Lou Reed: un cuore da rock'n'roll

Lou Reed se n’è andato lasciandoci il grande rimpianto per delle bellissime canzoni, borbottate o urlate con un’aspra voce e suonate con un’energia che faceva facilmente dimenticare la non eccelsa tecnica chitarristica, ma anche l’interrogativo su perché tanti di noi hanno amato uno così antipatico e scostante, e si sono profondamente identificati con le sue ribollenti storie di abissi umani. Pongo la domanda da un punto di vista personale: perché un borghese come me, che non ha manco per sbaglio fumato nemmeno una canna, non ha mai provato un soffio di turbamento per un uomo e si è sempre tenuto lontano da bettole e bassifondi, si sente così vicino a Lou Reed e “rappresentato” dalle sue canzoni?

 

 

Può bastare come spiegazione il ricorso a Dostoevskji e la facile constatazione che è l’ombra ciò che crea la luce e non viceversa? Fa più riflettere che il Cardinal Ravasi, alla notizia della sua morte, abbia twittato proprio i due versi conclusivi di Perfect day, mostrando con una citazione evangelica (“Non fatevi illusioni: Dio non si lascia ingannare. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato”,  Lettera ai Galati 6, 7), che il ritornello “raccoglierai ciò che hai seminato” è veramente una dichiarazione d’amore di un uomo che drammaticamente, costretto a “crescere in pubblico” (Growing up in Public, 1980), è giunto a uno strano “trasformismo” (Transformer si intitola l’album, del 1972, che conteneva quella canzone e che fu il primo grande successo mondiale di Reed) che fa emergere la bellezza e la sensibilità interiore anche nelle sue forme più eccentriche (Cfr. Le canzoni di Lou Reed. Commento e traduzione dei testi, a c. di Daniele Federici, Editori Riuniti, Roma 2004).

 

 

Perfect day (1970) è davvero una “canzone perfetta” nel tono nostalgico con cui si parla della quotidianità di una storia d’amore (probabilmente si allude alla tempestosa relazione con l’aspirante attrice Bettye Kronstadt, che sarebbe diventata la sua prima moglie di Reed ): “Proprio una giornata perfetta. Bere sangria nel parco e poi più tardi, quando fa buio, andiamo a casa. Proprio una giornata perfetta, dare da mangiare agli animali allo zoo e poi più tardi anche un film, e poi a casa. Oh, è una giornata così perfetta. Sono contento di averla passata con te, una giornata così perfetta, mi dai la forza di andare avanti”.

 

 

Passando attraverso il fuoco (Pass thru Fire, Ho camminato nel fuoco, si intitola la raccolta delle sue canzoni pubblicata nel 2000 da Mondadori) Lou Reed  è “cresciuto” assieme a noi, raccontando la sua rabbia e il suo disagio estremi, quasi in nome nostro. All’origine della sua “disordinata” vicenda umana e artistica c’è un violento tentativo di cancellazione: quando aveva diciassette anni, i genitori, “preoccupati delle sue tendenze omosessuali e dei frequenti sbalzi di umore”, lo fecero sottoporre a un trattamento di elettroshock. Le documentate pagine che descrivono quella vicenda nella sua biografia (Victor Bockris, Transformer. La vita di Lou Reed, 1994; ed. it. Arcana Editrice 1999), fanno accapponare la pelle.

 

 

Quando Reed lasciò l’ospedale aveva perso la memoria e credeva di “essere diventato un vegetale” (lo racconta nella canzone Kill Your Sons, nell’album Sally Can't Dance, 1974 e riproposta in Live in Italy, 1984: fu allora che per la prima volta lo ascoltai dal vivo): “Tutti i tuoi psichiatri da strapazzo ti fanno l’elettroshock. Hanno detto che ti avrebbero lasciato a casa con mamma e papà invece che in ospedali psichiatrici. Ma ogni volta che tentavi di leggere un libro non riuscivi ad arrivare a pagina 17  (sono gli anni che aveva quando gli fecero il trattamento, nota mia) perché ti eri dimenticato dove eri arrivato. Così non potevi nemmeno leggere. Non lo sai che uccideranno i tuoi figli fino a quando non scapperanno via”.

 

Lou Reed ha scritto canzoni dove si sente sempre un sottofondo solido di cultura letteraria e filosofica. Alla Syracuse University dove scoprì la letteratura grazie  al professore-scrittore, ebreo di origini rumene, Delmore Schwartz (cfr. Il mondo è un matrimonio, Giano Editore, 2003), Reed divorava testi filosofici: “Ero affascinato da Hegel, Sartre, Kierkegaard. Dopo aver letto Timore e Tremore hai l’impressione che ti sai accaduto qualcosa di orribile: la paura e il nulla. Ecco quali sono le mie radici”.

 

Il cantore “sensibile e maledetto” della realtà newyorkese Lewis Alan Reed, era un “precipitato” della Mitteleuropa: nato a Brooklyn da un revisore fiscale, che prima si chiamava Rabinowitz, e dall’ex reginetta di bellezza Toby Futterman. Due delle sue figure di riferimento venivano dal “cuore infetto dell’Europa”: Andy Warhol, da lui chiamato “Drella”, un misto di Dracula e Cenerentola, figlio di emigranti slovacchi; l’amata e bistrattata cantante tedesca Nico, profuga da Berlino, dove era stata violentata, alla fine della guerra, da un sergente americano, voce straordinaria del gruppo di Reed e Cale “Velvet Underground” ed esecutrice della più suggestiva e mortifera versione dell’inno nazionale Das Lied der Deutschen (nell’album The End, 1973).

