Ce l’hanno insegnano a scuola: la letteratura vive nella storia. Come ogni cosa che appartenga alla vita, del resto. Ma c’è modo e modo. La maggior parte degli scrittori, oggi, non fa altro che produrre storie, una quantità infinita di storie. Magari perché così, mentre ci rimpinziamo delle loro storielle, non pensiamo che intanto la Storia prosegue, pare precipitare anzi, certo non aspetta chi rimane indietro. O forse perché da qualche tempo in qua la Storia, quella che ci riguarda tutti, è diventata sempre più difficile da raccontare.

 

Poi però ci sono altri scrittori. Sono scrittori che vengono da lontano, e da lontano vengono i loro testi. Se quegli altri passano il loro tempo al mercato, a cercare di sbolognare le loro mille carabattole, questi invece ci mettono anni a scriverli, i loro testi, anzi decenni. Alle volte non fanno neppure in tempo a vederli pubblicati in vita. E così, magari anche al di là delle loro intenzioni, queste loro opere recano su di sé le macchie, gli urti, le ferite della Storia. Rispetto al tempo in cui viviamo le loro scritture sono termometri sempre in azione, segnavento che non si fermano mai; ma, così a lungo esposte al vento della Storia, finiscono per funzionare anche come accumulatori, giacimenti, immensi archivi viventi d’una Storia che continua a passare senza essere mai passata del tutto. Penso – per parlare solo degli ultimi decenni – all’Italia sepolta sotto la neve di Roberto Roversi, a Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, ai libri di Luigi Di Ruscio come Cristi polverizzati e Palmiro (appena ristampato da Ediesse). Come si vede, non conta che siano libri in prosa o in versi. Scrittori così sono autori d’una “storiografia espressionista”, come ama definirla uno più giovane ma della stessa razza, Gabriele Frasca: che il giacimento della memoria arano in lungo e in largo, che ruminano senza fine su quello che a noi appare magari un dettaglio insignificante (e che a posteriori ci si rivela invece la prima crepa del futuro che s’avventava, e che ora è il nostro presente), per poi balenare mercuriali dall’altra parte del campo.

Se ogni Storia è anche una Geografia, gli storiografi espressionisti sono cartografi anamorfici: una piega minima del territorio può espandersi sino a mostrarsi un’immensa catena montuosa, la più fiera delle metropoli può apparire un minuscolo villaggio. Un catino d’acqua diventa il mare.

 

Elio Pagliarani è stato uno dei più grandi fra questi scrittori – quello che più ho amato. E i suoi due libri più importanti sono i più “storici”: La ragazza Carla (pubblicata nel ’62 in volume, ma conclusa nel ’57 e concepita – ha raccontato lui – addirittura nel ’47-48) e La ballata di Rudi (pubblicata nel ’95 ma concepita nei primi anni Sessanta e pubblicata a tratti negli anni ’60 e ’70), dedicati rispettivamente proprio alla metropoli e al mare. La Milano della Ragazza Carla, l’Adriatico della Ballata di Rudi. Da qui proveniva, Elio; lì è andato a conquistarsi la vita. Finendo per diventare, lui “meteco”, il più grande suo cantore del secondo Novecento.

 

La ragazza Carlaè il racconto del destino-massa di un individuo non dimenticabile – “Carla Dondi fu Ambrogio di anni / diciassette primo impiego stenodattilo / all’ombra del Duomo” – schiacciato dalla disumanizzazione del lavoro e della modernità deflagrante di quegli anni. Una modernità anche tecnica, retorica, che ha reinventato il modo di narrare in versi ed è stata una delle matrici della Neoavanguardia anni Sessanta (Elio sarà tra i cinque Novissimi raccolti da Alfredo Giuliani nel ’61). Per tutti Pagliarani è “il poeta della Ragazza Carla”. Ed è giusto così: se si pensa che ancor oggi, in un mondo del lavoro che pare lontano le mille miglia dalla TRANSOCEAN LIMITED dove s’impiega Carla, la sua tempra stoica continua ad apparirci la sonda migliore nella testa e nel corpo di chi affronta la linea d’ombra dell’ingresso nel lavoro. Uno sguardo che ha fatto scuola: gli scrittori di oggi che meglio raccontano il vivere nostro contemporaneo – da Aldo Nove a Giorgio Falco, da Sara Ventroni a Vincenzo Frungillo, Gherardo Bortolotti e, ultimo arrivato, il Francesco Targhetta di Perciò veniamo bene nelle fotografie (sorprendente romanzo in versi appena uscito da ISBN) – sono quelli che hanno saputo mutuare quella che Pagliarani chiamava “pietà oggettiva”: il suo sguardo a ciglio asciutto, senza commiserazione e dunque morale (“è nostro ed è morale il cielo / che non promette scampo dalla terra / proprio perché sulla terra non c’è / scampo da noi nella vita”).

