In ricordo di Denise Epstein Némirovsky

1929-2013

Cher petit oreiller, doux et chaud sous ma tête,
Plein de plume choisie, et blanc! Et fait pour moi!
    Quand on a peur du vent, des loups, de la tempête
Cher petit oreiller, que je dors bien sur toi.

 

“Blagueuse et belle vivante jusqu'au bout!”, scrivono i figli per annunciarci che Denise Epstein è morta lo scorso I aprile. Pesce triste, atteso, temuto, come i fogli che, nel fatidico primo giorno d’aprile, da bambini si temeva sempre che qualche buontempone appiccicasse di nascosto sulle schiene. E Denise, malata di cancro, da settimane con cannula di ossigeno e morfina costantemente in vena,  quel foglio lo ha appiccicato, sfinita dopo aver assistito a un concerto di canti yiddish domenica sera.

 

 

L’avevo conosciuta nel settembre del 2009, dopo che al Festival di Mantova andai ad ascoltarla. Non mi commosse, non aveva intenzione di farlo, ma fui colpita dalla determinazione della voce di quella vecchietta, tutta nervi e sorrisi appena abbozzati, ovunque corteggiata e rincorsa – “Alla fine abbiamo vinto noi, e mia madre è tornata!” – da quando, dal 2004, Suite francese (trad. di Laura Frausin Guarino, Milano, 2005), il romanzo postumo della madre, Irène Némirovsky, si era imposto in tutto il mondo, riparando un oblio colpevole e meschino che durava dal 13 luglio 1942, “primo giorno di vacanza”, raccontava Denise, e vigilia della festa nazionale. Quel giorno, denunciata in quanto ebrea, Irène fu arrestata. Prima di uscire di casa accompagnata da due gendarmi, per l’ultima volta “ci siamo tenuti tutti per mano per rispettare la vecchia usanza russa di restare un minuto in silenzio quando qualcuno lascia i familiari per partire da solo”.

 

 

Due giorni dopo la scrittrice partì per Auschwitz da cui non tornò più. Lo stesso destino toccò al padre tre mesi dopo (Denise avrebbe scoperto solo dopo molti anni fa che Michel Epstein era salito sullo stesso convoglio che accompagnava al massacro anche la sorella, l’indimenticata zia Sof’ja). Le figlie si salvarono come in un film – è noto l’episodio secondo il quale un ufficiale tedesco riconobbe nei capelli color grano della piccola Denise quelli della figlia e diede alle due bambine e a Julie Dumot (la bambinaia che le accompagnava e alla quale i genitori avevano trasferito la patria potestà presso un notaio), ventiquattro ore per sparire. Penso ai capelli che la salvarono dalla deportazione, quegli stessi che in questi ultimi anni la chemioterapia le aveva arricciato – “Mai avuti i capelli così ondulati,” ci ha detto, non senza un cenno di civetteria, tre settimane fa quando siamo andati a trovarla per l’ultima volta.

 

 

Dopo Mantova, seguendo il romantico dettato secondo il quale a una signora anziana ci si deve rivolgere, almeno la prima volta, solamente con carta da lettera pregiata, decisi di scriverle. Due giorni dopo fui raggiunta da una mail pimpante in cui, per le comunicazioni future mi consigliava l’utilizzo di mail, telefono cellulare e messaggini. Sepolto ogni mio inutile formalismo dalla richiesta di Denise di darci del tu immediatamente “come si fa tra amiche, no?”. Lo diventammo subito e fortemente (e da quando mi raccontò dell’angoscia che ancora provava di fronte alla casetta della posta vuota e, soprattutto la domenica, quando nessun postino avrebbe mai recapitato la sempre attesa lettera dai genitori, le scrissi bigliettini e lettere quasi quotidianamente). Partii la settimana dopo per quelli che furono quattro straordinari giorni di chiacchiere, intensi dialoghi intorno alle sue vicende passate, i genitori e i loro destini, la sorella, Élisabeth Gille, scrittrice di valore ed editor di formidabile intuito, morta cinquantanovenne nel 1996 anche lei di cancro (quasi a fare da eco allo psicanalista Pierre Cazenave quando sostiene che l’antica sofferenza di un bambino nella cui infanzia dolente giace “il nucleo più antico della personalità […] solcato da una faglia profonda”, nell’adulto può resistere silenziosamente anche sotto le sembianze di depressione “e un giorno diventa un tumore”).

