Cisco: una famiglia operaissima

Stefano Bellotti, in arte Cisco, è del 1968. È nato e cresciuto a Carpi.
A ventiquattro anni incontra i Modena City Ramblers e diventa uno dei due cantanti del gruppo. I MCR riescono a fare convivere nei loro dischi la passione musicale per l’Irlanda e per il suo folk insieme a testi di lettura e critica della realtà del proprio tempo. Attraverso alcune canzoni come ‘Bella ciao’ o ‘Al Dievel’, Cisco e i MCR attuano un particolare recupero della memoria della guerra e della Liberazione che riesce a coinvolgere anche i più giovani tra il loro pubblico raccontandogli storie lontane nel tempo.
Dal 2005 Cisco ha intrapreso una carriera da solista.

 

Il testo che segue descrive qualche aspetto della vita di Cisco: l’infanzia a Carpi, gli anni Settanta e i suoi ricordi, l’immaginario in cui è cresciuto. Un’Emilia molto di sinistra, in balia di forti cambiamenti come l’abbandono delle campagne e la crescita del lavoro industriale, ma ancora fortemente ancorata alla memoria della Resistenza, ritenuta una esperienza che fonda il nuovo vivere nel dopoguerra.

 


 

Enrico Berlinguer è sempre stato uno dei punti di riferimento nella mia famiglia. Quando parlava il segretario Berlinguer allora si taceva. Ci zittivamo tutti e ascoltavamo quello che diceva. Con la mia famiglia lo siamo andati a vedere in diverse manifestazioni. O era la festa dell’Unità a Modena o quella di Reggio Emilia, una volta era una cosa importante a Firenze. Lì c’era così tanta gente che noi non arrivammo neanche a vederlo. Eravamo lontanissimi dalla piazza dell’evento, in una stradina laterale dove i megafoni piazzati portavano la voce di Berlinguer. Tutti ci sentivamo in dovere di andare.

 

La mia era una famiglia operaissima. Mia madre faceva la magliaia e mio padre era sempre via perché faceva il camionista. C’era il mutuo da pagare e il tempo serviva soprattutto per lavorare. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio restavo a casa. Di continuo, mia madre doveva trovare un posto dove lasciarmi. Sono cresciuto in un quartiere che era chiamato “Kremlino di Carpi”, fatto di palazzi rossi e là c’era una sede del Pci, molto forte. Il pomeriggio rimanevo spesso nel cortile a giocare mentre i miei genitori erano a lavorare, però eri sicuro che non ti succedeva nulla. Se facevi il cretino, magari arrivava uno che ti guardava dalla finestra “Cosa hai fatto?” e ti dava una sberla. Questo qui non sapevi nemmeno chi era! Andavi a casa la sera e dicevi: “Oh quello là mi ha dato una sberla!”. “Ha fatto bene! Si vede che te la meritavi”. Sono cresciuto così, molto in strada, con gli amici, tutti crescevamo lì e in qualche modo quella sede del partito vegliava su di te, organizzava i giochi e buttava l’occhio a vedere quello che succedeva nel quartiere. Era una cosa che in quegli anni funzionava e permetteva alle persone di avere i bambini a casa mentre loro erano a lavorare. Adesso sarebbe impossibile. All’epoca invece era normale.

 

Donna e uomo con falce e martello. Ph. Ottorino Ferrari

 

La gente si sentiva parte comune di una società. Dal condominio al quartiere, si creava tutta una rete di aiuti e di solidarietà. Quello che io ho fatto e che ho cantato o scritto deve molto alla mia crescita in un posto come Carpi, in un quartiere come quello. Se fossi nato in centro non sarei stato così. Vivere in quel quartiere è stato parte della mia formazione, così come vivere nell’ambito di una famiglia contadina che abitava a cento metri da dove si è tenuta una delle stragi più importanti del periodo fascista. La casa dei nonni paterni che spesso frequentavo era fuori Carpi, in piena campagna all’epoca, in una zona che si chiamava Quartirolo, alla Curva di Cattania, luogo dell’eccidio. Ogni volta che andavo a casa dei miei nonni passavo davanti a questi cippi partigiani che ricordavano i caduti.

