Pina Vitale: vita quotidiana

Pina ha cinquantaquattro anni e dal 1978 vive a Roma. Quando arriva nella capitale dalla Puglia, la stazione Termini le sembra grande quanto il suo paese di origine. Inizia le sue lotte in città prima in ambito universitario, poi nei centri sociali. Oggi, con il Comitato Popolare di Lotta per la Casa, si occupa di diritto alla casa. Ha immaginato e realizzato un nuovo “esempio abitativo possibile” nell’ex scuola Amerigo Vespucci in via delle Acacie e nell'ex scuola Hertz vicino alla stazione Anagnina. Inoltre, è la cuoca dell’Osteria di Pina all’Angelo Mai Altrove Occupato. È una combattente e resistente degli anni Duemila.

 




Sarei morta. È fuori discussione. Sarei morta se mi fossi trovata negli anni della Resistenza. Non avrei avuto la fortuna di sopravvivere perché l’oppressione è una cosa che mi ferisce profondamente. Avrei potuto fare solo quello, non mi sarei potuto permettere altro. Non mi piace chinare la testa, io devo stare sempre in piedi, voglio morire in piedi. Il resto sono chiacchiere.

Io avevo già cominciato in Puglia a capire da che parte stare. Per me da che parte stare è sempre stato chiaro. Vengo da una famiglia di proletari, di operai, una famiglia un po’ disastrata. La mia mamma è sempre stata una persona particolarmente guerrigliera, brillante, una persona con il culto del fare, lavoratrice, una lavoratrice folle. È mia madre che mi ha portato dentro il gusto della ribellione. È stato poi un insieme di coincidenze che ha scatenato in me questa voglia di stare sulla barricata. Intanto la cultura. Don Milani l’aveva scritto – è una frase del Che Guevara – ma don Milani l’aveva scritto alla scuola di Barbiana: Il bambino che non studia non sarà mai un buon rivoluzionario. Perché? Che cos’è un rivoluzionario? Uno che cerca di cambiare le oppressioni, di non adeguarsi all’oppressione. Se don Milani, cattolico, recepisce un messaggio del genere, io penso che dovremmo essere tutti un pochettino più attenti, senza metterci la medaglietta del Che e non capire quello che diceva, perché è facile oggi fare i rivoluzionari. Sicuramente credo di avere acquisito una cosa più degli altri: io ho rispetto per l’umanità, ho rispetto per me stessa come donna e soprattutto ho rispetto per la cultura della gente. Io mi batto perché la gente abbia cultura, io mi batto perché la gente capisca che oltre al proprio naso ci sta la prateria e che bisogna cavalcare nelle praterie. Andare a teatro o leggere un buon libro è una cosa importante.

 

Ph. Mirto Baliani

Se fossi rimasta in Puglia a lottare avrei fatto un buco nell’acqua e sarei finita sulle magliette della gente. Avrei fatto veramente un buco nell’acqua, non potevo. In Meridione l’umanità è arresa. È arresa al potere ed è arresa alla malavita. Al Sud hai più livelli in cui tu devi interagire e questo è folle. È folle perché tu devi essere davvero non una e Pina, ma una e trina! Io la logica del patteggiamento ancora oggi, anche a Roma, la rifiuto. Io non vado ai tavoli. Per contrattare che? Il disagio? Con chi l’ha creato? Che cosa contratto? Ti vengo a proporre quello che tu hai prodotto? Lo trovo allucinante. Io vado a trattare le case popolari. Se ci sono delle case popolari che spettano di diritto alla gente le vado a trattare! Ma il disagio che tu hai creato per il quale io faccio da ammortizzatore sociale me lo gestisco io. Poi mi devi sgomberare? Quello è il tuo compito, è repressivo. Io sono un’altra cosa.