 

 

In quei giorni mitici ci sono state ore e ore di parole che ho registrato e i cui ricordi sono attraversati nella mia memoria da piattini che mi portava dalla cucina con sopra fette di torte rosa dalle dimensioni spaventose, con crema Chantilly colante ai lati (“ma non è buona come quella di Rumpelmayer dove andavano sempre i miei genitori con degli amici” – l’attuale sala da tè ‘Angélina’ in rue de Rivoli). E quando declinai l’offerta, mi ringraziò seria perché così si disse costretta a mangiarle tutte da sola; ci furono ripetute pause per un numero indefinito di espressi caldi e schiumosi (“dopo averla tormentata a proposito del fascino di Clooney, mia figlia Irène (sic) mi ha infine regalato la macchinetta che pubblicizza per farmi il caffè pensando a lui”), e soprattutto intere stecche di sigarette fumate ininterrottamente e di cui, ancora oggi, seduta al computer scrivendo per lei, sento l’acre odore in fondo alla gola.

 

Percorsi a piedi l’avenue che porta a casa sua, nella periferia grigiastra di Tolosa per poter penetrare nell’odore, nei suoni e colori che la figlia di Irène Némirovsky attraversava ogni giorno. Prima di arrivare decisi di prenderle delle rose color burro da quello che scoprii solamente dopo essere il giovane fiorista di suo gradimento in tutta la città. Suonai al campanello, presi l’ascensore e salii all’ottavo piano. “Ah! Allora adesso funziona. Pensa che questa mattina l’ascensore era in panne e alla seconda volta che sono dovuta scendere a piedi (seppi poi che era uscita la prima volta per le sigarette, la seconda per i dolci rosa che aveva dimenticato), per poi risalire, a metà scale mi è mancato il fiato. Mi sono fermata e mi sono detta, ‘Beh, se non ti ha ammazzato la Shoah non ci riuscirà di certo un ascensore rotto” (con buona pace di Louis Malle). Non ero ancora uscita delle porte semi-aperte dell’ascensore – preceduta dal mazzo di fiori, la borsa con computer e registratore –, non l’avevo ancora scorta quando le sue parole mi avevano raggiunta per farmi ridere per quella che fu la prima di tante volte in cui i nostri sorrisi si sarebbero sciolti in altrettanti magoni. Era in piedi sulla porta, calzoni neri e una sobria camicia bianca. Tacchi alti, troppo per una signora che, per qualche istante, mi aveva ricordato il profilo minuto di mia nonna Maria. Dopo un paio d’ore che eravamo in salotto e l’intervista era partita a spron battuto, mi chiese se poteva togliersi le scarpe. Certo che poteva, era a casa sua, anche se l’ospitalità così calorosa che mi stava offrendo poteva effettivamente confondere le idee. Le tolse e cominciò a massaggiarsi con lenti movimenti circolari i piedini ancora avvolti in calze velate. “Ti confesso che non porto quasi più i tacchi, ma temendo di sembrarti poco elegante nel riceverti ho preferito questo tocco che adesso mi ha fatto così male”. Abbiamo riso e nessuna delle due ha più indossato scarpe alte in presenza dell’altra.    

 

 

 

Denise era scampata alla guerra e alla persecuzione. Attraversò gli anni della fuga sotto falso nome trascinandosi e prendendo a calci la oramai celeberrima valigia marrone con le iniziali del nonno incise sopra e che il padre, partendo, le aveva consegnato. Le disse che non avrebbe mai dovuto abbandonarla perché conteneva il cosiddetto quaderno della mamma. Così sacrificò l’amatissima bambola Bleuette che non trovò posto accanto al prezioso manoscritto finale di Suite francese. In più di un’occasione dichiarò che vedere la valigia che le aveva procurato tanti lividi alle gambe e vesciche alle mani esposta in una teca durante la mostra del 2008 al Museum of Jewish Heritage di New York le aveva fatto uno strano effetto.

