Italia 2

Riga 17

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento

 

Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.

 

Marco Belpoliti, Elio Grazioli

 


 

Cosa accade oggi in Italia?, questa era la domanda che ci ponevamo cinque anni fa presentando il numero 8 di «Riga» dedicato alla creazione artistica, visiva, letteraria, teatrale, saggistica nel nostro Paese. Allora, nella primavera del 1995, si era al culmine dell’ennesima moda che affermava l’avvento di una nuova generazione letteraria e artistica. Quasi non si parlava d’altro. Per questo, usando le parole di Amleto – personaggio in cui ci pareva di identificarci per il suo continuo interrogarsi –, ci domandavamo le effettive ragioni di tutta quella agitazione intorno ai «giovani». Lo facevamo in positivo, attraverso la corrispondenza con una generazione di artisti, scrittori, teatranti, musicisti, saggisti, ai quali chiedevamo non tanto: E tu quanto «nuovo» sei?, ma piuttosto: E tu cosa fai? Ci interessavano, in altre parole, le ragioni di un fare artistico che a metà degli anni ’90 ci appariva complesso, sfaccettato, a tratti persino contraddittorio. Eravamo – e ancora siamo – attratti dal «lavoro» degli altri, dalle intenzioni, visioni, modi di intendere l’arte e la letteratura; e questa ci pareva anche la chiave per identificare la particolare situazione italiana, rispetto al resto dell’Europa o all’America. Cinque anni fa – forse non tutti lo rammentano – il problema della rivolta del Nord, le idee di secessione, le dispute sull’identità italiana, occupavano le pagine dei giornali e delle riviste. Perciò intitolare il numero Italia non era allora né un gesto neutrale né disinteressato. Di quel numero, per noi importante, ci era piaciuto il tono e la scioltezza che le lettere consentono, l’intreccio – il nodo, per fare riferimento a un altro numero di «Riga» che ci sta particolarmente a cuore – di confidenze e rigore che si intravedeva nelle dichiarazioni degli artisti, che accompagnavano i lavori pubblicati.

 

Sono trascorsi cinque anni, abbiamo varcato la soglia del Terzo millennio, tuttavia siamo ancora qui a interrogarci su cosa accade oggi in Italia. Cinque anni sono un tempo troppo breve per determinare cambiamenti d’epoca o svolte radicali. I tempi dell’arte non sono quelli della cronaca o dell’economia; marciano lenti ma sicuri, e soprattutto necessitano di uno sguardo prospettico per coglierne i passaggi. Per questo abbiamo chiesto a trentanove artisti (scrittori, poeti, saggisti, teatranti, artisti visivi…) di intervenire con i loro lavori. Questi autori non costituiscono una tendenza, un movimento, un gruppo omogeneo. Questa non è una antologia esemplare di una tendenza. Questi artisti spesso hanno ben poche cose in comune tra loro. Li avvicina invece un atteggiamento problematico nei confronti del proprio lavoro e della realtà. Ci interessa il loro stile nel fare e nel pensare, la loro apertura e ricerca. Noi stessi non abbiamo assunto uno schema fisso o precostituito sulla base del quale invitare o escludere i contributi da questo numero di «Riga» (qui non ci sono i lavori di artisti che pure ci interessano e con cui siamo in costante relazione). Alcuni autori invitati sono rimasti, ma la maggior parte sono diversi.

 

Ci piace, anche in questa seconda occasione, tenere insieme un interesse consolidato con la ricerca di nuovi spunti, di aperture e rapporti nuovi. Sono trascorsi quasi dieci anni dalla pubblicazione del primo numero di «Riga» e il segno di questo atteggiamento è presente in tutti i diciassette numeri editi. A fare da filo rosso nel precedente dedicato all’Italia erano le lettere dei due curatori con i singoli autori. Si discuteva di tutto. A tratti le lettere degli interroganti e le risposte erano contratte, persino ellittiche o paraboliche, intime o polemiche; erano missive che dichiaravano amori e odi, attrazioni e repulsioni, ma tutti ci aiutavano a capire meglio le singole poetiche. Una questione prevaleva su tutte: come conciliare le ragioni della vita con quelle dell’arte? Ne usciva un panorama che allora ci pareva molto diverso da quello mappato da giornali, riviste di settore, mass media in genere. Nel frattempo alcuni nomi e singole opere, allora sconosciuti o quasi, si sono imposti all’attenzione di tutti, altri artisti ancora non hanno suscitato l’interesse che invece meritano. Ma non è questo il punto. Non rivendichiamo la scoperta di qualcuno o di qualcosa, ma la coerenza a un metodo di lavoro che necessita tempo, pazienza e passa soprattutto attraverso una relazione con le persone e le cose.

