Freak Antoni applaudite per inerzia

Se potessi parlare cinque minuti con Freak gli spiegherei tutto e lui mi capirebbe. “Perdonami Freak” gli direi, “ma non ce la farò a venire al tuo funerale.” Lui potrebbe rispondermi qualcosa come: “Neanch’io ci vado volentieri…”. Freak era uomo discreto e sensibile, uno che non ti chiedeva mai spiegazioni per non sembrarti invadente, ma stavolta ci tengo che sappia il motivo. “Non ci crederai ma vado a un altro funerale.” E allora lui riderebbe senz’altro, e a un certo punto forse mi chiederebbe: “Ma cosa ci sta succedendo, Claudio?”.

 

Che si potrebbe dire? Dobbiamo umiliarci con le metafore? Piazze, strade, sentieri, sentieri interrotti… Alla fine credo che ci accorderemmo facilmente: “Non diciamo niente” direbbe lui, o forse lo direi io.
L’unica è raccontarsi una storia. Una storia che va avanti e indietro nel tempo.

 

Trentacinque (trentasei? trentotto?) anni fa. Una traversa di via Saffi, Bologna. Abitavo in una piccola casa all’ultimo piano, un sottotetto simile allo Spielberg come temperature. Tipica casa da fuori sede. Avevo assistito a una esibizione degli Skiantos, qualche giorno prima, e ne avevo scritto, su Lotta Continua o su qualche strana rivista dell’epoca. Li avevo trovati geniali. E soprattutto avevo gridato alleluia per la grande novità che portavano: l’ironia. Quel pizzico di sale che non dovrebbe mancare neppure nella zuppa di un eremita-flagellante. Suona il campanello e vedo salire le infinite scale uno strano gruppetto capelluto. Sono gli Skiantos, o parte di essi. “Scusa se ti disturbiamo” dice Freak “ma ci hanno detto che abiti qui, e siccome io sto qua dietro… ti volevamo ringraziare. Sicuro che non disturbiamo? Permesso?” E anche gli altri: “Permesso?”. Bisognerebbe descrivere la casa, per trasmettere l’intensità ironica di questo incontro tra scapigliatissimi gentiluomini. Avevo scritto una decina di articoli, lavoravo alle poste come trimestrale, avevo anche qualche problema con la polizia. Non ero un fanatico estremista ma diciamo che mai nessuno, entrando in quella casa, mi aveva chiesto il permesso.

 

Freak mi ricordò l’educazione che anch’io avevo ricevuto, negli anni cinquanta e sessanta. E mi rese consapevole di quanto fossi simile a lui: anch’io chiedevo sempre permesso, entrando nelle case, e non mi comportavo diversamente se dentro ci abitavano personaggi (diciamo così) poco raccomandabili. Certo, i nostri genitori avevano cercato di insegnarci anche un sacco di stupidaggini, ma non tutti i contenuti erano negativi e infatti alcuni li avevamo accolti dentro di noi. Da una parte lanciavamo delle molotov, dall’altra chiedevamo permesso e leggevamo Proust. Ricordo perfettamente e con piacere la gentilezza giovanile di Freak, timida, garbata. Freak era iconoclasta, sull’amato-odiato palcoscenico, ma a volte lo era al contrario, riportando le cose su un piano inatteso: il rispetto degli altri. Della loro dignità individuale. Del tossico come del grande filosofo.

 

Da allora lo rividi spesso, andai anche a casa dei suoi genitori, dove conobbi la mitica nonna che ascoltava “i Bitles”. Ricordo che parlammo tanto, dei Beatles, e che lui scrisse su di loro un libro bellissimo. Ricordo quando leggeva nel suo bagno-studio i suoi meravigliosi aforismi.
Poi lasciai Bologna, senza salutare come mio solito, e ci perdemmo di vista per qualche anno. Lo rividi in tivù, non sempre nel ruolo e con lo spazio che gli competevano. Ma vedendolo nello schermo televisivo mi resi conto che prima o poi avrei scritto un film per lui. Andando via da Bologna avevo infatti cominciato a scrivere per il cinema. L’idea non si realizzerà del tutto, ma in parte e per fortuna si realizzò, tre (o quattro?) anni fa.