 

Ma ancora troppo pochi conoscono l’altro capolavoro di Elio, La ballata di Rudi. Ed è proprio questo, invece, il suo vero “libro di storia”. Dove lo sguardo – il grande, spaventoso sguardo monoculare di Elio – si allarga, nello spazio e nel tempo, sino ad abbracciare l’intera Italia degli anni del boom – e dello sboom. I “braccianti del mare” ci riportano alla dimensione ambivalente del lavoro, ma poi sfilano una quantità di personaggi e situazioni – Rudi trafficone e trasformista, “la Camilla” che “gioca in Borsa”, “un’ebrea / reduce da Buchenwald”, il taxista Armando… e poi ancora la moda “TUTTA ORO E PIZZI BAROCCHI”, il “cardinal Ratzinger”, i concorsi per “centosessantamila”… – che ci tuffano in una dimensione corale, esilarante, straordinariamente multiforme. Epica, davvero.

 

Gli ultimi pannelli della Ballata sono ormai contemporanei, nella stesura, all’ultima maniera di un Pagliarani che si cimenta col cut-up e l’epigramma. E disegnano un’Italia in rovine. Al mondo d’acciaio della Ragazza Carla, dalla durezza implacabile ma almeno riscattabile, s’è sostituito un impersonale, spettrale scambio di risorse immateriali. E il paesaggio italiano registra questo sfaldarsi di contorni e di valori. Già vent’anni fa diceva Elio: “Nel frattempo però il suo paese natale […] non c’è più, è scomparso: come se gli avessero tolto una sedia di sotto il sedere […] Adesso […] è tutto un Rimini nord, tutto alberghi e pensioni […], con ignoranza e presunzione rubiconde di benessere”. Il tema del falso benessere attraversa tutto l’ultimo Pagliarani e inevitabilmente si confronta con Pasolini: maestro avverso un tempo detestato, ma infine riconosciuto con rabbia (in una bella poesia dedicatagli a vent’anni dalla morte).

 

L’emblema di questa storia, lo accennavo, è il mare. Questa forza arcipossente che tutti ci trascina, tutti ci comprende. Nella sorprendente autobiografia in prosa pubblicata (ancora una volta dopo lunga elaborazione) l’anno scorso da Marsilio, Pro-memoria a Liarosa, in una delle ultime aggiunte al palinsesto Elio ha voluto descrivere “lo spettacolo del mare in burrasca” che tanto lo colpì da bambino: “il fascino della forza della ripetizione, del moto delle onde, sempre uguali e sempre nuove”.Ma nel tessuto della Ballata si comincia a pensare – con quello che una volta sarebbe apparso un adynaton, un’impossibilità retorica – che possa un giorno “appassire”, il mare. Nelle varie stesure del poema, di volta in volta Elio esita, si corregge… “ha senso” o “non ha senso”, “pensare che s’appassisca il mare”? Si decide, infine, per una soluzione di mezzo. La più stoica, la più morale: “Ma dobbiamo continuare come se non avesse senso pensare che s’appassisca il mare”.

 

 

Una versione leggermente più breve di questo pezzo uscirà, con un’antologia di poesie di Pagliarani, sul prossimo fascicolo di “Poesia”.

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