 

Questa volta abbiamo voluto che gli autori invitati proponessero seccamente un progetto speciale pensato per l’occasione, o che raccogliessero materiale inedito introdotto da poche righe di presentazione. Come si è detto, ognuno è per sé, non ci sono intrecci o interazioni evidenziate tra gi autori. Le partecipazioni sono svolte in ordine alfabetico. Con questo vogliamo intendere che tutto sta sullo stesso piano, ognuno ha il suo valore e la sua modalità specifica e che, insieme questo è il materiale intorno a cui è costruito il resto del volume.

 

Accanto agli interventi degli invitati, un po’ come cornici che si aprono e si chiudono di continuo, con tempi e ritmi diversi, abbiamo raccolto altri due tipi di interventi. In primo luogo alcune conversazioni con «ospiti d’onore» che abbiamo interrogato non tanto e non solo sul loro specifico lavoro, ma su temi e questioni generali che ci è sembrato interessante sollevare. Sono interlocutori per noi capaci di offrire uno sguardo dall’alto, una prospettiva sul panorama che ci sta a cuore: la ricerca artistica oggi in Italia. Anche questi invitati sono molto diversi tra loro e questo ci permette di illuminare meglio il paesaggio contemporaneo con fasci che provengono da angolazioni diverse. Le loro interviste sono raccolte nell’ordine cronologico in cui sono state effettuate: Alberto Arbasino, Giulio Paolini, Manlio Brusatin, Vincenzo Consolo, Dadamaino, Mario Lavagetto, Giuliano Scabia, Daniele Del Giudice.

 

Sotto queste conversazioni, scorre, in senso letterale, un altro flusso di interventi costituito da una corrispondenza tra i due curatori e responsabili del numero, Marco Belpoliti e Elio Grazioli, che intervengono qui in modo diretto e cercano di far emergere i temi d’insieme, ne parlano tra loro, legano e annodano, e sciolgono, quando è possibile, le questioni che attraversano i materiali che hanno raccolto. Altri punti di vista, altre cornici. La particolarità e il significato di questa doppia (o tripla struttura) del numero consiste nell’alternarsi asincrono di testi, conversazioni e lettere, e richiede al lettore, costretto a interrompere, cercare più avanti la continuazione, di tornare sui propri passi, riattraversare gli interventi degli autori, fermarsi su ognuno di essi, oppure di rileggerli quando se ne parla da un’altra parte. Il lettore curioso e attento vi troverà, a nostro parere, ampi motivi di soddisfazione.

 

Cinque anni fa scrivevamo che per sapere cosa succedeva in Italia bisognava rivolgersi non solo e non tanto a politici e sociologi, maghi dei sondaggi e opinionisti della carta stampata, ma a chi, con costanza e dedizione, spesso invocando un salutare isolamento, si poneva i problemi del proprio fare. Potremmo scriverlo anche oggi, dal momento che questo numero è, come i precedenti di «Riga», dedicato al contemporaneo, ma con una aggiunta. Qui il fare arte (pittura, scultura, poesia, racconto, romanzo, saggio, teatro, ecc.) riflette su se stesso, cerca ragioni e motivazioni che guardano non solo «fuori» di sé, ma anche «dentro» di sé.

 

La mappa perfetta del reale non solo non esiste, come ha spiegato Borges raccontando la storia di quei cartografi dell’impero, anche perché la superficie rappresentata è il risultato di una sedimentazione che avviene nel tempo e nello spazio. Quello che ci sembra di aver fatto con questo secondo numero di «Riga» dedicato all’Italia, è di aver reso stratificata la mappa del panorama artistico italiano – una mappa in profondità –, mostrandone per lacerti ed estratti la sua complessità poetica e culturale. La cartografia naturalmente non ci basta, così come la geologia. Ci interessa piuttosto l’andare, a volte senza bussola o carte di riferimento. Senza troppi fronzoli. La diversità, quella vera, è un valore.

 

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