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Francis Picabia

Riga 22

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

Famoso come campione del dadaismo e inventore del “macchinismo”, Francis Picabia è abbastanza ignorato nel dettaglio e per tutto il resto della sua carriera artistica e importanza storica. Eppure alcuni gli attribuiscono anche l’invenzione dell’astrattismo ei suoi Mostri e le sue Trasparenze hanno avuto un periodo di grande rivalutazione grazie alla cosiddetta pittura postmoderna.

 

Il fatto è che il personaggio Picabia è ampiamente discusso, sfuggente e imprendibile. Non si riesce a racchiuderlo in una formula, come hanno tentato coloro che lo ritengono tutto “dadaista”, anzi dadaista anche contro il dadaismo, come lo stesso movimento predicava. Lui non ha fatto altro che evadere dai gruppi e dalle etichette, e proprio i suoi rocamboleschi cambi di “stile” imbarazzano tutti coloro che vogliono far rientrare le cose se non nelle caselle almeno in un percorso coerente all’evidenza. Imbarazzano certi periodi della sua pittura, come quello dei Nudi, considerato pompier e opportunista. Ha imbarazzato a lungo il suo rubare soggetti e idee già nel suo primo momento postimpressionista e poi in diverse occasioni, salvo a rileggerlo recentemente in chiave di nuovo postmoderna, di un’arte “alla seconda potenza”, che si rifà al gia esistente, mediatico o meno che sia, immagine dell’immagine. È stato sospettato di collaborazionismo durante la Seconda guerra e in certe sue uscite fin troppo franche non gli sono state perdonate. In effetti il personaggio, per un niente affatto strano miscuglio di sincerità e provocazione, ha sparato a zero su molto e molti, ha sempre messo i problemi in piazza, fino a risultare scomodo e sovente insopportabile. Con l’aggravante di essere ricco, di far sfoggio di lusso, di cinismo estetico nei confronti delle difficoltà della vita, di eccessivo edonismo malcompreso dai più.

 

Il fatto è che Picabia, tutto questo Picabia, ha messo in crisi categorie radicate fin dentro l’avanguardia di cui è stato uno dei campioni più provocanti, ma provocatori appunto fino a scardinare quella stessa idea di avanguardia qualora si fossilizzi a sua volta in una regola, un prescrizione, o una pigra stasi.

 

Dopo un inizio di carriera di grande successo di vendite, in tardo stile postimpressionista, Picabia volta repentinamente pagina e impugna la bandiera delle avanguardie. Compagno di strada di Duchamp e Appolinaire prima, di Tzara e Breton poi, brucia in veloci e sagaci interventi quello su cui altri lavorano per anni e decenni o su cui si fissano per rivendicare un ruolo nella storia. Denuncia ogni opportunismo e non sopporta che tutto debba diventare regola, routine, maniera. Non si limita a dipingere, promuove e realizza riviste dall’impianto inedito, interviene in manifestazioni ed eventi di gruppo, realizza opere strettamente legate all’occasione, rivolte ad personam, indecifrabili senza la conoscenza del rimando, fa teatro e cinema, gli stessi frequenti galà di cui si fa zelante promotore sono insieme feste mondane e happening artistici, ma soprattutto scrive poesie, poesie all’apparenza assurde come mai nessuno ha osato fino ad allora, che gli guadagnano anche in campo letterario un posto di riguardo.

 

Artista complesso e controverso dunque, ancora tutto da indagare e decifrare. La letteratura sul suo conto non è in realtà moltissima, se paragonata alla sua fama e a quella dei suoi compagni di strada, e raramente va a fondo o al di là del noto. C’è ancora imbarazzo, e c’è evidentemente anche un problema estetico ad affrontare un artista come Picabia: questo è sicuramente per noi uno dei motivi più interessanti per celebrarlo ma anche per toglierlo dagli schemi più risaputi.

 

Seguendo la struttura dei numeri di “Riga” apriamo con poesie a lui dedicate dagli amici poeti, da Breton a Soupault a Desnos a Char, proseguendo e chiudendo questa prima parte con un intervento particolare di un artista-poeta anch’egli, Luca Maria Patella, per evidenziare fin dall’inizio questa caratteristica rara e importante.

