Dedicato al mio amico Mandiaye N’Diaye e alla sua famiglia

Ho conosciuto Mandiaye N’Diaye nel 2002. Sbarcato in Italia alcuni anni prima, si era mantenuto facendo il sarto - ma  un giorno s’è spacciato per attore con Marco Martinelli, direttore del Teatro delle Albe di Ravenna. Il suo imbroglio è andato bene, e dal 1988 ha preso a recitare  in coppia con lo straordinario attore senegalese Mor Awa Niang.  Questa coppia ha inventato un genere africano di Commedia dell’Arte, utilizzando modi di recite tradizionali senegalesi dei griots (figure di narratori orali).

 

 

Ma è  stata soprattutto la  vena comica di Mor Awa Niang nella parte dell’Arlecchino ( Mandiaye incarnava un’altra maschera tradizionale della Commedia dell’Arte) a creare il  successo del loro spettacolo in tutta Europa -  anche presso teatri di ricerca, come il danese Odin Teatret, diretto da Eugenio Barba.  Con l’adattamento d’un canovaccio di Goldoni fatto da Marco Martinelli (I ventidue infortuni di Mor Arlecchino, 1993), i due hanno raggiunto un livello di azione comica tra i più apprezzati. Ma dopo tanti applausi, Mor Awa Niang  decide di abbandonare il mestiere teatrale,  per tornare in Senegal a fare il commerciante, secondo la volontà di suo padre.  Deluso dalla defezione, Mandiaye recita  in vari spettacoli del Teatro delle Albe, brillando  nei duetti comici con la  bravissima Ermanna Montanari. Ed è tramite Ermanna che l’ho conosciuto, proprio quando aveva iniziato a scrivere Il gioco della ricchezza e povertà, commedia in lingua wolof ispirata dal Pluto di Aristofane. Era la primavera 2003 quando sono andato in una periferia di Ravenna, in un bar all’aperto in riva al mare, dove Mandiaye stava scrivendo le prime scene della sua commedia.

 

ph Cristina Ventrucci

 

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 È stato quel giorno, in riva al mare, che mi è nata l’idea di venire in Senegal a filmare la commedia di Mandiaye, ancora da scrivere.  In seguito, dopo essere sbarcati a Diol Kadd, ci siamo messi a rielaborare le scene della commedia adattandole al disponibile quotidiano, scriverndone altre. Lamberto Borsetti e Paolo Muran si sono dedicati a filmare la vita quotidiana, senza programmi precisi, seguendo i momenti d’incontro con il luogo, gli abitanti e le abitudini. Siamo venuti a Diol tre volte per completare le riprese, ora col materiale raccolto abbiamo composto un film dedicato al villaggio.

 

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Il riassunto della commedia di Mandiye è circa il seguente.  Un agricoltore stanco di lavorare e d’esser povero riesce a catturare il  cieco  Dio della Richezza (che Mandiaye trasforma nella figura del Nawett). Lo fa operare agli occhi, perché ci veda e distribuisca la ricchezza a chi se la merita. Ma c’è un momento in cui gli affaristi di Dakar vogliono comprare questo Dio della Ricchezza per farne una società finanziaria, chiuderlo in una banca e farlo fruttare di più. Poi, mentre le mogli sono

in rivolta perché vogliono i soldi per farsi bei vestiti, l’agricoltore porta

il Dio della Ricchezza a Diol Kadd, per soddisfare tutti. Ma è assalito da giovanotti  che lo derubano e spogliano gridando: “Donne-nous de l’argent! Donne-nous de l’argent! Dacci dei soldi! Viva i quattrini!” Lo denudano, lo lasciano in mutande, finché il Dio della Ricchezza fugge e non vuole aver più niente a che fare con gli uomini.

 

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Sera nel cortile, ovvero la densità di ciò che avviene attorno a noi, dove tutto andrebbe filmato.  Verso sera tutto si calma e le abitudini d’un luogo

si lasciano osservare meglio. A quest’ora gli amici di Babacar vengono a giocare a carte sulle stuoie del nostro cortile.  Babacar, che da liceale hip hop è diventato un serio commerciante, li sta a guardare.  Il ragazzino Lamin, altro figlio di zia Thioro, torna col carretto carico di taniche d’acqua che va a prendere a una fontana vicino al villaggio serèr.  Ora c’è un diffuso brusio, voci di bambini, il rumore d’una radio. Mandiaye esce dalla sua capanna, vede sua moglie N’Dey con in braccio il bambino Baba, nato da poco, e subito corre a sbaciucchiarlo.