Ho iniziato le mie battaglie sul finire degli anni Settanta nell’ambito universitario romano. Subito dopo sono passata ai centri sociali. Dovevano essere l’alternativa per salvare i giovani. Per un periodo c’ho creduto, li ho costruiti insieme ad altre situazioni. Ci sono stata per anni, ma poi ho cominciato a pensare ad altre forme di lotta. Ho sentito il bisogno di occuparmi di un problema primario come quello della casa. Sono tornata nei centri sociali nel 2004 con l’Angelo Mai di cui faccio ancora parte. Una nuova generazione, una nuova storia con cui è stato appassionante iniziare un nuovo percorso. Tornando alla casa, è questo il problema più antico di Roma che non si riuscirà mai a risolvere. La questione casa sta in mano ai palazzinari e agli speculatori. Allora mi sono avvicinata al bisogno e del bisogno ne ho fatto una battaglia. Per anni anche noi abbiamo occupato come si fa di solito aspettando la casa popolare. Siccome però poi, man mano che cammini ti rendi conto che le case popolari non ci sono, che sono comunque frutto di cementificazione e di speculazione, allora abbiamo pensato di prendere dei posti già disabitati e costituirli a spese proprie in case pensando proprio a un modello di vita più dignitoso. Se ci sarà la casa popolare bene, altrimenti noi ci costruiamo le case perché non si può speculare anche sugli affitti: mille euro di affitto sono troppi.  Noi con cento euro al mese ci costruiamo le case, tutti insieme, un poco di fatica per i primi anni, ma poi si fanno le cose se si vogliono fare. Ci vuole la volontà e ci vuole tanta fatica.

Questo modello è stato pensato cinque anni fa. È faticosissimo portarlo avanti perché va a spezzare degli equilibri che si sono costruiti negli anni. Ci provano a diffamarmi. Ma io non posso permettere che nelle mie occupazioni manchi la dignità: costringere dieci famiglie a vivere con un bagno significa non dare dignità. I bambini crescono all’arrembaggio, io non lo posso permettere. Forse perché sono mamma? Forse perché sono donna? Presuntuosa? Sì, un sacco presuntuosa, ma io so che i miei bambini sono felici e gli altri sono spenti! Io ho cinquantaquattro bambini da una parte, quindici da un’altra, sono bambini felicissimi. Terribili?! Meno male.

C’è una quota di cento euro al mese che è una quota di autocostruzione. C’è anche la logica di sussistenza perché facciamo gli orti per dare poi da mangiare a chi vive qui. Ci sono anche gli sportelli dove arriva la gente con la problematica, se riusciamo a risolverla legalmente, bene. Se è proprio inevitabile, che la gente è disoccupata, la si mette in una lista di precedenza nel senso: arriva Pinco Pallino che sta già per strada, gli troviamo momentaneamente una situazione. Quando però le situazioni diventano troppe, allora si fa quello che si deve fare. Noi di solito, ma proprio per non dare false speranze alla gente, occupiamo ogni due anni perché abbiamo bisogno di due anni di tempo per poter riadattare gli stabili. Io non amo avere tanti posti e non riuscire a gestirli. Quando facciamo i lavori ci occupiamo subito di sistemare la fogna e i tetti. Sono le prime cose che si fanno collettivamente. Poi si passa a tutto il resto. Abbiamo un sacco di compagni che ci danno una mano, architetti, ingegneri che hanno la professionalità e ci aiutano. Ma molti dei nostri lavorano o lavoravano nei cantieri, quindi hanno una manualità particolare, sono bravissimi. Sanno fare veramente di tutto. Noi procediamo così. Per la dignità dell’essere umano. Io voglio insegnare a un bambino a vivere dignitosamente.

Noi siamo la spina nel fianco in questa città che spende milioni di euro per gestire l’emergenza casa. Io adesso ho delle inchieste sulla mia persona perché noi siamo andati a toccare dei poteri forti. Ma io, come dice Pino Marino mio grande amico cantautore, “non ho lavoro, quindi non ho paura di perdere il lavoro”. A me non me ne frega un cazzo! Io faccio l’orto, io mangio uguale, a me non mi interessa. Il peggiore nemico di un rivoluzionario spesso è il compagno, non è il proletario perché il proletario è un poveraccio. Mi dicono “stai attenta Pina, ti possono arrestare”. No problem. Vuol dire che quello che faccio fuori, lo faccio dentro. Io andrò dentro, conoscerò un sacco di proletari, parlerò con loro, perderò il tempo a parlare con i proletari, tanto è quello che faccio fuori, non faccio niente di più. Quindi costruire all’interno per me è la stessa cosa. Mi devi tagliare la lingua. Parlerò con gli occhi o scriverò. Mi taglieranno le mani… qualche cosa mi invento.

Io un bambino che soffre è un mio figlio. Una persona che fa il barbone mi appartiene. Una persona che sta in difficoltà fa parte di me e quindi io sonni tranquilli non ne faccio. Io dormo tranquilla quando strappo al potere non delle concessioni, ma quando strappo al potere il diritto alla sopravvivenza. Non è il diritto a vivere perché nessuno di noi ce l’ha, abbiamo il diritto alla sopravvivenza, a sopravvivere in questo mondo infame perché ci hanno portato a questo.

