Soleri. Once Upon a Time in the West

L’avventura esistenziale di Paolo Soleri

La ricerca di una terra promessa nella quale impiantare la propria utopia ecologica e urbana spinge Paolo Soleri nel 1956 a lasciare definitivamente l’Italia alla volta dell’Arizona, Stati Uniti d’America. Nato a Torino nel 1919, Soleri si era laureato al Politecnico del capoluogo piemontese nel 1946. Attratto dall’aura e dalle opere di Frank Lloyd Wright (propagandate in Italia attraverso le parole e le azioni di Bruno Zevi), Soleri l’anno successivo si era recato a Taliesin West, per compiere la propria iniziazione presso il maestro ormai quasi novantenne. I rapporti avevano finito per rivelarsi difficili. Già nel settembre del 1948 il giovane architetto lasciava il quartier generale “occidentale” wrightiano ma non l’Arizona, dove nel 1949 ha modo di progettare e costruire la Dome House, una piccola casa per Leonora Woods, madre della sua futura moglie.

 

Dome House

 

Ritornato in Italia nel 1950 Soleri entra in contatto con Vincenzo Solimene, per il quale tra il 1952 e il ’55 realizzerà la Fabbrica di ceramiche artistiche a Vietri: un edificio che ricalca l’organizzazione interna del Larkin Building di Wright, con uno spazio a tutta altezza illuminato da un lucernario, e un trattamento degli esterni concepito invece in modo del tutto diverso, come una sequenza di sezioni di coni rivestiti di materiale ceramico policromo, ad evocare dei grandi vasi di terracotta.

 

Fabbrica Solimene

 

La delusione per la tiepida accoglienza della Fabbrica Solimene (che avrà i dovuti riconoscimenti soltanto a partire dagli anni sessanta) e la sensazione delle difficoltà di realizzazione in cui rischiano d’incorrere le proprie opere in Italia fanno maturare in Soleri la decisione di traferirsi definitivamente in Arizona, nella Paradise Valley, vicino a Phoenix.

 

Fabbrica Solimene

 

Proprio la ceramica costituisce il materiale con cui Soleri incomincia a lavorare per realizzare edifici a basso costo e a basso impatto ambientale. Alla produzione di case ispirate a un organicismo zoomorfo e biomorfo, che progressivamente danno vita a Cosanti, una comunità basata sull’ecologia e sulla lavorazione e vendita di oggetti artigianali in ceramica, si intrecciano ben più immaginifici progetti per ponti concepiti come fasci muscolari o come tubolari in cemento armato, e la prima proposta di nucleo urbano radicalmente alternativo a quelli consueti: Mesa City (1959), una città disposta su un’area di ca. 10 x 35 km, comprendente al proprio interno un Business Center composto da torri interconnesse, un complesso di studi superiori e scuole secondarie a forma di campana rovesciata, e una fascia di villaggi pensati per l’insediamento di comunità rurali con edifici a forma di fungo.

 

Mesa City

 

A confronto con Broadacre City, l’idea di urbanizzazione a scala territoriale sviluppata da Wright a partire dalla prima metà degli anni trenta, e poi ripresa proprio negli anni della permanenza di Soleri a Taliesin West con la pubblicazione di The Living City (1958), la concezione urbana di Soleri prevede un’alta densità abitativa concentrata all’interno di poche grandi strutture sviluppate in altezza ma anche in “profondità”, nel sottosuolo; una soluzione che trova la propria ragione (climatica) nella localizzazione della città nel deserto.

 

Arcosanti

 

Tutto ciò vale ancor più per Arcosanti, la grande sfida costruttiva lanciata da Soleri a partire dal 1968. Meglio di chiunque altro, è stato Reyner Banham (uno straordinario investigatore delle benché minime tracce del passaggio dell’uomo nel deserto) a tratteggiarne un ritratto:

«Arcosanti vuole essere tutto quello che Cosanti non è, per quanto in questa fase decisamente iniziale non sia molto diversa.

