Carlos Fuentes, pensatore del boom latinoamericano

Il Messico è stato a lungo e per molti di noi la terra dei sogni della prima infanzia. Fino a mezzo secolo fa, era famoso non tanto per i suoi poeti quanto per la sua cinematografia e la sua musica. Chi, da ragazzino, non si vedeva attraversare deserti e praterie a fianco di Pedro Infante, diventare uno dei giustizieri impersonati da Jorge Negrete o essere fortunato con le ragazze come Miguel Aceves Mejía? Chi non desiderava svegliarsi tra le braccia sensuali della stupenda María Félix o ascoltare solo per sé le parole sussurrate da Agustín Lara o Toña la Negra quando interpretavano Solamente una vez, Vereda tropical e i migliori boleros della storia?

 

Fortunatamente per la mia generazione il cinema e la musica messicani si trascinarono appresso bravi scrittori. E tra questi uno giovane e assai dotato che sembrava uscito dalla macchina dei sogni. Di primo acchito la sua immagine non corrispondeva a quella di un poeta. Assomigliava più agli eroi dei nostri nonni, anche se presto avrebbe fatto parlare e discutere di sé e della sua opera in aule e salotti, bar e bettole frequentate da persone di ogni età e condizione. Mi riferisco a Carlos Fuentes, il bello, il cosmopolita delle lettere latinoamericane del Novecento. Ma anche l’erudito di quella generazione di scrittori capeggiata da lui stesso, dall’argentino Julio Cortázar, dal peruviano Vargas Llosa, dal cileno José Donoso e dal colombiano García Márquez. Con i libri loro e di pochi altri, un agguerrito editore insieme a una ‘mamma santa’, entrambi catalani, avrebbero fatto volgere lo sguardo del mondo intero su una letteratura considerata fino al primo dopoguerra subalterna e periferica.

 

A Carlos però andava stretto il ruolo di “bello” del boom letterario, come venne chiamato, e presto diventò il loro intellettuale e pensatore di spicco. Carlos che, figlio di famiglia di diplomatici e di potere, era nato a Città del Panama nel 1928 si rivelò come il “saggio” di quel gruppo, che non si limitava a quattro o cinque bravi romanzieri.

Sotto l’egida (o la bacchetta?) degli Stati Uniti, l’America Latina si affannava per accedere alla modernità. Erano i tempi delle grandi discussioni tra regionalisti e universalisti, gli anni in cui le avanguardie europee ancora dominavano nei ristretti circoli intellettuali e artistici delle nostre capitali. Erano gli albori dello sviluppo industriale, della nascita del proletariato, della classe media, delle grandi città. In Messico, i muralisti Rivera e Siqueiros reduci dal loro soggiorno parigino affiancavano il filosofo Alfonso Reyes, il pensatore José Vasconcelos e il poeta José Gorostiza nel tentativo di affermare i principi dell’essere messicano, il pensiero della prima e in larga misura mancata rivoluzione sociale del XX secolo.

 

Ai giovani Octavio Paz, Fernando Benítez e José Revueltas si unì Carlos Fuentes nella battaglia delle idee di un paese sotto regime pseudo democratico col quale convissero fino alla morte, malgrado si presentassero come instancabili critici e convinti militanti delle cause popolari. Fuentes e Paz – ora vicini, ora lontani, secondo il fluttuare dei tempi, degli umori e delle idee – fondarono Plural e Revista Mexicana de Cultura e iniziarono a praticare la poesia, la narrativa in prosa e la critica. Non importa se alla fine molti di questi discorsi svanirono nel nulla. Rimase comunque la loro volontà di dare la parola ai senza voce, di impegnarsi con la società civile e, anzitutto, di trasformare un’arte e una letteratura di stantio sapore coloniale in espressione e sentire di una comunità proiettata nel futuro benché ancorata nel lontano passato pre-ispanico, in un paese costruito con fatica e fondato sul più complesso meticciato che la specie umana abbia conosciuto.

 

Carlos si rese conto che la mescolanza non era solo di colori della pelle ma anche, e soprattutto, di idee e pensieri, motivazioni e gusti. E divenne poliglotta. Si preoccupò sin dagli inizi di conoscere la storia, i miti, le miserie, le bellezze della sua America immensa e contraddittoria, così come di assorbirne il sapere. Fino a raggiungere un’erudizione che pochi poterono vantare. La sua voce si fece sentire sin dai primi anni cinquanta quando ebbe la fortuna di esordire e di lì a poco di pubblicare, nel 1958, il suo primo libro di racconti, Los días enmascarados, e successivamente, nel 1962,il suo piccolo grande capolavoro, la novella Aura, seguita lo stesso anno dall’indimenticabile La morte di Artemio Cruz. Con queste tre opere e il diafano seppur complesso La regione più trasparente (1959), Fuentes gettò solide fondamenta per costruire quello che progettava potesse diventare un monumento letterario. Molti dei mattoni non raggiunsero sempre la stessa qualità di quelli degli esordi, ma Carlos riuscì nondimeno a diventare uno dei primi della classe nell’ampio panorama della letteratura internazionale.