Allora perché faccio questo? Perché pretendo nella mia follia di costruire dalla base (quindi con le future generazioni) una cultura diversa, una cultura della solidarietà, della socialità perché oggi questo posso fare. Posso fare solo questo. Lo so che non vedrò la rivoluzione, lo so che non vedrò le masse che si ribellano, sicuramente non appartiene alla mia vita, non sarò io. Probabilmente nemmeno quella dei miei figli. Però se ho seminato bene probabilmente fra due generazioni qualcuno si incazzerà e solleverà la testa e dirà “adesso basta”. Mi basterebbe solo quello, però ancora non è il momento. Tocca lavorare alle basi. Stiamo creando ancora le fondamenta. Per questo ritorno con la mente alla Resistenza: resistere in questo mondo, come in quello, non è facile.

 

Vita quotdidiana, ph. di Francesca Padovan

 Io i partigiani li ho sempre conosciuti, nel senso che sono stati un po’ il riferimento della mia vita fino a quando stavo giù in Puglia. Lì c’è stata una Resistenza nelle campagne anche se la gente non si era costituita in formazioni partigiane. Noi non abbiamo montagne, però abbiamo le grotte, abbiamo i posti dove quando passavano i tedeschi venivano sabotati. C’erano dei veri e propri assalti ai tedeschi che passavano e gli venivano sequestrate armi e tutto e poi nascoste… che poi se ne è impossessata la malavita, ma questo è un altro discorso. Mio nonno era un calzolaio illuminato anarchico che di queste cose me ne parlava, faceva i trasporti con i muli da un paese all’altro e mi raccontava che portava le armi. La mia mamma occupava le terre con la Cgil, io ero piccola e stavo a fianco a mia sorella nel passeggino.

La mia cultura con i partigiani c’è stata fin dalla scuola, io ne ho sempre capito l’importanza, la necessità e quindi l’avvicinarsi è stato facile. Conoscevo Carla Capponi, ho conosciuto Rosario Bentivegna, li ho conosciuti, poi il fascino è il fascino. Loro hanno sempre rappresentato la mia storia. Questo rapporto molto intimo l’abbiamo sempre vissuto perché io li ho rispettati e amati proprio come se fossero i miei nonni. Per me erano i miei nonni. Carla, il primo libro che ha scritto, me lo ha regalato, me lo ha firmato e io ce l’ho come una reliquia. L’ho messo in bacheca, non si tocca. Sta in un quadro, fatto come un quadro appeso in salone e non si tocca. Non è un libro, è un’altra cosa. Anche le lettere scritte da loro sono reliquie per me, i miei quadri a casa, se andate a vedere, sono tutte le loro immagini, la loro vita, perché sono i miei nonni, sono la mia cultura. Le mie origini sono quelle.

Ho combattuto il Pci come se fosse la mia matrigna. Quando stai al potere sei come il potere. Quindi ne condividi le linee guida. E qualcuno mi dice “allora sei anarchica”. No! Manco per niente! Io non sono anarchica. “Viva la bella rivoluzione anarchica” per me non vuol dire niente, perché per me la rivoluzione è collettiva. Per me la rivoluzione è collettività ed è costruzione di un percorso. È come i kamikaze, ti riempi di bombe, vai e massacri. Non sono così. Per me le cose vanno costruite, vanno capite insieme, collettivamente. Ecco perché non sono anarchica! Perché non riesco a vivere il problema a livello personale, per me il problema è collettivo, di tutti! La mia sofferenza non è mai personale, la mia sofferenza è legata all’esterno.

Non riesco a capirla quella bella rivoluzione anarchica, non la condivido minimamente, però davanti alle persone anarchiche mi inchino. Mi inchino perché il coraggio appartiene a chi lo tira fuori. Ecco questi sono coraggiosi (riferendosi agli abitanti delle case occupate), sono persone coraggiose perché si sono riprese un pezzo della loro vita faticando, lavorando, costruendo. Questi per me sono rivoluzionari, incoscienti, ma rivoluzionari. Ma se tu glielo tiri fuori, gli esce. Questi sono i rivoluzionari: persone che si appropriano di un diritto, lo fanno proprio, lo capiscono, lo condividono, lo costruiscono, lo difendono e devi vedere come.

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Ph. Mirto Baliani