 

 

A Berlino (dove fino ad allora non era mai stato) Lou Reed dedicò uno dei suoi dischi più belli, e tardivamente apprezzati: Berlin (1973, 1998). La storia-confessione, attraverso le tappe-capitoli di varie canzoni, di un uomo che, a ceneri ormai fredde, scandaglia il ricordo del suo tormentato ménage con la moglie Caroline, morta suicida in seguito alla sottrazione dei figli per motivi di “morale pubblica”. Un rapporto caratterizzato da forti ambivalenze, mix sessuali dei più vari, consumo di droghe stratosferico, violenze fisiche.

 

Reed è l’unico cantante che può vantarsi di aver dato il nome a una delle più belle, e vincenti, rivoluzioni del ventesimo secolo: la “Rivoluzione di Velluto” cecoslovacca. Quando nel 1990 Reed andò a trovare il neo presidente Václav Havel, per fargli un’intervista per “Rolling Stone”, si sentì dire che il nome di quella rivoluzione era derivato da nome del suo gruppo, i “Velvet Underground”, e che, quando nel 1976 i dissidenti cechi iniziarono a organizzarsi, ascoltavano, rischiando per questo l’arresto, la musica dei “Plastic People of the Universe” che cantavano le cover del gruppo americano. Reed rimase molto colpito: “Il presidente Havel era un mio eroe ben prima che lo conoscessi. L’ho ammirato inizialmente come scrittore ma anche come un eroe della vita reale, in un mondo che ne ha bisogno il più possibile”.

 

 

Nel 2010, Reed presentò un suo breve cortometraggio, dove intervistava Red Shirley, la sua arzilla centenaria cugina, ebrea polacca e comunista, Shirley Novick, emigrata a diciannove anni da uno shtetl polacco in Canada con due valigie e un mandolino, per sfuggire alla persecuzione nazista. Reed aveva bisogno di quella memoria per superare un’educazione familiare che probabilmente gli aveva trasmesso l’idea che la vita fosse tutta uno schifo: 
“A qualcuno piace andare a ballare e altri hanno da lavorare. E ci sono persino delle madri sciagurate che ti diranno che la vita è tutta uno schifo. Sai che le donne non svengono mai per davvero e che i mascalzoni gli fanno sempre l'occhiolino. E sai che i bambini sono gli unici che arrossiscono. E che la vita è fatta solo per morire” (Sweet Jane, 1970; nel marzo 2005, la rivista “Q” inserì Sweet Jane al 18º posto nella lista dei migliori pezzi musicali per chitarra).

 

 

Riascoltando le sue canzoni, in sequenza cronologica, è facile dedurre che Lou Reed abbia scritto soprattutto canzoni d’amore: amori per travestiti e per donne. Questo perché è stato salvato dagli amori, ultimo e molto importante per la sua stabilità emotiva quello con la performer Laurie Anderson (terza moglie dopo la già citata Bettye Kronstadt e Sylvia Morales). La canzone che dà il titolo all’album Coney Island Baby (1976), dedicato a Rachel (alias Tommy), un travestito con il quale in quel periodo Lou Reed aveva un’intensa relazione, spiega bene questo aspetto salvifico: “Quando sei tutto solo e solitario nel bel mezzo della notte e scopri che la tua anima è stata messa in vendita. E cominci a pensare a tutte le cose che hai fatto. E cominci a odiare proprio tutto. Allora ricordati della principessa che viveva sulla collina. Che ti ha amato, anche se sapeva che stavi sbagliando. E proprio ora potrebbe arrivare splendente”.

 

 

Alcuni giorni dopo la morte di Lou Reed, la vedova Laurie Anderson ha pubblicato sul giornale locale “The East Hampton Star” un necrologio che per la sua bella verità merita di essere, in conclusione, citato integralmente: “Ai nostri vicini: Che autunno meraviglioso! Tutto luccica e splende come oro e tutta quella incredibile luce morbida. L'acqua ci circonda. Lou e io abbiamo passato molto tempo qui negli ultimi anni, e anche se siamo gente di città questa è la nostra casa spirituale. La settimana scorsa avevo promesso a Lou di portarlo fuori dall'ospedale per tornare a casa, a Springs. E l'abbiamo fatto! Lou era un maestro di tai chi e ha passato i suoi ultimi giorni qui, felice, abbagliato dalla bellezza, e dalla forza, e dalla dolcezza della natura. E’ morto domenica mattina guardando gli alberi e facendo la famosa posizione 21 del tai chi, con le sue mani da musicista che si muovevano nell'aria. Lou era un principe e un combattente e so che le sue canzoni sul dolore e la bellezza del mondo riempiranno molta gente dell’incredibile gioia che aveva per la vita. Lunga vita alla bellezza che scende, attraversa e si impadronisce di tutti noi. Laurie Anderson (moglie innamorata e amica eterna)”.



Una versione più breve di questo testo è uscita domenica 3 novembre sulla Domenica del Sole 24 Ore

Fotografia di Guido Harari

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