 

Chiedevo sempre informazioni. “Perché questo monumento?”. E da lì partivano i racconti di guerra dei nonni, delle loro vite in quelle immense case coloniche di una volta. Si ricordavano di quella strage, che i tedeschi gli erano anche andati a dire che i corpi dovevano rimanere lì, non dovevano essere raccolti perché dovevano rimanere d’esempio. Dopo tre o quattro giorni si cominciò a sentire un odore terribile, pestilenziale e lui, mio nonno, insieme ai vicini, andarono a dar sepoltura a quelle anime anche rischiando, disobbedendo a quello che gli era stato detto. Sono state quelle le storie che hanno formato la mia mente, di morti, di uccisioni, di stragi, magari terribili, però è la storia del nostro paese, delle nostre radici e che, nella mia testa di bambino, andavo romanzando. Sentivo quei racconti senza neanche capirne bene la portata. Giocavo a fare la guerra, andavo a nascondermi nei campi, facevo finta di sparare ai cattivi.

 

Festa dell'Unità. Ph. Ottorino Ferrari

 

Non si perdeva mai occasione di cantare insieme Bella ciao. Era come se fosse una canzone di famiglia. Io ero un bambino, non avevo idea di che cosa potesse significare. Poi andavo alla Festa dell’Unità e sentivo suonare Bella ciao. Oppure succedeva nei funerali: quando morì mio zio e anche mio nonno la banda rigorosamente suonò più volte Bella ciao. Era una canzone dei giorni di festa e dei giorni di dolore. Nel 1992 la prima volta che incontrai ufficialmente i Modena City Ramblers e andai in sala prove con loro a cantare una canzone mi proposero Bella ciao: per me in quel momento si chiuse magicamente un cerchio. Stava nascendo qualcosa di importante.

 

Sono cresciuto in quell’Emilia degli anni Settanta, con le bandiere rosse appese alle pareti: filosocialista, comunista, con un’idea di Russia che non avevo neanche bene in mente che cosa fosse, insomma. Tutto questo, a noi ragazzi di quell’epoca, ci ha segnato tantissimo, anche se eravamo piccoli e non capivamo. E quella roba io la subivo fondamentalmente. Non la decidevo io! In qualche modo sono stato ‘indottrinato’ con questa ideologia. Una ideologia che, però, mi ha aiutato anche a confrontarmi con le mie idee, con la mia coscienza. Ma ringrazio di essere vissuto in quel tipo di società e anche di avere avuto quella formazione, per avere fatto quello che ho fatto e per essere quello che sono: oggi tendo a mettere in discussione tutto, di me stesso e della mia parte, delle mie idee perché ormai non accetto più niente per scontato.

 

Sede del PCI. Ph. Ottorino Ferrari

 

Con il tempo mi sono reso conto di avere avuto una visione distorta del paese. Io credevo che l’Italia fosse così! Da bambino non ho viaggiato molto: le uniche vacanze le facevo grazie alle colonie, al mare a Cesenatico o in montagna in Valsugana dove c’erano le strutture del Comune di Carpi. Ci sono stato per sei anni di fila. Sono arrivato a quindici anni che ero convinto che l’Italia fosse così, cioè Festa dell’Unità e partito… quella era l’Italia! Mi ricordo che a quindici anni sono andato in Trentino, a Bolzano, con un mio amico e la sua famiglia. Loro vivevano vicino a noi, ma non erano come noi, molto meno politicizzati, molto più tranquilli, più moderni. Allora ho detto: “Andiamo a qualche Festa dell’Unità?”. Loro mi guardarono così: “Ma a Bolzano non c’è nessuna Festa dell’Unità!”. E io lì cominciai a pormi qualche domanda. E dopo pian piano ho cominciato a scoprire che l’Italia non era il mio quartiere e viceversa.