 

[…]

 

 

       Ho degli appunti [2004], presi una mattina mentre attraversavamo in macchina la savana, e Mandiaye ha scansato un gregge di pecore che ci stava venendo addosso,  poi s’è messo tranquillamente a parlare della sua commedia. Ecco gli appunti che ho preso: “Mandiaye dice che a un certo punto si è messo ad avere delle visioni, ma prima di servirsi del testo di Aristofane. […] Mandiaye dice che quel testo per lui è come se fosse stato scritto per il suo villaggio. Riscriverlo in lingua wolof è stato come farlo rinascere, perché parla d’un posto di campagna simile a Diol Kadd, quasi con gli stessi problemi. L’anno scorso, dice Mandiaye, ha assistito al contrasto tra i tradizionalisti e i modernisti, ed è questo che gli ha suscitato le visioni. Perché i tradizionalisti volevano fare la semina al momento giusto, basandosi su una fedeltà alla stagione delle piogge, che viene in un certo periodo, ed è come un essere sovrannaturale chiamato nawett.  E qui si è accorto che il testo di Aristofane parlava d’una eguale fedeltà alle tradizioni del villaggio, cioè al ciclo delle stagioni. Invece la fazione dei modernisti voleva irrigare i campi subito, senza aspettare la pioggia dal cielo. La sua commedia, dice Mandiaye, è un dibattito tra un povero e un ricco, sulla povertà e la ricchezza; ma anche un dialogo tra un essere che chiamiamo, per intenderci, Dio della Ricchezza, e un Dio della Povertà. E quando si parla di queste figure, dice Mandiaye, si parla soprattutto della fedeltà dei contadini a quell’essere che possiamo chiamare Dio della Povertà. Perché il contadino si è sempre aggrappato alla povertà, e in questo sta la sua fedeltà al passato. Ma se si parla dei politici, vediamo qualcosa che è considerano ricchi e potenti, e che non hanno fedeltà a niente. Il suo testo, dice Mandiaye, politicamente parla dei politici e dei contadini che sono lasciati al loro destino.…”

 

[...]

 

 

Nell'aprile 2002 avevo scritto a Mandiaye di raccontarmi tutte le storie che ricordava sulla sua famiglia, sul suo villaggio, sulla sua infanzia a Diol Kadd, e sulla sua vita da ragazzo a Dakar. Mandiaye dice che dopo aver letto la mia lettera ha passato il resto della notte con la testa piena di visioni. E ha sognato a lungo, poi si è alzato dal letto per descrivermi le visioni avute. Nella lettera che mi ha mandato dice: “Davanti agli occhi mi passavano moltissime immagini del villaggio, e ho visto le capanne, e gli animali, gli anziani, e tanti bambini che correvano di qua e di là. Ho visto i campi di arachidi e i campi di miglio, ho visto i giganteschi baobab della savana, e gli alberi del tamarindo. Poi ho visto me stesso nella mia infanzia, come se facessi una discesa verso i miei antenati. Ho visto tante facce che conoscevo e altre che non conoscevo, in particolare mi sono incantato su una faccia che conoscevo ma non ho mai visto - cioè la faccia di mio nonno Seleman, padre di mio padre, che non ho mai conosciuto di persona...". Nella lettera rievoca la sua scomparsa, secondo i racconti di sua nonna Nogaye, moglie di Seleman. Questa gli raccontava che Seleman era scomparso volando in aria, e un giorno o l'altro sarebbe tornato.

 

[…]

 

La lettera notturna di Mandíaye dice: "Venti, venticinque anni fa, tutta la zona centrale del Senegal, a partire da Rufisque, fino a Daara Djolof, passando per Thiès, Khombole, Diorbel, era tutta una fitta foresta. Mi ricordo gli scherzi che ci facevano le iene. Perché se non sono in branco non attaccano, ma se sono sole cercano di spaventarti, e se vedono che hai paura t'attaccano. Così si nascondevano e quando tu

passavi muovevano l'erba con molta forza, come il vento, per farti paura. Se tu scappavi le iene ti correvano dietro. C'erano anche i lupi che ti inseguivano, soprattutto quando portavamo gli animali domestici al pascolo - allora i lupi ci attaccavano e noi dovevamo difendere con bastoni il nostro bestiame. [...] Di animali domestici ce n'erano tanti che credevamo non finissero mai. La foresta ci dava tanta frutta da mangiare, manghi, papaya, anacardi. Di erbe medicinali ce n'erano tante che non avevamo bisogno dell'ospedale, anzi non lo conoscevamo neanche. Ce n'erano per tutti i mali possibili. Di tutto questo resta solo la memoria, ma una memoria che facciamo fatica a trasmettere ai nostri figli e nipoti...".

 

(da Passar la vita a Diol Kadd. Diari 2003-2006, Nuova edizione, Feltrinelli, Milano 2012).

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