 

Arcosanti

 

Entrambe sono opere fondate sull’abilità artigianale; la lunga esperienza di Soleri nella ceramica è evidente non solo nelle forme, ma nella sua preferenza (forse inevitabile per ragioni finanziarie) per le semplici tecniche artigianali, come colare il cemento in forme di terra che vengono rimosse quando il cemento si è consolidato abbastanza da sostenere il proprio peso. Tutto ciò che si produce nei due luoghi è adatto a essere eseguito essenzialmente dalla manodopera fornita dalle frotte di studenti che ogni estate arrivano per lavorare e diventare discepoli del guru.

 

Paolo Soleri

 

In effetti la sua figura è diventata proprio quella di un guru: anche quando indossa dei pantaloncini azzurri sdruciti e una canottiera da muratore piena di buchi, il suo aspetto è tanto ascetico da farlo assomigliare a un Giovanni Battista del primo Rinascimento. Soleri sembra predicare una dottrina che si accorda bene con l’ambientalismo degli studenti di oggi, sebbene sia estranea al Nord America più di ogni altra dottrina – o, in ogni caso estranea al Nord America moderno dei visi pallidi, mentre potrebbe avere qualche precedente remoto tra i Nativi americani. […]

 

L’approccio ad Arcosanti non è promettente: un lungo viaggio verso nord lungo la I-17, attraverso uno spettacolare territorio aspro e desertico che inizia a trasformarsi in una distesa di artemisia quando si arriva alla deviazione per Cordes Junction, un luogo inesistente, se mai potesse esistere: alcune roulotte, un distributore di benzina, un bar e ben poco d’altro, a parte una strada sterrata che sembra non porti in nessun luogo. Dopo due o tre chilometri, invece, quella strada porta a un parcheggio vicino a un cantiere edile di solito non troppo attivo: solo alcune strutture scollegate tra loro e allineate sul fianco di un piccolo canyon, che in lontananza diventa più profondo, per aprirsi dopo più di un chilometro, in una vasta pianura.

 

In realtà, gli edifici, apparentemente sparsi, sono disposti in una precisa sequenza e unificati da un’abile architettura del paesaggio fatta di semplici prati e alberi tra una struttura e l’altra. Le strutture in sé sono maestose: enormi volte echeggianti e absidi affacciate sul canyon, le volte dipinte nei forti colori terrosi della ceramica, le absidi leggermente scanalate all’interno; con processioni di scalini che si inseguono sull’esterno delle volte e tutt’intorno, piccoli cubicoli abitabili sistemati con ordine e simmetria.

 

 

Arcosanti è stata descritta come una “combinazione dell’esperienza spaziale delle terme di Caracalla con quella del Club Mediterranée”, un’affermazione sarcastica in cui però c’è più di un briciolo di verità: effettivamente l’effetto generale è molto simile a quello di un campeggio in grande stile in mezzo ad antiche rovine romane o a quello di un set cinematografico abbandonato di un colossal d’altri tempi. Se le condizioni climatiche sono sopportabili, il luogo è veramente piacevole, con un’atmosfera molto simile a quella di Cosanti, nonostante la sua dimensione sia molto più ampia e l’ambiente più aperto.

 

Ma è veramente una grande visione? Se si studiano con cura i disegni pubblicati del primo progetto di Arcosanti o si torna a esaminare il modello collocato nella corte sotterranea, si comprende come i monumenti allineati sul fianco del canyon non siano che una minima parte dello schema generale: in proporzione, le dita del piede rispetto al corpo intero. L’edificio finito, se mai lo sarà, dovrebbe essere un complesso gigantesco che farebbe sparire il canyon e la scala piuttosto ridotta della topografia dell’altopiano. Ciò che è stato realizzato non è che un minuscolo esempio dell’intero progetto. […]

 

 

La loro scala non è compatibile con l’autocostruzione e il calcolo strutturale a occhio; sfuggono al dominio delle abili mani del vasaio. Sono alla stessa scala dell’America delle grandi imprese che i discepoli di Soleri disprezzano a gran voce; e non vedo altro modo di costruirli se non per mezzo di investimenti su vasta scala da parte di quelle stesse aziende. Il completamento di una qualunque versione di Arcosanti entro il prevedibile arco della vita di Soleri – anche se vivesse quanto Frank Lloyd Wright e andasse oltre il suo ottantesimo compleanno – sembra infinitamente remoto; e il suo completamento grazie al lavoro volontario di svariate generazioni di studenti con poca esperienza sembra al momento tecnicamente impossibile.