 

Non ho mai fatto la scelta di fare il musicista. Sono sempre stato un grande appassionato di musica e a diciassette anni ho abbandonato la scuola dopo un diploma di qualifica professionale perché non faceva per me e ho cominciato a lavorare. Già a diciassette anni, avevo il mio piccolo stipendio che spendevo completamente in dischi. C’è stata la coincidenza che ho passato un periodo della mia vita in cui ero fortemente appassionato di musica irlandese e dell’Irlanda. Ho incontrato i MCR che si erano formati da sei mesi e cominciavano a fare i primi concerti in zona. Sono capitato a un loro concerto qui a Carpi; da ubriaco sono salito sul palco a cantare e loro sono rimasti sorpresi di come conoscessi bene le canzoni irlandesi che nessuno all’epoca conosceva. Sono diventato così uno dei due cantanti dei MCR. Poi in maniera naturale, quella strada è diventata il mio lavoro.

 

Il mio approccio alla musica è stato molto naif e poco professionale, però ho portato quel bagaglio di vita che mi ero costruito, io che ero cresciuto in un mondo fortemente di sinistra (che all’epoca nel 1992 già non esisteva più). Questo è stato il mio contributo personale al progetto MCR. Gli altri del gruppo erano molto più acculturati di me. Erano tutti usciti dall’università, erano davvero preparati. Io ero l’uomo del popolo, non avevo fatto università. Ma nel mondo del lavoro mi ero fatto una mia cultura. Quelli del gruppo allora mi vedevano un po’ come se avessi una cosa che la loro istruzione non dava, quello che sapevo lo avevo imparato lungo la strada attraverso la vita vissuta. E quindi alcuni di loro hanno capito e sentito che c’era bisogno di una figura così all’interno del gruppo, di uno comunque che parlasse come la gente e che venisse dalla gente.

 

25 aprile. Ph. Ottorino Ferrari

 

C’era l’idea che i MCR dovessero sì fare musica irlandese, ma proponendo anche concetti di un certo tipo. Eravamo la generazione che aveva visto cadere il Muro. Dovevamo in un qualche modo ricostruirci un’identità generazionale che fosse in qualche modo figlia di quello che avevamo vissuto, ma che fosse anche aggiornata ai tempi. In quel momento lì ci venne incontro forse quello che noi avevamo sempre detto e immaginato, cioè la caduta della Prima Repubblica, con Manipulite e con quello che ha comportato. Ci sarebbe da aprire una parentesi su quello che è successo, ma all’epoca noi ci siamo sentiti dentro a quel grande cambiamento, a quella grande rivoluzione. Mi ricordo in quegli anni c’era Cuore che scriveva una satira bellissima e noi da lì prendevamo spunto. Abbiamo detto: “Serve una colonna sonora per questi anni”.

 

Manifestazione per la Pace. Ph. Ottorino Ferrari

 

Molta gente ci ricorda ancora con affetto, spesso mi viene detto: “Sono cresciuto con le tue canzoni, con le idee che cantavi”. Questo mi fa sentire orgoglioso e fiero, dall’altra parte mi spaventa perché io molte di quelle cose le ho messe in discussione e spero che ognuno abbia la capacità, nel suo, di fare lo stesso. Lo dico da uno che, appunto, si è sentito un po’ smarrito quando ha scoperto che il Paese non era così. A me questa cosa mandava in crisi, soprattutto negli ultimi anni quando incontravo ragazzini che non sapevano niente, giustamente inconsapevoli di quello che dicevano e dei gesti che facevano, mi chiedevano di quando avevo scritto Bella Ciao, come fosse una nostra canzone.

 

 

Eppure non volevamo essere “didattici”, non so come spiegare: volevo cantare liberamente del Comandante Diavolo, ma senza dover dire chi era, senza dover spiegare. È stato molto difficile da gestire quel periodo storico. Difficile trovare il modo di comunicare con una generazione che non era più la tua e che aveva un altro approccio alle cose che stavi dicendo.

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