Maria, una socievolissima solitaria

Maria Perosino se n’è andata poco più che cinquantenne divorata in pochi mesi dal solito male incurabile. Un male di cui aveva negato in tutti i modi l’esistenza, la salute era un tema che trovava insopportabilmente banale. Non se ne poteva parlare con lei. Chi lo faceva si esponeva a rischi seri.


Maria era la rimozione dei mali fisici, i suoi, e la lucidità dei ragionamenti sulla vita, l’abilità di tracciare geometrie dove altri vedevano il caos. Per questa sua capacità di risolvere problemi, esistenziali, di lavoro, organizzativi, aveva impressionato i suoi interlocutori negli anni di lavoro all’Einaudi. La ricordo alle riunioni: il tono pacato e la capacità di raffreddare le emotività che inevitabilmente insorgevano nel nostro gruppo di lavoro.
Una tenacia del fare, del tradurre le idee in percorsi concreti che le erano valse la stima di tutti.


Poi ci fu la sua avventura in proprio, prima editoriale, poi come ideatrice di eventi culturali e artistici. Sono stati anni intensi, di grande lavoro e di grandi passioni intellettuali. Poi in Italia arrivarono gli anni della crisi che si è inghiottita creatività e intelligenza, progetti e visioni. Si sono salvate le cose facili, di sicuro successo, l’arte culinaria, come la chiamava Brecht. Quella che Maria non praticava anche se ne era incuriosita. L’intelligenza vera si misura anche con ciò che la nega, e Maria diffidava dei moralismi intellettuali.
Seppe reagire e inventarsi una nuova identità di scrittrice disincantata capace di offrire un’originalissima anatomia delle passioni dentro la cornice del vivere quotidiano.

 

          

Maria non era una resistente militante, non era una rivoluzionaria. La sua riluttanza per gli eccessi, per le sgrammaticature del vivere, per il cattivo gusto le impedivano di salire sulle barricate. La sua critica era un bon ton intellettuale da opporre ai luoghi comuni e agli stereotipi alla moda. In questo era impareggiabile.

Maria aveva una tenacia particolare nelle amicizie: non si rassegnava ai silenzi, telefonava, voleva sentire la voce dell’amico, magari per non dirgli nulla di particolare ma per fargli sentire che c’era.
Questo bisogno di esserci Maria lo manifestava nella sua curiosità per tutti i segni del contemporaneo: nell’arte soprattutto, di cui era un’esperta studiosa, ma anche nel costume, negli stili di vita, in quella che Elias chiamava “la civiltà delle buone maniere”.
Negli ultimi anni della sua breve esistenza erano in particolare queste forme del vivere sociale che la interessavano.
Capacità di osservazione, gusto del dettaglio, infallibile senso del kitsch dietro l’apparenza elegante erano le sue leve per capire il mondo in cui viveva. E lo faceva con grazia e ironia, una dote che non le conoscevo e che si era trasformata brillantemente in scrittura nei suoi pezzi giornalistici e poi soprattutto nel suo primo acutissimo e divertente libro einaudiano: Io viaggio da sola.


La solitudine. Maria era una socievolissima solitaria. Non per scelta ma per snobismo. Quello autentico, che si accompagna sempre a una vena di sofferenza, la stessa che emerge dal suo primo libro. L’hanno definito un “kit di sopravvivenza per donne sole”: l’arte di sopravvivere con stile ed eleganza intellettuale è stata la missione di Maria da quando il suo amato compagno nel lontano ottobre del 1998 era morto in un ospedale torinese.
Maria amava i piaceri della convivialità e detestava le astrazioni della filosofia. Le avevo spiegato invano che la filosofia era anche poesia, scrittura, narrazione ma lei rimandava al mittente ogni tentativo di persuasione. “Tu e il tuo Hegel…non avete capito come va il mondo”


Maria seduta da sola nei ristoranti di mezza Italia aveva capito che la filosofia migliore è quella che sa guardare nei piatti e nei bicchieri degli altri, ascoltarne i discorsi, osservarne i gesti.


Per una fatale coincidenza, nel giorno in cui Maria ci ha lasciati è uscito il suo secondo libro da Einaudi: Le scelte che non ho mai fatto. Non so se ha fatto in tempo a vederlo stampato. Oggi è facile la tentazione di leggerlo come il suo testamento: anch’esso ha una voce inconfondibilmente femminile, parla delle vite non vissute, delle scelte che sono sempre anche esclusioni, dei lavori mai realizzati, degli uomini che si sono lasciati, delle case in cui non si è abitato. Soprattutto parla della complessa fragilità delle nostre vite e delle nostre scelte: “Le cose che si lasciano indietro, case, fidanzati, lavori, figli, non scompaiono come avviene nei film o nei romanzi. (…) Non avviene così nella vita reale. Qui quelle cose cui abbiamo scelto di non dare corso continuano a vivere accanto a noi. Camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro più indietro. Su altre gambe”.


Anche Maria continuerà a vivere accanto a me con la sua capacità di sdrammatizzare, con le sue idiosincrasie, con la sua sigaretta perennemente accesa, con la sicurezza e la fragilità delle sue certezze.

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17 Giugno 2014