Enzo Sellerio

Circa un mese fa avevo ricevuto da Enzo Sellerio una cartolina d’auguri con una fotografia a colori di un baracchino di frutta, sotto un pergolato, appoggiato a un muro affrescato con un enorme volto di ragazza sorridente, che sembrava divorare il fogliame. Il titolo sembrava la frase di una lapide sepolcrale: Strada statale 114 Orientale Sicula. Fine anni ottanta.
In quell’immagine c’è, ancora una volta, tutta l’ironia e la poesia di questo bellissimo uomo, figlio dell’incontro tra una ricca ebrea di Grodno (oggi in Bielorussia), Olga Andes, studentessa di letteratura tedesca, e un geniale siciliano andato a Berlino a studiare Fisica (agli inizi del Novecento Palermo era uno dei principali centri del mondo per lo studio della Matematica e della Fisica).


Sellerio è stato un uomo inquieto che ha seguito con coraggio il proprio istinto, senza mai sedersi sugli allori. Apparentemente dispersivo e sprecone, ma sempre coerente a un’idea della propria vita che ha saputo assecondare nelle varie attività alle quali si è dedicato. A ventitre anni era già in cattedra a Giurisprudenza, allievo e assistente del ministro democristiano Franco Restivo. In comune avevano non le idee politiche, ma la passione e la collezione dei delicati e colorati ex voto dipinti sul vetro, che si contendevano a giro per la Sicilia.
Forse da lì venne la sua scoperta della fotografia, intesa come rovescio della realtà.
Dopo i trent’anni, abbandonò la carriera accademica e iniziò a fare il fotografo. Questa nuova attività gli riuscì talmente bene che divenne rapidamente celebre (considerato un esponente di spicco del Neorealismo) e richiesto (lavorò per Vogue e Fortune e gli fu proposto di lavorare in America). Ma, nonostante il successo, anche della fotografia si stufò: aveva evidentemente bisogno sempre di andare oltre. Era forse più un letterato che fotografava, che un vero e proprio fotoreporter. Lo interessavano gli aspetti surreali del mondo. E in Sicilia non doveva esser facile avere questo sguardo. L’eccesso drammatico della realtà deve avergli affievolito l’ispirazione, o meglio: tolto la motivazione professionale e umana.


Aprì a Palermo una piccola galleria d’arte e, proprio in quei locali, nel 1969, spinto da un’idea maturata nelle chiacchiere con Leonardo Sciascia e Antonio Buttitta, fondò, assieme alla moglie Elvira Giorgianni, la casa editrice Sellerio Editore. Nel 1983 si divisero le loro sfere di interesse e anche di vita: a Elvira rimase la casa editrice, con i romanzi e i saggi, a Enzo una nuova impresa editoriale dedicata all’arte e alla fotografia, oltre a testi storici sulla Sicilia. In comune rimasero i figli: Antonio e Olivia.
Le due case editrici stanno nello stesso palazzo, sullo stesso pianerottolo (e anche le loro abitazioni sono a due passi da lì).
La raffinatezza e la cura editoriale rimangono la cifra comune dei loro libri.


Molto prima di conoscerlo di persona, ho amato le sue straordinarie foto. Tra quelle che mi ha regalato (per una sorta di “scambio” di materiali, di proprietà di mio padre, sul Ministro degli esteri Italiano di cento anni fa: il catanese marchese di San Giuliano), ce n’è una, in particolare, che mi ha sempre emozionato, perché sintetizza perfettamente la Sicilia dei miei nonni, come la vidi quando ci andai per la prima volta, alla metà degli anni sessanta: un gruppo di uomini che chiacchiera in piazza, attorno a uno striminzito oleandro.

Sellerio ha avuto il dono di uno sguardo preciso e affettuoso: come quando fissò il contadino che trascina l’asino con sullo sfondo un’immensa portaerei; o i due bambini, uno più alto e l’altro più piccolo, che portano due poltrone, appoggiandosele sulla testa, in un buffo corteo scalare; o, la celebre esecuzione infantile, che imita una fucilazione, nel quartiere della Kalsa.


Enzo Sellerio, quando l’ho incontrato per la prima volta due anni fa, mi dette l’impressione di una grande vitalità e curiosità, anche se mascherata dietro un’espressione amara e un po’ stanca. Mi fece visitare la sua casa editrice, mostrandomi le nuove pubblicazioni, con orgoglio e l’entusiasmo di un giovinetto appena entrato nel mondo dell’editoria.
Mi regalò la preziosa cartella 16 fotografie siciliane dall’archivio di Enzo Sellerio presentate da Leonardo Sciascia (Tipografia Torinese Editrice, 1969), raccomandandomi di non far tanto caso alle foto, quanto al procedimento di stampa (rotocalco piano) “oggi purtroppo in disuso”.

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