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Missoni e il club degli "Inglesiani"...

Alla notizia della morte di Ottavio Missoni penso che anche lui – prigioniero in Egitto degli inglesi, per quattro anni, sino al 1946 – ha fatto parte della tribù degli “Inglesiani”. 


Chi sono “gli Inglesiani”? Sono gli italiani che durante l’ultima guerra mondiale paradossalmente si apparentano sempre più allo stile degli inglesi, e non per snobistica imitazione o elitaria cooptazione ma per sfida e per opposizione.


 

Perché, come si sa, agli avversari si tende, un colpo dopo l’altro, ad assomigliare sia nel bene sia nel male. Per questo bisognerebbe scegliere, se possibile, avversari di valore. 
Gli “Inglesiani” diventano tali a stretto contatto con gli ex-nemici inglesi, con cui si confrontano non più sul campo di battaglia ma nei campi di prigionia.

 

In Africa e in India, in Australia e nel Regno Unito.
 “Gli Inglesiani”: un club mai pienamente raccontato nell’intreccio di vite notevoli sparse nei campi di prigionia tra Africa e Australia, India e UK. Recentemente, con Point Lenana (Einaudi Stile Libero) - il libro di Roberto Santachiara e Wu Ming che ricostruisce la sfida di un prigioniero italiano in Kenia, Benuzzi, che evade per conquistare la vetta del Kilimangiaro e poi torna dai suoi carcerieri - si è tracciata la strada maestra per far emergere questo retaggio rilevante nella nostra storia civile, perché inciso nel carattere delle persone, nel loro operato e in niente altro.
 Gli italiani, dalla forzata ospitalità che li porta a conoscere da vicino, forse un po’ troppo da vicino visto che ne sono prigionieri, gli ex-nemici inglesi, escono trasformati.

 


Una minoranza di italiani – elementi di carattere tosto, determinato e un po’ guascone – si trasforma: diventano italiani “though”. “Inglesiani”, appunto. Portatori di quella silenziosa e composta determinazione alla sfida che, nel rispetto delle regole, è apparentata alla durezza perché mira all’essenziale, a cominciare dal governo di se stessi. 


 

Quella degli “Inglesiani” è una durezza che non ha bisogno di troppe parole né degli incoraggiamenti degli applausi e rifugge dalla tentazione della commiserazione che, alla fine, fa affondare un carattere: perché come dice J. Cercas “non c’è nulla di più sporco che ritenersi degno di commiserazione”.

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