 

Segnata come lo può restare una tredicenne assolutamente ignara di quanto le stia accadendo intorno e che “alle otto del mattino si sveglia con i genitori e alle otto e cinque minuti non ha più la madre”, giunse finalmente alla fine della guerra (“gli anni della Liberazione sono stati più difficili di quelli della fuga”), si accorse di non essere più un’enfante cachée ma una pupille de la nation (“anche se non tutti i francesi ci hanno protette!”). Dopo il diploma fu assunta dalla banca in cui aveva lavorato il padre. Accortasi di un trattamento di favore, secondo lei dettato dalla stima per il padre, ma soprattutto da un senso di colpa che attraversava la popolazione francese di quegli anni, Denise si licenziò. Si sposò giovane (“sposarsi è una formalità”); nacquero tre figli (“una decisione molto sofferta per me, ma non volevo che le radici della mia famiglia rimanessero per sempre imprigionate ad Auschwitz”). Fece a lungo la casalinga, poi divenne documentalista all’ispettorato per la repressione delle frodi alimentari.

 

Si avvicinò alle attività sindacali e rivestì ruoli importanti nella CGT (Confédération générale du travail). E poi un’instancabile attività nelle scuole di testimonianza e memoria. Non abbassò mai la guardia, l’intolleranza, mi disse, si nasconde in ogni angolo della strada. E su un autobus di Tolosa pochi anni fa minacciò di denunciare, se non fossero scese immediatamente, due eleganti signore che, commentando il passaggio di alcuni signori che uscivano da una sinagoga con la kippah in testa condivisero ad alta voce la sorpresa che non fossero tutti morti e che ce ne fossero ancora così tanti in giro. Non si è risparmiata, Denise, mai, e fino alla fine ha dato la possibilità a chiunque di poter attingere alle sue preziose testimonianze (si veda il suo struggente Sopravvivere e vivere, trad. di F. Bergamasco, Milano, 2010). C’è un solo ricordo che Denise decise di non poter mai condividere con nessuno: i soprannomi affettuosi per i quali i genitori non la chiamarono quasi mai Denise. E le ultime parole che le aveva soffiato all’orecchio la madre uscendo di casa con due signori sconosciuti, parole che Denise non ha mai confidato e che le sue ceneri hanno portato via per sempre.

 

 

A differenza di Élisabeth – che, all’epoca dell’assassinio dei genitori aveva cinque anni e che, per riconciliarsi con una madre scomparsa dai ricordi e ritenuta colpevole di non aver saputo cogliere il pericolo e salvare la famiglia, ipnotizzata com’era nelle settimane precedenti l’arresto dalla stesura frenetica delle due parti del suo Guerra e pace – scrisse il romanzo biografico Mirador. Irène Némirovsky, mia madre (a cura di Cinzia Bigliosi, Roma, 2011), dove inventò una madre letteraria, irreale, conosciuta per pochi anni e completamente dimenticata –, Denise ha scientemente salassato gli ultimi anni della sua vita per ridare voce a una scrittrice dimenticata e non più ripubblicata. Decise di ricopiare personalmente il manoscritto di Suite francese rovinandosi la vista per la fitta grafia materna, per leggere la quale dovette usare spesso una lente d’ingrandimento. Dal cahier di mamma scelse la versione di Irène, quella oggi nota a tutti, scartando quella perfezionata e modificata dal padre, che correggeva ogni pagina della moglie prima di ogni pubblicazione. Élisabeth, filologa fino al midollo, si era opposta alla pubblicazione di un romanzo incompiuto. Denise l’ebbe vinta.

 

In questi giorni, mentre ascolto le voci affrante di chi l’ha conosciuta, leggo gli articoli che stanno uscendo giorno dopo giorno da una settimana su di lei, stringo tra le dita il faire-part scritto dai figli e guardo dentro di me la ferita inferta dalla perdita di Denise, della sua vitalità senza risparmio, non posso non ricordare la sorpresa angosciata che mi colse durante l’ultima cena di quell’ottobre del 2009 al suo ristorantino preferito di Tolosa, “Au bon vivre” (conoscendola non avrebbe potuto scegliere un locale con nome più appropriato). Eravamo davanti a un maestoso pâté, complici due calici di rosso della région, quando le chiesi se, adesso che tutto il possibile sembrava compiuto per la memoria della madre, il successo, i libri ristampati in tutto il mondo, avesse ancora un desiderio, una felicità da ottenere, da chiedere. “Nella mia vita sarei stata felice solamente se fossi partita insieme ai miei genitori sul treno per Auschwitz. Non salendo su quel treno, io e mia sorella non abbiamo più avuto il diritto di essere felici di vivere, ma solo quello di assaporare il regalo avvelenato della sopravvivenza.”

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