 

Lo scenario torna piatto. Un tramonto padano. Una luce che rimbalza in un infinito biliardo di campanili lontani, e un sole così piccolo che capisci davvero che è una stella come le altre. Freak avanza nella campagna diretto verso l’infinito. Qualche alberaccio spennacchiato, un canale pieno di fango, trenta, quaranta ettari di maggese dove si spegne la luce del tramonto. L’operatore lo segue sul fianco, naturalmente macchina a spalla, si vogliono immagini mosse. Freak recita “Howl” ma sulle labbra gli prude il sorriso. E a un certo punto, nell’acuto drammatico della poesia, ulula verso il cielo cobalto, e allora l’operatore si ferma e lo lascia andare, ululante nella notte padana.

 

Sono le eroiche riprese di un documentario che scrissi anni fa (se e come si può scrivere un documentario) insieme a Caterina Carone. Freak aveva accettato di interpretarlo con entusiasmo e creatività, e si presentava sul set sempre puntualissimo. Era già molto malato, ma spesso arrivava di notte dopo un concerto o dopo le prove a Bologna, e dopo tre ore era pronto e disponibile. L’idea, di una piccola ma eccellente produzione di Reggio Emilia, Pulsemedia, e di Luca Pastore, regista e musicista torinese, era di raccontare il beat nella pianura padana. Il mio unico contributo creativo riguardò proprio Freak: dissi a Roberto Ruini e a Luca che l’unico in grado di raccontare quella storia era Freak. In decenni di attività non mi era mai successo: accordo pieno e immediato di tutti. Un miracolo.

 

Ricordo un altro giorno di lavorazione, a Milano, nello studio di Maurizio Vandelli. Freak cantò “Sono un ribelle, mamma” e Vandelli si commosse. Anche Vandelli cantò, naturalmente benissimo, e fu una bella giornata anche se pioveva. Vandelli ci consigliò una miracolosa crema per dermatiti e ci raccontò aneddoti stupendi su Jimi Hendrix e su un misterioso enorme cane lasciato da qualcuno in una villa comunitaria dove dormivano musicisti di mezzo mondo. Uomo per nulla banale, Vandelli, tagliente e scanzonato, e profondo conoscitore di uomini: sono sicuro che anche lui è stato colpito dalle infinite sfumature e dalla sensibilità di Freak.

 

È vero, quando aveva iniziato a salire sul palco non sapeva suonare, ma Freak non è mai stato un dilettante. Uscendo dadaisticamante dal concetto stesso di concerto aveva creato una performance così in anticipo sui tempi che risultò fruttuosa soltanto per chi ne aveva fatto diretta esperienza. E furono molti, tra gli addetti ai lavori, a farne succulenta esperienza. I pochi personaggi veramente di genio, nel mondo della musica, sono sempre degli outsider. In fondo l’unico che possiamo accostare a Freak, nel campo della musica italiana, è Enzo Iannacci. Ma secondo me non è stato colto, intuito, il suo talento di attore. Naturalmente “Freakbeat” il documentario padano, non era il progetto che avevo sognato per lui (e per me!).

 

Lo volevo protagonista di un film tratto da un libro che avevo molto amato da giovane, e che ricordo ancora volentieri: Opinioni di un clown, di Heinrich Böll. Adattandolo alla sua figura di artista sarebbe stata una grande sfida. Gli parlai di questo vecchio progetto durante le riprese del documentario. In un simpatico ristorante di Reggio Emilia. Purtroppo dovetti dirgli che non ero mai riuscito a trovare un produttore interessato, e che ancora mi dispiaceva. Non bucava lo schermo, mi avevano detto, non aveva mai avuto un vero pubblico, era troppo astratto, marginale, e come se non bastasse anche tossico. Lui non se la prese per i rifiuti, ci era abituato, e anzi fu contento che avevo pensato a lui come protagonista. Ricordo che avevamo mangiato tutto il pane,e che lui chiamò la cameriera: “Signora” le disse con un sorriso, “possiamo avere un po’ di pane per favore?”.

 

Gli individui sono una cosa, avrei voluto dirgli, il pubblico un’altra. A entrambi Freak ha detto quel che aveva da dire.

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