roma arrivarono gli Uccelli, quelli di Sandro Favale (folli antichi performer romani della contestazione anni Sessanta), “Mario era affascinato da questi personaggi. Diceva: ‘Hanno coraggio, hanno rotto con il passato’”.

 

Era il 1968, Schifano stava già lavorando con Franco Brocani al suo film Umano non Umano. Mick Jagger e Keith Richards, suoi ospiti a Positano, scrivono Monkey Man a lui dedicata, come racconta Anita Pallemberg. Al Museo Napoleonico di Roma, all’ultimo piano, per una cifra esorbitante, Schifano aveva preso in affitto, appena dopo essere uscito dal carcere, mille metri quadri. Il suo vicino era Mario Praz, anglista eccelso e anche solerte amministratore del condominio. In questo enorme appartamento Schifano riceveva tutti, aveva allestito una sala cinematografica dove invitava gli amici e i loro amici, offrendo ostriche e vini sontuosi mentre lui vagava in quegli spazi, tra una donna e l’altra, magari con la bicicletta regalatagli, in quanto antico ciclista, da Felice Gimondi (comparso anche nel lungometraggio del 1969 Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani).

 

Altri vorticosi momenti Schifano li ha vissuti a Palazzo Ruspoli, dove erano di casa Andy Warhol, Moravia, Volponi, Parise. Notti dedicate, all’improvviso, a fare quadri meditati a lungo, a volte sufficienti per un’intera mostra, opere ancora grondanti di colori acrilici caricate in fretta sui furgoni delle gallerie in fibrillazione per l’imminenza della vernice. “Io non sono responsabile che di me stesso e di ciò che faccio, e tendo a fare cose sempre nuove, senza tregua”, così aveva detto l’artista un giorno a Costanzo Costantini. Con questo imperativo interiore Schifano si muoveva tra le realtà più significative dell’“industria artistica” dell’epoca, e con tutti si rapportava alla pari, sin dai tempi in cui Ileana Sonnabend, insieme a Leo Castelli tra i massimi galleristi americani, l’aveva voluto a contratto e lo aveva invitato a lavorare per la sua galleria. Ma poi Schifano aveva avuto la sfrontatezza di non partecipare nemmeno all’inaugurazione della mostra dedicata a lui, Jasper Johns e Rauschemberg, e organizzata dalla stessa Sonnabend a Parigi nel 1963. Da quel momento crebbero per lui le difficoltà nel mercato internazionale, ma, come dice il suo amico, lo scrittore e filmmaker americano Anthony Foutz: “Era un uomo che voleva il mondo alle proprie condizioni. E ce l’ha quasi sempre fatta”.

 

Eretico erotico erratico lo definisce quell’anima gemella di Achille Bonito Oliva, citando Licini, e la sintesi è perfetta. Rimane quella terra di nessuno che separava Schifano dagli altri, uno spazio inviolato che lo ha protetto e gli ha consentito di edificare. “Mi conoscono anche quelli che non mi conoscono, – diceva ai suoi potenziali biografi – quindi inventate quello che volete”. Se non sbaglio, tra le molte fotografie dell’artista che compaiono, perlopiù provenienti dall’Archivio Schifano, nella bellissima grafica scelta dall’editore, solo in sei Mario sorride. Monica De Bei chiude il suo racconto dicendo: “Non ha permesso a nessuno di entrare in vera intimità con lui, tra se stesso e le persone anteponeva come uno schermo, una barriera da cui non si passava, si rimaneva al di là. Sentivi che viveva in un posto esclusivamente suo. Tempo fa abbiamo inserito in Archivio un dipinto del ‘64 con un titolo che spiega tutta la sua concezione del lavoro, del suo rapporto con le immagini, mie eterne rivali, e lì ho capito la sua innocenza, il suo essere ‘crocefisso a un ferro di cavallo’, condannato alla sua fortuna, al suo talento di pittore. Si intitola Entra nel mio occhio prima che nel sentimento.”

 

A Costanzo Costantini una volta Schifano, parlando dei suoi esordi alla fine degli anni Cinquanta, aveva detto: “O si andava nelle gallerie a vedere i quadri informali, o si andava nelle strade a vedere i cartelloni pubblicitari. Io scelsi di andare nelle strade.” Lui è ancora nelle strade, lo stiamo capendo pian piano e questa biografia va collocata accanto alle decine di testi critici sull’opera di Schifano. In un certo senso potrebbe anzi costituirne un’utile introduzione, proprio nella sua “approssimazione” così consonante con la vita e l’opera del pittore (Mario, nel giugno 1986, concluse e mi regalò, ancora gocciolante, un acrilico su cartone intitolato Illustrato approssimativamente: così io avrei intitolato anche questa sua biografia).

 

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