Caratteristica ribadita subito dalla scelta di mettere i testi in successione puramente cronologica, senza distinzioni tra prosa, poesia, testo d’intervento, lettere, conversazioni. Picabia ha scritto costantemente, a partire dagli anni dieci, accompagnando, intrecciando o intercalando in ogni momento l’attività visiva con quella di scrittura. La poesia per lui era sicuramente anche un fatto visivo, molto si è dedicato a particolari impaginazioni e tipografie, a produrre plaquettes a tiratura limitata, a legare disegni e testi. Altrettanto frequentemente ha scritto sui quadri, come poi farà l’arte cosiddetta “concettuale”, mettendo in parallelismo costruzione dell’immagine e costruzione del testo poetico.

 

La sequenza dei testi sulla sua figura e sulla sua opera segue e ricostruisce il suo percorso creativo, cercando di documentarlo quanto più strettamente possibile. Si comincia con una visita-generale e si entra subito nel momento principale della sua opera, il macchinismo, il dadaismo, indagato dai più diversi punti di vista. Linda Henderson ci illustra il contesto storico e culturale della nascita del macchinismo di Picabia attraverso rimandi precisi alle contemporanee scoperte scientifiche e alla ripercussione che esse ebbero nel dibattito artistico.

Katia Samaltanos si diffonde sul periodo probabilmente più ricco e fitto di rapporti di Picabia, quello in cui si lega a Apollinaire e a Duchamp in particolare e che segna lo snodo, il momento di cambiamento per l’artista. Ad esso segue quello propriamente dadaista militante, di gruppo, a Parigi, quando Tzara stesso, il fondatore del dadaismo zurighese, vi si trasferisce. È un periodo di interventismo continuo, di fervente attività e di confronto serrato.

Didier Ottinger riprende il rapporto di Picabia con Duchamp, paragonandoli bizzarramente alle maschere di due famosi clown dell’epoca, Foottit e Chocolat; William Camfield, il più grande studioso di Picabia, ripercorre per intero il suo periodo macchinista a questo punto divenuto “maturo”.

 

Altri entrano poi nel dettaglio di alcune opere, svelano rimandi enigmatici e indecifrabili senza una ricostruzione contestuale. È il caso di Carole Boulbès, a cui è affidato anche di andare oltre questo periodo e anticipare i seguenti, ripresi tutti in una lettura segnata dallo stesso spirito: Picabia “santo mascherato”, come si autodefinì. Michel Sanouillet, il maggiore studioso del dadaismo francese, ripercorre la realizzazione della rivista voluta e in gran parte compilata e disegnata da Picabia, dal nome enigmatico tanto quanto banale «391», come si scoprirà leggendo. Judi Freeman si concentra da parte sua sul balletto Relâche e sul film Entr’acte, del 1924.

 

Intanto si sono intrecciati gli omaggi di due eccellenti compagni di avventura, Georges Ribemont-Dessaignes e Robert Desnos, mentre altri studiosi hanno illuminato altre fasi dell’opera e della personalità che fu. Arnauld Pierre, già scopritore delle fonti nascoste delle immagini dei quadri di Picabia, si concentra su quelle di esse che costituiscono una chiara polemica contro il “ritorno all’ordine” e a Ingres in particolare.

 

Il testo di Jean Arp, scritto nel 1950, chiude gli omaggi degli amici artisti e pare che sia stato il testo preferito da Picabia tra tutti quelli scritti su di lui mentre era in vita: la riproposta ci allerterà sui motivi di tale predilezione.

Sara Cochran e Sarah Wilson indagano infine l’ultimo periodo di attività dell’artista, il più discusso, il più controverso nei risultati: anticipatore del psotomodernismo con il suo rifarsi alle immagini delle riviste popolari o iconoclasta (e santo)? L’interrogativo resta aperto ai suoi più scabrosi risvolti.

 

I testi scritti per l’occasione sono pochi ma densi: Riccardo Venturi ripercorre con occhio nuovo, impostato sul “pathos dell’inorganico”, le diverse interpretazioni del periodo macchinista, ma non solo: Gabriele Guercio e Elio Grazioli cercano di decifrare il senso della pittura di Picabia, un dadaista che non l’ha mai abbandonata ma che l’ha portata ad esiti tuttora maldefiniti e malcompresi: che non sia anzi proprio nell’ultimo discusso periodo la chiave, se non la verità, dell’originalità di Picabia?

 

Chiude come sempre il numero la sezione degli interventi d’artista: Giulio Paolini si interroga sul silenzio come fine che ritorna sull’inizio, Emilio Prini rende il più normale e insieme enigmatico degli omaggi.

 

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