 

Eppure è un luogo magico, costruito su una fede che trascende il disincanto di lavorare in condizioni climatiche difficili e vivere in alloggi angusti – la stessa fede che nella mia ultima visita ho visto brillare ancora sui volti raggianti delle persone al lavoro e che scintilla negli occhi dello stesso Soleri nei suoi stati di ispirazione messianica. Luogo e leggenda sono ormai una sola cosa: Arcosanti diventerà di certo un santuario come Taliesin West, come è certo che la fama (e la vedova!) sopravvivono al loro creatore. Ma anche se non fosse una leggenda, sarebbe un luogo quieto e commovente – ancora di più, senza leggenda –, con gli antichi elementi architettonici che danno riparo – absidi e volte, tetti e pareti, porte e finestre, gradini – disposti in ordine diagrammatico e decorati con infallibile sensibilità mediterranea in questo paesaggio astratto e irrimediabilmente americano, fatto di altipiani e canyon, sterpaglia e cactus. Se c’è poesia nel contrasto, qui trova una forma davvero eloquente»

(R. Banham, Deserti americani, 1982, trad.it Einaudi 2006).

 

Dell’intero progetto di Arcosanti sono stati realizzati al momento soltanto pochi edifici: qualche casa, un centro musicale, un anfiteatro, una fonderia, alcuni laboratori per la lavorazione della ceramica e del legno. Le strutture absidali sostenute da arconi e le facciate punteggiate da bucature semicircolari e rotonde rievocano, più che le costruzioni di Wright, quelle di Louis Kahn, ma a differenza di queste presentano strutture gemmate che sembrano rifiutare l’ordine ieratico kahniano, assumendo piuttosto a proprio modello il paradigma di una complessità macchinica.

 

A fondamento di Arcosanti – e di tutto il pensiero di Soleri – vi è il concetto di “arcologia”, unione di architettura ed ecologia. Rimeditando dai fondamenti l’intera struttura della società umana, Soleri in Arcology. The City in the Image of Man (MIT Press, Cambridge, Mass. 1969) ha elaborato una complessa idea di neo-civiltà basata sulla congruenza dei diversi “strati” che si sovrappongono e intersecano nella realtà: da quello geologico a quello biologico, per finire con il loro incontro (ma di fatto spesso anche con il loro scontro) in quello umano. La forma urbana che ne deriva è espressione di una “miniaturizzazione” di tutte le funzioni, riunite in enormi edifici sviluppati in verticale e intesi come “corpi” con l’articolazione degli organismi viventi. L’“arcologia” si traduce così in un minor impatto sul territorio dovuto alla concentrazione degli edifici, nella riduzione dell’uso dell’automobile e nell’ottimizzazione dell’impiego delle risorse e della produzione e dello smaltimento dei rifiuti.

 

La vita di Soleri è stata l’equivalente di un lunghissimo sogno a occhi aperti: un sogno che se da un lato ha proiettato in giro per il mondo le immagini di una realtà radicalmente alternativa ma pur sempre possibile, dall’altro ha trovato la propria attuazione in una piccola utopia realizzata; un’utopia maneggevole, “a portata di mano”, resa ancora più confortevole dal suono rinfrescante delle campanelle scacciaguai e dall’ombra delle morbide volte in argilla e calcestruzzo di Cosanti. Il luogo dove l’«architetto-messia del deserto», come lo chiama Banham, ha concluso la sua avventura sul pianeta Terra, il 9 aprile 2013.

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