Alla narrativa iniziò da allora ad aggiungere testi teatrali, copioni cinematografici (per Buñuel e Ripstein tra gli altri), critica letteraria, acute interpretazioni sulle arti visive e un’instancabile produzione giornalistica. Scritta direttamente in inglese, spagnolo o francese. Un giornalismo non di cronaca, bensì di pensiero denso, di analisi, di critica che lo fece diventare un fustigatore del costume, un analista politico e un pungente osservatore delle società contemporanee. Ma, alla narrativa di chiaro sapore poetico, aggiunse soprattutto i suoi saggi, dove forse diede il meglio di sé, e attraverso i quali dimostrò di essere il “pensatore” brillante tra i suoi compagni di viaggio.

 

Fuentes divenne il grande lettore della letteratura di tutti i tempi. Memorabili restano le sue letture del Chisciotte, di Faulkner, del romanzo ispano americano, di Giambattista Vico. Ha avuto sempre ragione il suo amico fraterno García Márquez nel dire che ciascuno di loro si occupava di scrivere, con la propria opera, solo un capitolo del grande e incompiuto romanzo latinoamericano. Carlos articolò il suo con dedizione e riuscì a spaziare con una visione a trecentosessanta gradi dalle Americhe di ieri all’Europa di oggi. Già affermatosi come scrittore, accettò di fare il diplomatico, l’ambasciatore e si addentrò sempre più nella cultura, nel pensiero e nella tradizione in modo meticoloso e profondo, senza risparmiare energie, con l’urgenza di capire e, soprattutto, di restituire conoscenza e sapere. Col tempo, la sua opera narrativa diventò ambiziosa.

 

Ricordo con allegria i nostri incontri italiani, a Milano, a Roma. E poi quelli a New York, a Parigi, in Città del Messico, a Londra. Lo intervistai più volte per la stampa italiana e lui, uomo dallo sguardo penetrante, dai modi eleganti e sobri, dalla parola tagliente non si lesinava e con generosità polemizzava. Carlos fu uomo di grandi passioni, di grandi slanci. Ricordo soprattutto le visite fatte insieme a mostre e musei. Con particolare affetto, ora che è partito o quanto meno si è occultato per sempre, la mia memoria torna all’inaugurazione, agli inizi degli anni novanta, della grande mostra milanese dei dipinti trasognanti e malinconici di Abel Quezada, artista del quale Carlos diventò fervido sostenitore.

 

Ma, ricordo soprattutto, quella primavera a Milano. Si parlava della sua poca fortuna come autore in Italia. Avevo ricevuto l’incarico da Einaudi di sondare la sua disponibilità alla pubblicazione nel nostro paese dei suoi libri. Avevamo deciso di parlare di lavoro nell’ufficio di Luigi Bernabò, il suo agente in Italia. Fu fotografato da Giovanni Giovanetti e conservo di quell’incontro dei grandi fogli nei quali Carlos, con penna stilografica e tratto sicuro, scarabocchiò una mappa puntuale e quasi ossessiva dei suoi innumerevoli libri, con la consapevolezza di chi non si limita a scrivere un’opera ma la pensa, la elabora, la articola in modo puntiglioso. Li divise per capitoli, come si trattasse del grande libro della sua vita.

Benché siano più interessanti i testi e le opere rispetto ai contesti e alle persone, conservo dei ricordi straordinariamente vivi di Carlos. Soprattutto dei suoi sogni libertari e democratici, della sua modesta arroganza, della sua affabile e sicura capacità di comunicare. Nato nel potere, coccolato dai potenti, potente tra i potenti, Carlos raggiunse subito la fama e conquistò tutti i premi e riconoscimenti più ambiti da uno scrittore vivente, eccetto il Nobel, conteso con Vargas Llosa, che lo ha recentemente ricevuto.

 

Carlos seppe costruire con cura la sua biografia. Peccato che questa l’abbia impegnato forse più che la sua opera. Come capita a tanti che, volenti o nolenti, si adagiano sicuri di aver raggiunto la gloria, che però viene concessa solo dal tempo e del suo implacabile passo. Resta comunque a disposizione di tutti la sua immensa letteratura, e sarà essa a permettere di decidere se, a prescindere dal luccichio della fama, anche a Carlos spetta un posto di prim’ordine nella storia della letteratura analogo a quello che ha saputo guadagnarsi in vita. Con la sua intelligenza e il suo talento. Con disciplina e mestiere. Questi sì.

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